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Speciale: SPORT E "STATO DI SALUTE"
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LO SPECIALISTA IN MEDICINA DELLO SPORT LA CERTIFICAZIONE MEDICO-SPORTIVA
- Diabete - Tiroide
- La Borsa del Pronto Soccorso
Lavori Originali: ZAINO E SCOLIOSI
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LO SPECIALISTA IN MEDICINA DELLO SPORT

Lo Specialista in Medicina dello Sport è la persona che si occupa della salute di tutti coloro che praticano sport. Le sue competenze sono numerose, dalla alimentazione alla traumatologia, dalle metodiche di allenamento alla prevenzione; il suo aiuto è spesso prezioso per risolvere i dubbi, le curiosità ed i problemi che compaiono durante la pratica dell'attività sportiva.
Uno dei compiti più importanti del medico dello sport è quello dell'accertamento dello stato di salute dei partecipanti alle competizioni: prima di intraprendere un'attività sportiva, ognuno deve controllare il proprio stato di salute. Per partecipare a competizioni ufficiali, è indispensabile effettuare la visita per il rilascio del "Certificato di idoneità agonistica" (D.M. 18/02/82), mentre prima di intraprendere un'attività sportiva anche saltuaria o a carattere ginnico - ludico, è consigliabile (ed in alcuni casi obbligatorio) sottoporsi alla visita per il rilascio del "Certificato di stato di buona salute" (D.M. 28/02/83). Quest'ultimo certificato è rilasciabile dallo Specialista in Medicina dello Sport (nessun altro specialista può rilasciare certificati di idoneità allo sport) e anche dal proprio medico di base o dal proprio pediatra di base, mentre quello di idoneità agonistica può essere rilasciato esclusivamente da un medico Specialista in Medicina dello Sport autorizzato.
Tutti questi certificati hanno validità di un anno (ma il
medico può decidere di rilasciare certificati di durata inferiore sulla base
dei risultati della visita clinica e degli esami effettuati/richiesti).
La scuola di specializzazione in Medicina dello Sport ha una durata 4 anni, nel corso dei
quali i medici specializzandi effettuano un tirocinio a 360° in tutte le branche
della Medicina applicata allo sport ed imparano a valutare tutte le
modificazioni che avvengono nell'organismo umano in seguito agli allenamenti ed
alla partecipazione alle competizioni.
Nel corso delle visite il medico dello sport controlla accuratamente gli atleti,
ricerca eventuali particolarità fisiche, difetti di crescita o di sviluppo dei
ragazzi, alterazioni strutturali; inoltre viene messo a conoscenza di eventuali
patologie da cui è affetto il soggetto, nonché di particolari terapie assunte:
in tutti i casi saprà consigliare lo sport più indicato per ogni problema fisico
e/o per ogni patologia, insieme ai corretti tempi di allenamento e di recupero,
affinché l'attività fisica sia sempre di piacere e di incentivo e mai di danno
per le persone.
Se nel corso della visita e degli esami strumentali a cui viene sottoposto lo
sportivo (elettrocardiogramma, spirometria, esame urine ecc.), vengono
riscontrate anomalie, il medico dello sport chiederà ulteriori approfondimenti
(esami strumentali e visite specialistiche), per accertare eventuali patologie
che possano ostacolare l'attività sportiva, o che possano peggiorare o
addirittura diventare pericolose nel corso dell'attività stessa.
La prevenzione degli infortuni è
un altro importante compito del medico dello sport: ad esempio, l'osservazione di
un cattivo appoggio della pianta del piede (ad esempio un piede piatto o un piede
cavo), porterà a consigliare l'utilizzo di una ortesi plantare adeguata alla
correzione del difetto; oppure l'evidenza di una
dismetria degli arti inferiori
(ossia di una gamba più lunga dell'altra), porterà a studiare un diverso tipo di
appoggio per i due piedi, per far sì che l'attività sportiva sia svolta
correttamente. Il riscontro di problemi ortopedici indirizzerà la scelta dello
sport verso un'attività più consona alla patologia, meno traumatizzante per la
parte più debole.
In alcuni sport l'utilizzo di protezioni è obbligatorio, in altri è ormai
entrato nell'uso comune; il medico dello sport può consigliare le più appropriate a
seconda della struttura fisica dell'atleta e di eventuali infortuni patiti in
precedenza, considerando lo sport praticato ed il tipo di terreno su cui si
svolge l'attività.
Accanto alle competenze
ortopediche, sono fondamentali quelle traumatologiche: nel corso degli
allenamenti e delle competizioni, gli sportivi subiscono infortuni di ogni tipo,
dalle contusioni alle lesioni muscolari, dai traumatismi osteo-articolari ai
pericolosi traumi cranici.
Dopo aver soccorso l'infortunato e fornito le prime cure, il medico dello sport ha
due compiti: decidere se l'atleta può continuare il gioco ed evitare
l'aggravarsi della lesione. Il primo punto è spesso controverso: bisogna tenere
conto di molti fattori, come il tipo e la sede dell'infortunio, le condizioni
generali dell'atleta, il terreno di gioco ecc.; particolare attenzione va posta
nel caso che il trauma abbia coinvolto il volto o il capo: ogniqualvolta un
giocatore subisca un colpo alla testa, anche non particolarmente forte, bisogna
controllare, subito dopo il trauma ed alla fine della partita, alcuni sintomi
che ci possono facilmente indicare l'eventuale gravità delle condizioni: la
riduzione dello stato di coscienza o del grado di collaborazione, il
disorientamento nello spazio e nel tempo, l'amnesia riguardante il trauma, il
vomito, l'alterazione delle risposte motorie degli arti, le pupille di diametro
diverso, i movimenti oculari non coniugati o un deficit visivo, l'asimmetria
della bocca. La comparsa anche di uno solo di questi sintomi obbliga
all'immediato trasporto in un Pronto Soccorso.
è inoltre possibile la comparsa
tardiva di sintomatologia dopo un trauma cranico, anche dopo diverse ore:
anche in questo caso è indispensabile il ricovero in Pronto Soccorso.
Inoltre, in molti casi, è indispensabile che il medico dello sport attui tutti gli
accorgimenti possibili per impedire l'aggravamento della lesione. Mentre in
alcuni casi l'entità del problema è evidente, come nel caso di una frattura o di
un'ampia ferita cutanea, in altri casi è indispensabile che l'esperienza del
medico dello sport sia messa al servizio dall'atleta.
Ad esempio, tutti gli infortuni muscolari peggiorano se si continua la
competizione: la lesione tende ad allargarsi, viene favorito il versamento
all'interno del muscolo, aumenta il dolore e come conseguenza si dilatano i
tempi di guarigione e di recupero: pertanto un atleta che abbia subito un
infortunio muscolare dovrebbe essere sempre fermato.
Un secondo esempio riguarda le lussazioni: le più frequenti riguardano la spalla
e le dita della mano. Esiste spesso la tentazione di "ridurre" la
lussazione per permettere all'infortunato di riprendere la gara: questo non deve
mai essere fatto. La lussazione va ridotta in ospedale dopo aver eseguito le
radiografie del caso.
Un'altra competenza del medico
dello sport è quella di seguire il recupero di un atleta infortunato, affiancando
il fisioterapista ed il preparatore atletico, per decidere il momento della
ripresa degli allenamenti prima e delle competizioni poi.
Dopo qualsiasi infortunio, che abbia comportato o meno un intervento chirurgico,
è importante effettuare una riabilitazione corretta: il periodo di riposo deve
essere adeguato; l'eventuale terapia farmacologica, antidolorifica e
antiinfiammatoria deve essere assunta correttamente; le terapie fisiche (ultrasuoni, ionoforesi, laserterapia, onde d'urto,
tecarterapia, ipertermia ...) sono in molti casi di
aiuto; la ginnastica passiva, con fisioterapista o con elettrostimolatore,
precede quasi sempre l'inizio degli esercizi attivi, dapprima eseguiti con un arco di
movimento bloccato e con carico ridotto, poi sempre più ampi e più "pesanti". Alla
ripresa degli allenamenti, può essere indicato l'utilizzo di particolari
accorgimenti di protezione, come sostegni meccanici (ginocchiere, cavigliere,
ecc) oppure bendaggi funzionali: questi accorgimenti permettono di ridurre il
carico sulle strutture lesionate e limitano alcuni movimenti che potrebbero
provocare recidive dell'infortunio.
Non è solo l'apparato muscolo
scheletrico ad essere oggetto di studio da parte del medico dello sport: l'attività
fisica coinvolge tutti gli apparati ed i sistemi del nostro organismo, i quali
subiscono modificazioni ed adattamenti tipici, in risposta alle sollecitazioni
imposte da determinati sforzi fisici. L'organo che tutti sanno viene sempre
coinvolto è il cuore: il cosiddetto "cuore d'atleta" è un adattamento prodotto
dall'allenamento di endurance, ossia di resistenza: consiste in un aumento di
volume soprattutto del ventricolo sinistro, con una maggior quantità di sangue
espulso ad ogni contrazione e, tipicamente, con una riduzione della frequenza
cardiaca a riposo.
Molte delle modificazioni indotte dall'attività fisica continuativa possono
essere sfruttate a vantaggio della salute dell'atleta: l'attività sportiva
aerobica permette di sollecitare tutto il nostro organismo (dall'apparato
respiratorio a quello urinario, dal sistema nervoso a quello endocrino) a
mantenere un buon livello di attività, senza esasperazioni; l'attività
anaerobica permette di controllare e migliorare patologie dell'apparato
osteo-muscolare; per entrambe è dimostrato un effetto positivo su
stress, ansia e depressione.
Esistono tre grandi patologie che traggono giovamento dall'attività fisica:
l'ipertensione arteriosa, l'obesità e il
diabete mellito non insulino-dipendente, di tipo II°:
l'attività aerobica continuativa aiuta il
controllo di queste patologie, anche se praticata ai bassi ritmi eventualmente
imposti dall'età o da patologie ortopediche: un'ora di esercizio aerobico tre
volte alla settimana, praticato costantemente, oppure mezz'ora cinque volte alla
settimana, provocano nel nostro organismo alcune modificazioni che risultano molto
utili nel coadiuvare il controllo di queste patologie, ad esempio la riduzione
della produzione del colesterolo LDL e l'aumento di quello HDL o il migliorato
controllo della glicemia e della pressione arteriosa attraverso modificazioni
dei recettori cellulari specifici: quindi il compito del medico dello sport è di
consigliare a tutti coloro che presentano queste patologie, anche in fase
iniziale, il giusto sport alla giusta intensità, scegliendo tra le attività
aerobiche più classiche: dalla passeggiata alla corsa, dal nuoto al ciclismo,
dalla semplice cyclette allo sci di fondo.
I test di valutazione funzionale
quantificano l'insieme delle variazioni del funzionamento dell'organismo umano
provocate dall'attività fisica. Sono state proposte centinaia di modalità per
calcolare sia il valore teorico di uno sportivo, sia le sue possibilità di
miglioramento, sia la distanza di gara ottimale per gli sport individuali, sia
il miglioramento delle prestazioni dopo un ciclo di allenamenti.
Per la misura della forza, della potenza e del lavoro muscolare sono stati
approntati dinamometri sempre più sofisticati; per lo studio delle
caratteristiche muscolari, elastiche e biomeccaniche degli arti inferiori sono
stati costruiti apparecchi con telecamere e fotocellule che calcolano i tempi di
salto, di corsa, di appoggio dei piedi, controllando la correttezza dei salti e
della corsa, scomponendo il movimento e proponendo le adeguate correzioni; per
la valutazione delle caratteristiche aerobiche, esistono apparecchi leggeri e
portatili che grazie alla telemetria trasmettono in tempo reale la frequenza
cardiaca, la quantità di ossigeno consumata e la quantità di anidride carbonica
prodotta nel corso dell'attività sportiva propria dell'atleta; per non incorrere
nel rischio di sovrallenamento, nel corso o al termine degli allenamenti si
possono dosare nel sangue capillare alcuni indici di affaticamento muscolare o
dell'organismo.
Molti altri test sono invece meno sofisticati: necessitano solo di un
cronometro, di un fischietto, di un cardiofrequenzimetro e di un campo sportivo,
ma permettono in pochi minuti di avere una determinazione, meno precisa ma
spesso ugualmente utile, delle caratteristiche di un atleta e delle sue
potenzialità. In tutti i casi comunque la corretta esecuzione di queste
valutazioni aiuta a preparare la giusta tabella di allenamento per il
miglioramento delle prestazioni.
Le competenze di psicologia sono importanti soprattutto se il medico dello sport ha a che fare con il settore giovanile: l'attività motoria riveste una fondamentale importanza in età adolescenziale, ma non sempre viene proposta in modo corretto. Le motivazioni che spingono i ragazzi allo sport sono: acquisire e migliorare l'abilità e la competenza sportiva, il divertimento, il desiderio di competere, lo stare in squadra, l'amicizia, la forma fisica. Gli errori da evitare sono: le eccessive pressioni agonistiche, le metodologie didattiche inadeguate, l'esasperazione dei gesti tecnici: questi sono fattori che possono portare all'abbandono precoce e, fatto ancor più grave, possono creare danni nel processo di crescita dell'adolescente. Ovviamente anche nelle squadre composte da adulti possono esserci spazi di intervento da un punto di vista psicologico, sia negli sport di squadra che in quelli individuali. Pertanto compito del medico dello sport è cercare di capire più possibile sia i ragazzi che gli allenatori, controllare la qualità degli allenamenti e verificare l'armonia all'interno dei gruppi.
Le competenze riguardanti la nutrizione sono esposte in un altro capitolo; è importante che il medico dello sport educhi ragazzi e genitori sull'importanza della nutrizione: non esiste un alimento che possa far vincere una gara, ma ne esistono tanti che possono farla perdere; quindi è indispensabile una corretta alimentazione specialmente prima delle competizioni.
Anche le problematiche del doping sono esposte in un altro capitolo; il medico dello sport deve sempre vigilare sul corretto comportamento degli atleti, fornendo altresì le giuste informazioni su ciò che è realmente dannoso per la salute e ciò che è effettivamente vietato.
Gli Specialisti in
Medicina dello Sport si sono associati ed hanno costituito da molti anni la Federazione
Medico Sportiva Italiana (FMSI), anch'essa affiliata al CONI.
La finalità principale della FMSI è il perseguimento della tutela della salute
degli atleti, attraverso la divulgazione di una cultura medico sportiva, la
promozione e l'organizzazione di convegni scientifici e dibattiti o semplici
serate di insegnamento, di approfondimento o di aggiornamento per tecnici,
dirigenti, atleti, medici specializzandi.
I medici FMSI si impegnano altresì a prevenire e reprimere l'uso di sostanze e
di metodi doping e comunque di procedure volte ad alterare artificiosamente le
condizioni fisiologiche dell'atleta.
Quindi la Federazione Medico Sportiva incentiva l'educazione sanitaria della
popolazione sportiva, insieme all'attività di propaganda per la formazione di
una coscienza sportiva quale fattore di miglioramento fisico e morale della
gioventù.
Gli altri compiti dei medici affiliati alla FMSI sono: svolgere i controlli
antidoping; prestare i servizi di assistenza gara; effettuare le visite per il
rilascio dei certificati di idoneità; eseguire i test di valutazione funzionale
per gli atleti che lo richiedano.

Generalità
Questa prima parte descrive le generalità dell'assistenza medica ad una manifestazione sportiva, elenca le cose di cui il medico deve preoccuparsi, il materiale che deve portare con sé, i farmaci che può utilizzare, i verbali che deve compilare; la seconda parte prende in considerazione le diverse problematiche che si possono incontrare nelle singole discipline sportive.
Innanzi tutto, quando si arriva a prestare assistenza ad una manifestazione
sportiva, bisogna andare a farsi riconoscere dagli organizzatori e dai giudici
di gara, per decidere insieme la postazione più indicata per il servizio medico.
In molti casi la struttura è dotata di un'infermeria, pertanto la base logistica
è ovvia; in altri casi ci si può trovare nelle condizioni più eterogenee: su un
prato (nel caso di una corsa campestre), in un parcheggio (nel caso di una gara
di pattinaggio), in una piazza (nel caso di una gara podistica) e ci si deve
organizzare utilizzando sempre il buon senso.
Alcune volte è presente un'ambulanza, pertanto è prioritario controllare le
dotazioni presenti sulla stessa ed il loro funzionamento, nonché stabilire con il
personale della stessa le modalità di collegamento e di intervento; è utile scambiarsi i numeri
di telefono cellulare e controllare il funzionamento di eventuali radioline
ricetrasmittenti in dotazione. Bisogna decidere quale materiale (barella, borsa
per medicazione ...) scaricare dall'ambulanza e portare in infermeria o al punto
di arrivo
della gara. Prima che la manifestazione abbia inizio deve essere indicato
chiaramente
l'ospedale di riferimento ed il percorso per raggiungerlo.
Se non è presente l'ambulanza e la manifestazione ha un gran numero di
partecipanti, può essere utile allertare il 118, comunicando lo svolgimento
della gara ed i suoi orari; se ci si trova in una zona che non si conosce bene,
è utile confrontare le informazioni sugli ospedali e sulle strade per
raggiungerli.
Durante lo svolgimento della gara, il medico deve essere sempre reperibile
molto facilmente, inoltre il medico stesso è responsabile del comportamento degli
infermieri dell'ambulanza. Spetta pertanto al medicodecidere il loro collocamento,
eventualmente indirizzando le postazioni nei punti più pericolosi.
Si deve inoltre considerare che il servizio medico è a disposizione dei partecipanti alla gara, ma
nello stesso tempo può essere chiamato a soccorrere un giudice, un
allenatore, un accompagnatore o una persona del pubblico. Pertanto al termine
della competizione si deve sempre attendere il deflusso
del pubblico prima di abbandonare la postazione medica.
Il materiale da portare deve tener conto delle esigenze di tutti. Come esempio, al
termine del capitolo, un elenco del contenuto delle borse mediche utilizzate all'Istituto di
Medicina dello Sport di Milano per l'assistenza alle gare:
dapprima sono elencati i farmaci, poi il materiale di medicazione e quello di
rianimazione. Il materiale per medicazione e
il ghiaccio devono essere in quantità sufficiente, specialmente se non è presente un'ambulanza,
che di solito ha una dotazione propria; è indispensabile il proprio ricettario
per eventuali prescrizioni/certificazioni.
Fondamentale è l'acqua: il medico può trovarsi nelle
condizioni di dover pulire la pelle circostante
una ferita e il mezzo più rapido è appunto l'acqua. Pertanto se non c'è un punto di erogazione di acqua corrente nei
pressi della nostra postazione, si devono avere a disposizione delle bottiglie
di acqua.
è molto
importante non somministrare agli atleti dei farmaci
considerati doping, come ad esempio cortisonici per via sistemica o diuretici,
perché ciò precluderebbe la loro partecipazione alla gara. Ciò ovviamente se le
condizioni generali dell'atleta non richiedano un trattamento adeguato.
Un breve cenno sui farmaci considerati doping: innanzi tutto deve essere
sottolineato che il doping è vietato perché fa male alla salute dell'atleta.
è
importante ricordare che alcune sostanze doping possono essere contenute in
molti farmaci: ad esempio, gli stimolanti possono essere
contenuti in piccole quantità in moltissimi prodotti (ad esempio negli spray
nasali).
Per i narcotici, il limite di demarcazione tra lecito e illecito è chiarissimo:
gli antidolorifici minori sono consentiti, i narcotici veri e propri sono vietati.
Gli steroidi anabolizzanti ed i loro derivati più moderni (gonadotropina
corionica, gonadotropine ipofisarie e di sintesi, corticotropine, ormone della
crescita, fattore di crescita insulino-simile e tutti i rispettivi "fattori di
rilascio" e loro analoghi), sono vietati senza eccezioni; si deve prestare
attenzione anche alla somministrazione dei beta 2 stimolanti, considerati doping
perché hanno anche un effetto anabolizzante:
il loro uso è consentito
solo per via locale in atleti con certificati problemi di insufficienza
respiratoria indotta da esercizio fisico o a componente allergica.
Tutti i diuretici sono vietati così come tutti gli agenti con attività
anti-estrogenica e gli agenti mascheranti, inoltre sono vietati i prodotti che aumentano
l'assorbimento, il trasporto o il rilascio di ossigeno. Alcool e cannabinoidi
sono vietati in alcuni sport, così come i beta bloccanti (vietati ad esempio nelle gare di tiro). I
cortisonici e gli anestetici sono consentiti solo per via locale.
Nell'elenco dei farmaci contenuti nelle borse mediche sono evidenziati con un
asterisco quelli considerati doping.
è buona regola rilasciare al paziente la certificazione di ciò che
è stato
somministrato; è altresì obbligatorio rilasciare il certificato quando vengono
prescritti prodotti soggetti a restrizione d'uso.
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CONTENUTO DELLA BORSA MEDICA PER ASSISTENZA GARA
BETAMETASONE 4 mg - fiale*
ACQUA OSSIGENATA (1 flacone)
CEROTTO (5 cm)
COTONE IDROFILO
GARZE STERILI (10 x 10)
SIRINGHE (varie misure)
PALLONE AMBU (MASCHERA PICCOLA,
MEDIA E GRANDE) DIVARICATORE
GUANTI (varie misure)
FONENDOSCOPIO FORBICI
RASOIO
COPERTA ISOTERMICA |
Le diverse problematiche in funzione del tipo di sport
Iniziamo dall'atletica leggera, regina delle specialità. Nelle gare organizzate
dalla FIDAL è a disposizione l'ambulanza. Se la gara si svolge su pista, le zone da
mantenere maggiormente sotto controllo sono quelle di arrivo delle gare di corsa, dove
si
possono verificare dei "collassi" cardiocircolatori, e la padana delle competizioni di
salto e di salto con l'asta, dove si verificano la maggior parte dei
traumatismi. Tra le gare di corsa, si verificano molte più cadute nelle gare ad
ostacoli, soprattutto in prossimità dell'arrivo: si possono verificare semplici
escoriazioni, ma a volte anche traumatismi maggiori, dalle lussazioni di spalla
alle fratture di clavicola o di polso. Se la gara si svolge su un prato o in
circuito all'interno di un paese o una città, con arrivo ad esempio in una piazza, è indispensabile
"pattugliare"
tutti i punti a rischio, coordinando i soccorritori dell'ambulanza ed i giudici di gara;
inoltre si deve predisporre per tempo il punto più idoneo di soccorso, per
medicazioni e fasciature, che di solito viene individuato in prossimità del
traguardo e dell'ambulanza. Le condizioni atmosferiche possono complicare o
comunque ostacolare il compito del medico di gara: in caso di giornata piovosa o
particolarmente calda, è utile avere una postazione coperta, per cui si deve insistere
per ottenerla dall'organizzazione. Nelle
manifestazioni sportive con un alto numero di partecipanti, come le maratone,
sono necessari più medici, alcuni al seguito dei concorrenti (a bordo di ambulanze),
alcuni fermi al traguardo dopo l'arrivo dei primi atleti.
Nelle gare ciclistiche, il medico viene di solito posizionato su un'autovettura
con autista messa a disposizione dagli organizzatori, che segue la macchina
della giuria in fondo alla corsa; l'ambulanza è obbligatoria e di solito segue
la macchina con il medico. In caso di caduta, ovviamente il medico ed il personale
dell'ambulanza scendono e prestano soccorso. La traumatologia è eterogenea ed è
soprattutto a carico dell'arto superiore, in particolare della spalla. Anche in
questo caso nelle manifestazioni più importanti ci sono diversi mezzi di
soccorso, che seguono i diversi tronconi della gara.
Un altro sport individuale che si svolge all'aperto è il pattinaggio, su pista e
su strada. In questo caso la stragrande maggioranza degli interventi riguarda le
escoriazioni in seguito a cadute, per cui bisogna portare sempre una quantità
maggiore di materiale per la medicazione e la detersione della pelle. Una
particolarità: nel momento in cui un concorrente viene toccato, da un giudice o
da un medico per prestare soccorso, viene automaticamente tolto dalla
classifica: pertanto attenzione a non eccedere negli interventi per non arrecare
un danno all'atleta.
Per quanto riguarda le gare di nuoto, nelle piscine c'è sempre un'infermeria
dove porre la base logistica; anche le gare di canottaggio si svolgono sempre in
luoghi dotati di strutture adeguate.
Stesso discorso vale per altri sport, come la ginnastica o la scherma.
Nelle gare in mare aperto o di gran fondo,
il medico segue la gara a bordo di
imbarcazioni a motore; si ricorda il numero 1530 per l'emergenza in mare.
Anche nei poligoni, dove si svolgono gare di tiro, ci sono infermerie facilmente
individuabili. Troveremo un'ambulanza solo in occasione di gare juniores e
seniores, di Giochi Sportivi Studenteschi e nelle gare di qualificazione e di
finale di Coppa Italia e di Campionato Italiano.
Nel caso del tennis, l'originalità sta nel fatto che i tennisti del circuito ATP
possono essere soccorsi solo dal loro fisioterapista ufficiale, che è presente
sempre nei loro tornei. In caso di infortunio, durante la partita o il
riscaldamento, tocca a lui scendere in campo e aiutare l'atleta; il medico deve
intervenire solo su sua richiesta. Nel tennis sono frequenti le riacutizzazioni
di patologie croniche, dalle discopatie lombari alle epicondiliti, alle tendiniti di tutto l'arto superiore.
Nella maggior parte dei casi,
il medico deve rilasciare un certificato
all'infortunato, che attesta il tipo di intervento compiuto e che
può essere utilizzato a scopi assicurativi.
In alcuni casi ci sono dei moduli particolari da compilare, delle dichiarazioni
aggiuntive o delle comunicazioni da fare alla federazione di appartenenza degli
atleti. Ad esempio, sappiamo che c'è un modulo dell'ATP da compilare in caso di
infortunio di un tennista professionista: tale modulo serve all'atleta sia come
denuncia di infortunio, sia come dichiarazione per annullare senza penali gli
impegni di partecipazione a tornei successivi. Se vi sono complicazioni con la
lingua parlata dall'atleta, prima di scrivere delle inesattezze, il medico deve
ricordare che esistono sempre degli interpreti o
almeno degli accompagnatori in grado di aiutarlo.
Un altro esempio riguarda la ginnastica: il medico di gara per regolamento deve
avvisare prima possibile la federazione dell'infortunio occorso ad un suo
tesserato; in ogni caso è molto probabile che si trovi un dirigente o un giudice
che prende direttamente l'incarico di trasmettere
il certificato medico in federazione.
In molti sport, soprattutto di squadra, il medico prima dell'inizio della gara
deve redigere l'elenco dei farmaci soggetti a restrizione d'uso assunti dai
giocatori nel corso della settimana precedente (vedi
norme Anti-Doping); inoltre al termine della gara
deve comunicare ai giudici di gara l'eventuale infortunio di un atleta.
Negli sport di squadra, il medico di gara si trova ad interagire con le altre
figure del servizio sanitario alle quali è concesso l'ingresso in campo: il massaggiatore in panchina, gli eventuali collaboratori a bordo campo, i
barellieri. Al collega della squadra avversaria è buona norma offrire la massima
collaborazione e, a questo proposito, va ricordato che in caso di
indisponibilità dello stesso, l'arbitro può consentire lo svolgimento della
competizione solo dopo verifica della disponibilità di un medico a garantire
l'assistenza a tutte e due le compagini.
L'accesso in campo è consentito solo ai tesserati elencati sulla distinta di
gara e ciò vale ovviamente anche per il medico; in panchina vige l'obbligo di
restare seduti: solo all'allenatore è concesso di stare in piedi all'interno
della cosiddetta "area tecnica"; l'ingresso al rettangolo di gioco, per
soccorrere un giocatore infortunato, è consentito solo dopo la chiamata
dell'arbitro al quale spetta valutare la necessità dell'intervento dei sanitari. In genere entrano in campo il medico, il massaggiatore e i barellieri; dopo
una prima valutazione il giocatore deve essere accompagnato a bordo campo per le
cure del caso, rientrando in gioco, quando le condizioni lo consentono, solo
dalle linee di fallo laterale previo cenno di assenso dell'arbitro.
Per il medico in panchina è importante seguire con attenzione lo svolgimento
delle fasi di gioco, perché, in caso di infortunio, l'osservazione della
meccanica dell'incidente può fornire utili indicazioni ai fini diagnostici,
anche se l'elevata velocità delle azioni, caratteristica del gioco moderno,
spesso rende difficile l'analisi di ciò che accade.
Negli infortuni più frequenti, il medico deve
fornire oltre ad una
diagnosi di massima, soprattutto una prognosi a breve termine; infatti, ciò che
più importa nell'immediato, è chiarire se l'infortunato può continuare il suo
impegno nella gara, in condizioni valide e senza aggravare la patologia. La
valutazione si baserà, oltre che sulla già citata osservazione della dinamica
d'incidente, soprattutto sul rilievo delle sensazioni soggettive
dell'infortunato (dolorabilità spontanea, senso d'instabilità articolare, ecc.)
che talvolta rappresentano l'unico elemento di valutazione in assenza di
un'obbiettività evidente; ad esempio, nel caso delle lesioni muscolari da trauma
indiretto, la cosa più importante è ascoltare l'atleta che racconta le modalità
d'insorgenza del dolore e dell'impotenza funzionale, eventualmente associati a
sensazioni di "puntura" o "strappo", più che non ricercare i segni del dolore
provocato e della contrattura peri-lesionale, più tardivi a comparire.
L'esame obbiettivo sul terreno di gioco deve essere necessariamente rapido e
mirato, rilevando eventuali deformità anatomiche, tumefazioni, ecchimosi e
ferite lacero-contuse, controllando quando è il caso la stabilità articolare.
L'intervento in campo si conclude o con la richiesta di sostituzione dell'atleta
o con la messa in atto di quei provvedimenti che consentono allo stesso di
proseguire la gara; il tutto nel più breve tempo possibile: nel calcio non
esiste, a differenza di altri sport di squadra, la possibilità di sostituzione
temporanea. L'applicazione del freddo mediante spray refrigerante rappresenta
sicuramente il presidio più comunemente utilizzato in tutte le patologie
traumatiche, ma nella borsa di pronto intervento possono essere anche presenti:
materiale da sutura (compresa una suturatrice meccanica monouso), fasce
emostatiche, tamponi nasali, fiale di acido tranexamico, stecche modellabili per
immobilizzazione nonché diversi tipi di bende autoadesive per il confezionamento
di fasciature e bendaggi funzionali. L'applicazione di medicazioni e di bendaggi
deve tenere conto che non è consentito il rientro in campo all'atleta che
presenta medicazioni rigide e ingombranti che potrebbero recare nocumento agli
altri giocatori; anche la presenza di ferite sanguinanti preclude la possibilità
di continuare la gara. A tal proposito si è rivelato particolarmente efficace,
nella realizzazione dei bendaggi emostatici, l'utilizzo di una spugna marina,
debitamente sterilizzata, per la sua azione compressiva ed assorbente.
Nel rugby sono frequenti gli infortuni alle orecchie, soprattutto nelle mischie,
pertanto alcuni giocatori hanno assunto l'abitudine di proteggerle con idonei
bendaggi.
Negli sport motoristici, in caso di incidente e di richiesta di intervento del
personale sanitario, il direttore di corsa ferma o rallenta vistosamente la gara
per consentire l'ingresso in tutta sicurezza dei soccorsi sul tracciato di gara.
Un compito molto importante del medico di gara è valutare la possibilità di
riammettere alla competizione un pilota infortunato durante le prove: il medico
deve essere presente nella direzione corsa per tutto il tempo delle gare e delle
prove per quanto riguarda la velocità in circuito; deve informare il direttore
di corsa delle condizioni dei piloti infortunati e preparare la lista dei piloti
infortunati dichiarati non idonei, da spedire alla federazione nazionale o
internazionale competente.
Tra i compiti del medico di gara, vi è quello di consigliare l'utilizzo di
protezioni, soprattutto per il capo, anche in quegli sport, come ad esempio il
ciclismo, dove non sono ancora obbligatorie, poiché possono rivelarsi
estremamente utili in caso di caduta; un altro esempio può essere l'utilizzo di
visiera e paradenti nell'hockey.
Per quanto riguarda gli eventi
sportivi maggiori, sono stati individuati i parametri per la programmazione e la
realizzazione di un'adeguata organizzazione sanitaria durante queste
manifestazioni; questi parametri tengono conto di tre criteri fondamentali:
1. Grado di pericolosità dello sport (statistiche sulla traumatologia specifica,
campo di gioco, numero degli atleti partecipanti, tipo di mezzi meccanici ed
attrezzi utilizzati, possibilità di scontro fisico, età degli atleti, numero
degli spettatori previsti).
2. Sicurezza di base (possibile evenienza di gravi traumi, lesioni e/o
situazioni patologiche anche nelle situazioni di minimo impegno agonistico e
pericolosità, disponibilità di kit di pronto intervento, disponibilità certa di
mezzi di comunicazione attivi).
3. Organizzazione Sanitaria Territoriale (dislocazione dell'impianto sportivo o
sede della manifestazione, dislocazione e specialità di eccellenza degli
ospedali vicini, dislocazione delle ambulanze sul territorio e loro
disponibilità).
Per quanto riguarda gli aspetti
medico-legali, si può considerare che la relazione con il paziente, per il
medico di gara, può svolgersi spesso al di fuori di un rapporto tipicamente
contrattuale e la responsabilità del predetto sanitario per il danno
eventualmente cagionato da un suo errore diagnostico o terapeutico è di tipo
extracontrattuale.
La diversa natura del rapporto medico-paziente, contrattuale o
extracontrattuale, può riflettere la sua importanza in sede civile, ai fini del
risarcimento del danno eventuale, nei riguardi anzitutto dell'istituto della
prova.
Nel caso di responsabilità contrattuale (art. 1176 e 2236 del codice civile),
la colpa del medico viene presunta allorché si dimostri che vi è stata
inadempienza o ritardo nell'esecuzione dell'opera (art. 1218 del codice civile). Al
danneggiato spetterà l'obbligo di dimostrare il pregiudizio subito e il medico
sarà obbligato al risarcimento, a meno che non provi che l'inadempienza o il
ritardo siano stati determinati da altra causa non imputabile al proprio
comportamento. In pratica, per essere esente da colpa, il medico dovrà
dimostrare di essersi comportato con perizia diligenza e prudenza.
Nel caso si discuta in tema di responsabilità extracontrattuale, si richiede al
danneggiato stesso la prova di un errore inescusabile da parte del sanitario e
analogamente a quanto richiesto per la responsabilità in sede penale, al
danneggiato compete in questi casi l'onere di provare sia il danno subito, sia
la colpa del professionista.
Un obbligo di natura medico-legale è quello del referto, ovvero quell'atto
obbligatorio con il quale ogni esercente una professione sanitaria comunica
all'Autorità Giudiziaria quei casi in cui ha prestato la propria assistenza od
opera e che possono presentare i caratteri di un delitto perseguibile d'Ufficio.
Oltre a questo obbligo nei confronti dell'Amministrazione della giustizia e
nell'interesse dello Stato, ve ne sono altri, di ordine giuridico - deontologico,
connessi con lo svolgimento dell'incarico del medico (obbligo di certificare il vero,
obbligo di mantenere il segreto professionale, obbligo di operare per la salute
ecc.) e che pertanto devono ovviamente essere seguiti anche quando si
presta assistenza ad una manifestazione sportiva.
Il medico deve ricordare che ci
può trovare in difficoltà nella gestione di un paziente se un allenatore, o peggio
i genitori dell'infortunato, tendono a minimizzare l'accaduto (ad esempio in
caso di una distorsione di caviglia o di una patologia muscolare). In ogni caso
il compito del medico è di insistere nel consigliare il trattamento a suo avviso
più consono.
Per finire la considerazione più importante: nella maggior
parte dei casi, se il medico o l'ambulanza si allontanano per trasportare una persona
in ospedale, la competizione deve essere sospesa. In alcuni casi si può
incontrare la resistenza degli organizzatori, ma il medico deve sempre salvaguardare
gli interessi dell'infortunato e degli altri partecipanti alla competizione, per cui nel momento in cui
deve allontanarsi per motivi professionali, la gara deve essere sospesa in
attesa del ritorno del medico stesso.
In conclusione i compiti del medico di gara sono molteplici e non sono facili da riassumere: in ogni caso è importante conoscere tutte le possibili sfaccettature di questo lavoro, per non rischiare di trovarsi impreparati di fronte all'imprevisto.
LA CERTIFICAZIONE MEDICO-SPORTIVA
Nel corso della
visita possono essere evidenziate o sospettate alcune patologie, acute o
croniche;
in ogni caso, su motivato sospetto clinico, il medico specialista in medicina
dello sport può richiedere ulteriori accertamenti diagnostici e/o
approfondimenti clinici, per arrivare ad una valutazione completa del problema e
per essere in grado di formulare nel migliore dei modi il proprio giudizio.
Gli atleti ai quali vengono richiesti, da parte del Servizio Pubblico e/o dal
Centro Accreditato di Medicina dello Sport, ulteriori accertamenti diagnostici
e/o approfondimenti clinici, devono presentare tale documentazione alla
struttura richiedente e non possono presentarsi a nuova visita presso altra
struttura o inoltrare ricorso alla Commissione Regionale d'Appello prima di aver
effettuato gli accertamenti stessi.
Introduzione
Purtroppo non sempre è possibile rilasciare il certificato richiesto. Come, ad esempio, recentemente ricordato da una circolare della Regione Lombardia (Giunta Regionale, Direzione Generale Sanità, del 12 marzo 2001), l'attività dei Centri di Medicina dello Sport e della Commissione Regionale d'Appello per l'idoneità all'attività sportiva ha l'unico, ma fondamentale, scopo di proteggere la salute del cittadino che intende svolgere attività sportiva agonistica.
Gli accertamenti – visite mediche, esami strumentali e/o di laboratorio - attuati nei Centri di Medicina dello Sport hanno la funzione di valutare lo stato di salute del soggetto e, in caso di riscontrata patologia, stabilire che la stessa non subirà aggravamenti né potrà mettere in pericolo la vita dell'atleta, in caso di svolgimento di un determinato sport in forma agonistica.
è noto che non tutte le patologie sono incompatibili con qualsiasi sport, così come non ogni sport è incompatibile con qualsiasi malattia o menomazione. Si tratta, volta per volta, di valutare la compatibilità di una condizione clinica con un determinato tipo di attività sportiva.
è questa la funzione dello Specialista in Medicina dello Sport e della Commissione Regionale d'Appello; l'attività è quindi indirizzata a tutelare la salute come bene costituzionale protetto per ogni cittadino italiano.
Ricordiamo che i Presidenti delle Società Sportive, per obbligo di legge, devono conservare sia i certificati di attività sportiva agonistica sia le non idoneità sportive agonistiche (rosa) per cinque anni.
Principi Generali
Non potrà essere concessa l'idoneità se il soggetto non presenta i requisiti fisici indispensabili per la pratica sportiva agonistica specifica dello sport richiesto: ad esempio, la mancanza di una mano controindica la pratica del motociclismo, ma non quella del calcio.
Inoltre, non potrà essere concessa l'idoneità se il soggetto presenta patologie che possano subire riacutizzazioni o scompensi nel corso di quella specifica attività sportiva: ad esempio il diabete mellito insulino - dipendente controindica la pratica dell'automobilismo, ma non quella della pallavolo.
Inoltre, non potrà essere concessa l'idoneità in presenza di patologie (cardiache, neurologiche, ortopediche od altro) che possano andare incontro a peggioramento in seguito ad intensa attività fisica.
Inoltre, verranno esclusi gli sport di contatto quando l'eventuale protesi indossata dall'atleta possa arrecare danno a compagni e avversari.
NON IDONEITà "temporanea" e "definitiva"
Come
evidenziato bene nel capitolo riguardante l'ortopedia, la non idoneità può
essere temporanea o definitiva.
Prendiamo ad esempio la frattura di un osso della gamba in un calciatore: per il
periodo del consolidamento della frattura, della convalescenza e della
successiva fisioterapia, l'atleta sarà dichiarato temporaneamente non idoneo,
fino al momento della guarigione clinica e biologica.
Gli atleti sospesi dall'attività sportiva agonistica (NON IDONEITA' TEMPORANEA),
non possono né presentarsi a nuova visita presso altra struttura né presentare
ricorso alla Commissione Regionale d'Appello. Al termine del periodo di
sospensione, specificato sul certificato, l'atleta deve ripresentarsi alla
stessa struttura che ha emesso il giudizio di non idoneità temporanea e solo nel
caso in cui venga rilasciato un giudizio di non idoneità definitiva potrà
presentare ricorso alla Commissione Regionale d'Appello.
Nel caso che la frattura non guarisca o arrivi a presentare degli esiti
irreversibili al corretto funzionamento della gamba durante la corsa (se ad
esempio l'arto dovesse rimanere più corto dell'altro ...), l'atleta avrebbe un
giudizio di non idoneità definitiva.
Ricordiamo anche che un soggetto dichiarato non idoneo per il riscontro di una
determinata patologia, qualora tale patologia venga curata, anche attraverso un
intervento chirurgico dapprima rifiutato o ritenuto all'epoca non possibile, può
chiedere anche dopo anni la visita cosiddetta "di reintegrazione", allegando
tutta la documentazione clinica.
NORME PER LA PRESENTAZIONE DEI RICORSI ALLA COMMISSIONE REGIONALE D'APPELLO
L'atleta in
disaccordo con il medico certificatore, che lo ha dichiarato non idoneo
definitivamente, ha tempo trenta giorni dal ricevimento della Raccomandata R.R.
contenente il certificato di non idoneità definitiva per presentare ricorso alla
Commissione Regionale d'Appello.
Tale ricorso non può essere presentato dalle Società Sportive di appartenenza,
ma solo direttamente dall'interessato nel caso di soggetti maggiorenni o da chi
esercita la patria potestà per i soggetti minorenni.
Il ricorso deve essere inoltrato con Raccomandata A.R., o presentato, al
"Servizio di Medicina dello Sport e lotta al doping" dell'ASL competente per
territorio (dell'atleta), allegando l'originale della busta con il timbro
postale dal quale risulti la data del recapito, nonché l'originale o la copia
del certificato di non idoneità definitiva in suo possesso.
Vanno allegati al ricorso eventuali pareri finalizzati e/o accertamenti
diagnostici, in originale, eseguiti presso Strutture Pubbliche e/o Accreditate,
con data non anteriore ai tre mesi dalla data del ricorso.
Inoltre va allegata debitamente firmata la dichiarazione di cui alla Legge 675/96
(vedi figura); nel caso in cui tale dichiarazione non fosse
sottoscritta, l'esito del ricorso non potrà essere trasmesso agli interlocutori
istituzionali (Società Sportive, Federazioni e/o Enti di Promozione Sportiva,
Centri di Medicina dello Sport).
La Commissione non prenderà in considerazione l'eventuale documentazione medica
fotocopiata, ad eccezione di copie autenticate di cartelle cliniche.
La Commissione chiuderà d'ufficio, confermando la non idoneità, tutti i ricorsi
per i quali sia stata richiesta ulteriore documentazione sanitaria e la stessa
non sia pervenuta entro sei mesi, a partire dalla data dell'ultima comunicazione
inviata all'atleta.
è tassativamente vietato all'atleta dichiarato non idoneo di sottoporsi ad una
seconda visita di idoneità presso un'altra struttura. Nel caso in cui ciò
avvenga, si evidenzia che:
a) il secondo certificato, privo di valore legale, non può essere accettato
dalla Società Sportiva di appartenenza, che è civilmente e penalmente
responsabile della validità della certificazione dei propri tesserati
b) l'onere di tale certificazione, se effettuata in regime di convenzione, sarà
a totale carico della Società Sportiva che richiede indebitamente la seconda
visita.
DICHIARAZIONE Legge 675/96
1) APPARATO CARDIOVASCOLARE (vedi: "Protocolli cardiologici per il giudizio di idoneità allo sport agonistico 2003")
Dott. Giulio Guerrini
(per approfondimenti vedi: "Linee Guida per la Concessione dell'Idoneità all'attività sportiva ed il monitoraggio degli atleti affetti da malattie del Sistema Endocrino" - Medicina dello Sport - Volume 60, n° 3 - Settembre 2007)
Generalità
L'esercizio fisico, attraverso lo stress ed il lavoro muscolare, attiva i
meccanismi neuroendocrini fisiologici: tutte le ghiandole endocrine
dell'organismo, insieme a numerose componenti neurovegetative ed immunitarie,
concorrono a provocare una situazione più o meno stressante, come quella che può
avere una persona prima di una prova sportiva.
La prima risposta allo stimolo stressante avviene per attivazione del sistema
nervoso simpatico (SNS), cui segue una risposta ipotalamo ipofisaria e
successivamente della midollare del surrene.
L'attivazione del Sistema Nervoso Centrale (SNC) provoca un rilascio di
adrenalina e noradrenalina attraverso le terminazioni nervose e la midollare del
surrene; questo rilascio è proporzionale sia all'intensità che alla durata
dell'esercizio fisico: i maratoneti hanno fatto registrare incrementi dei
livelli ematici di catecolamine fino al 600% dei valori basali.
L'adrenalina, in questi casi, provoca un'accelerazione della frequenza cardiaca
ed una vasocostrizione selettiva, che convoglia una maggiore quantità di sangue
verso il circolo muscolare; inoltre stimola la glicogenolisi e la lipolisi,
rendendo disponibili zuccheri ed acidi grassi liberi e quindi favorendo un
aumento della spesa energetica. L'allenamento provoca una diminuzione
dell'attività simpatica.
ACTH
L'ipotalamo controlla con i suoi releasing
hormones (a effetto favorente) e inhibiting hormones (a effetto contrario) la
produzione degli ormoni dell'ipofisi anteriore; tra questi, durante l'attività
sportiva, l'ACTH rappresenta il più importante regolatore della funzione
corticosurrenalica.
I fattori ipotalamici più direttamente coinvolti nella secrezione di ACTH sono
due:
- il corticotropo releasing factor (CRF), che stimola la sintesi di
proopiomelanocortina (POMC): è una glicoproteina contenente 263 aminoacidi la
quale, per frazionamento, dà origine a vari frammenti dotati di attività
ormonale: ACTH, lipotropina, b endorfina, encefalina
- la vasopressina (ADH) che agisce sia a livello ipotalamico, liberando CRF, sia
direttamnete sull'ipofisi.
CRF e vasopressina sono presenti negli stessi neuroni ipotalamici che
controllano la secrezione di ACTH e ognuno di essi ha, sulla cellula
corticotropa, recettori propri ben differenziati.
L'ACTH liberato dall'ipofisi stimola, a sua volta, la corteccia surrenale a
produrre non solo cortisolo, ma anche i precursori degli androgeni, degli
estrogeni e l'aldosterone.
Ormone della crescita (GH)
Le funzioni metaboliche svolte da questo ormone schematicamente sono:
- azione anabolica di stimolo della sintesi proteica, che si traduce in crescita
corporea
- stimolo della neoglicogenogenesi epatica, conseguente iperglicemia e
inibizione dell'utilizzazione del glucosio a livello muscolare
- aumento del livello degli acidi grassi liberi e loro utilizzo e ossidazione
nei tessuti.
L'ormone ipotalamico stimolatorio, il GHRH e la somatostatina (SS), di ampia
distribuzione nell'organismo, ad azione inibitoria, sono i maggiori regolatori
della sua secrezione pulsatile. La produzione di GH viene stimolata anche dal
sistema colinergico, dal sistema adrenergico (a), dalla dopamina, dalla galanina,
dagli oppioidi e dagli aminoacidi.
Il picco di risposta del GH all'esercizio fisico avviene tra 30 e 60 minuti
dall'inizio nell'esercizio a lunga durata e dopo 5/15 minuti di recupero nello
sforzo breve; questo aumento risulta nettamente inferiore nell'anziano rispetto
al giovane, direttamente proporzionale all'accumulo di acido lattico nel sangue
ed inversamente proporzionale al grado di allenamento. Non vi sono dubbi che il
GH sia fondamentale per la performance sportiva e che un suo deficit comporti
diminuzione della forza e della massa muscolare.
Endorfine ed Encefaline
I peptidi oppioidi endogeni, le endorfine, le encefaline e la dinorfina, sono
sostanze che si trovano non solo a livello ipotalamico e cerebrale, ma anche
nelle ghiandole endocrine (ipofisi, surreni, ovaie, testicoli) e nel
sistema gastrointestinale. Possiedono proprietà analgesiche e ipotermizzanti,
influiscono sul comportamento e hanno funzioni di neurotrasmettitori e
neuromodulatori.
La risposta della beta endorfina all'esercizio fisico presenta un incremento
maggiore nei maschi e l'aumento di secrezione è direttamente proporzionale
all'intensità dello sforzo, al grado di allenamento, al consumo di ossigeno,
all'aumento della temperatura a livello ipotalamico, alla produzione di acido
lattico a livello muscolare, allo stress.
Mineralcorticoidi e Peptidi Vasoattivi (chinine, chininogeni, renina, angiotensina, ACE)
Questi ormoni regolano il bilancio del sodio, il volume dei liquidi e la
pressione sanguigna.
Durante lo sforzo fisico si verifica una importante perdita di sodio e di acqua
con la sudorazione, un aumento di circolazione sanguigna verso i muscoli con
conseguente riduzione di sodio e di flusso ematico a livello renale; ciò,
associato ad una attivazione simpatica a livello dei recettori beta posti sulle
cellule juxaglomerulari porta ad un rilascio di renina.
Il sistema renina - angiotensina stimola la secrezione di aldosterone,
catecolamine, la produzione di prostaglandine, provoca vasocostrizione; inibisce
invece la secrezione di ACTH. L'aldosterone a sua volta agisce sulle cellule
renali dei tubuli distali favorendo la ritenzione sodica e aumentando
l'escrezione di potassio.
L'allenamento non porta alterazioni dei livelli a riposo di renina e di
aldosterone, come non viene modificata la secrezione di quest'ultimo con
l'utilizzo di beta bloccanti. Si è invece notata una diminuzione di questi ormoni
per sforzi a grandi altitudini.
Vasopressina (ADH)
L'esercizio fisico induce un aumento dei livelli di ADH in modo proporzionale alla durata e alla intensità dello sforzo, stimolando il riassorbimento di acqua a livello dei tubuli distali per mantenere il volume sanguigno circolante.
Ormone Natriuretico Striale (ANP)
Questo ormone aumenta durante lo sforzo, a causa dell'aumento della pressione
atriale provocato dell'aumentato ritorno venoso; concorrono al suo rilascio
l'aumento della frequenza cardiaca, delle catecolamine, dell'angiotensina e
dell'aldosterone.
L'incremento di questa sostanza vasodilatatrice e sodiouretica ben si inserisce
in un modello omeostatico di compenso ad un aumento, durante lo sforzo, di
fattori sodio ritentivi che tendono ad aumentare la pressione arteriosa.
Glucocorticoidi
Numerosi sono gli steroidi estratti dal tessuto corticale del surrene, ma i soli
glucocorticoidi secreti in quantità fisiologicamente significativa sono il
cortisolo ed il corticosterone.
L'ACTH prodotto dall'ipofisi agisce direttamente aumentando il colesterolo
libero e la sua conversione in pregnenolone precursore di tutti gli steroidi.
Il ruolo primario di questi ormoni è di mantenere le riserve di glicogeno nel
fegato ed a livello muscolare; esercitano un effetto anti-insulinico inibendo l'uptake
del glucosio, inibiscono la lipogenesi, hanno un'azione antiinfiammatoria,
riducono il numero dei mastociti secernenti istamina e di eosinofili, deprimono
la steroidogenesi testicolare ed ovarica e la secrezione di GH, PRL, TSH.
Sono indispensabili per mantenere l'attività muscolare: la loro assenza
determina stanchezza, depressione delle attività cerebrali, apatia.
La loro produzione è incrementata dallo stress psicologico, come dimostrato da
un aumento maggiore durante la gara rispetto all'allenamento; esercizi che non
comportano un innalzamento della temperatura corporea (nuoto, sport in ambienti
freddi) portano ad una netta riduzione di risposta del cortisolo e delle
catecolamine; si è riscontrato altresì un aumento della secrezione basale in
atlete con amenorrea: in queste può mancare il picco di cortisolo in risposta ad
esercizio intenso, forse per una cronica elevazione di ACTH (dimostrato nelle
cicliste) con una disregolazione ipotalamica complessa comportante il disturbo
mestruale.
Asse Ipotalamo - Ipofisi - Gonadi
L'ipotalamo rappresenta il centro di afferenza di molteplici stimoli
neuroendocrini, in grado di modulare l'attività del gonadotropin releasing
hormone (GnRH) principale attivatore della secrezione ipofisaria, dell'ormone luteinizzante (LH) e di quello follicolo stimolante (FSH).
Nell'uomo l'FSH agisce a livello delle cellule del Sertoli favorendo le
reazioni metaboliche che forniscono substrati energetici alle cellule germinali,
l'LH è necessario per la formazione degli ormoni androgeni. Non si hanno,
ancora, dati certi sugli effetti dell'esercizio fisico sulla secrezione di
gonadotropine. L'LH appare significativamente ridotto negli atleti
parallelamente ad aumento degli oppioidi endogeni inibenti la sua secrezione.
L'esercizio fisico di breve durata induce un aumento di testosterone correlato
alla durata e intensità dell'esercizio: lo sforzo prolungato non eccessivo
aumenta la secrezione fino al 22%, lo sforzo intenso breve non la modifica. L'androstenedione ha la tendenza ad aumentare dopo esercizio fisico acuto del 30%
circa.
Questi aumenti ormonali con un LH che si riduce sembrerebbero legati ad un
ridotto catabolismo degli stessi a livello epatico.
Nella donna FSH e LH regolano la ciclicità mestruale, questa a sua volta è
altamente sensibile allo stress psicofisico con alterazioni che facilmente si
ritrovano in atlete di alto livello (ritardato menarca, amenorrea primaria e
secondaria). Queste anormalità generalmente originano da una soppressione della
secrezione pulsatile di GnRH con conseguente caduta delle gonadotropine. Negli
sport in cui viene enfatizzato il basso peso corporeo (ginnastica, fondo, danza
ecc.) gli estrogeni sono a livelli minimi, come pure l'ormone leptina, proteina
secreta dagli adipociti in relazione agli accumuli di grasso e alla richiesta di
energia.
è dato certo che nelle atlete prive di ciclo mestruale il rialzo
diurno di leptina è assente come pure è noto che le cellule ipotalamiche
secernenti GnRH contengono recettori per la leptina. In altri sport, come il
nuoto, dove la forza è più importante della magrezza il profilo endocrino è
caratterizzato da un aumento degli androgeni in particolare del DHEA-S più che
da bassi livelli estrogenici con i conseguenti disordini mestruali.
Prolattina (PRL)
I dati sono molto discordanti per quanto riguarda la secrezione di prolattina nello sport: vi è un notevole aumento nei maschi che praticano sport di resistenza e nei subacquei di entrambi i sessi; nelle donne i risultati degli studi non hanno evidenziato valori univoci.
SI PUò ANCORA PARLARE DI SISTEMA ENDOCRINO?
L' esistenza di un asse di connessione fra i sistemi endocrino, immunitario e
nervoso sostenuti da messaggi trasmessi da ormoni, citochine, neuropeptidi,
prostaglandine e leucotrieni ha dato luogo ad una nuova branca della biologia
chiamata neuroendocrinologia. Questo è fondato sul fatto che le cellule del
sistema immunitario producono ormoni peptidici che in precedenza si ritenevano
ristretti al sistema neuroendocrino.
I più studiati tra gli ormoni neuroendocrini prodotti dai leucociti sono i
peptidi derivati dalla POMC comprendenti l'ACTH, le endorfine e le encefaline,
che vengono rilasciati dagli immunociti a seguito di infezioni. Questi peptidi
sono identici a quelli di origine ipofisaria; d'altronde, non solo questi
peptidi, ma anche i relativi recettori sono presenti nel sistema immunitario.
Così, la regolazione del sistema immunitario può avvenire attraverso sostanze
endogene o attraverso influenze esogene da parte del sistema neuroendocrino.
Inoltre, la presenza di ormoni neuroendocrini nel sistema immunitario
rappresenta un meccanismo mediante il quale quest'ultimo può interagire
reciprocamente col sistema neuroendocrino.
Il diabete mellito insulino-dipendente
è l'endocrinopatia più frequente in età evolutiva. Tale patologia, con un buon controllo metabolico, ottenuto con costante impegno terapeutico, non preclude nessuna attività sportiva amatoriale e, tranne che in alcuni casi, agonistica (1).
Uno degli atleti più forti della nazionale di
sci di fondo danese come altri campioni di diverse pratiche
agonistiche, compreso un famoso calciatore del Manchester United, sono diabetici.
L'attività fisica permette al paziente diabetico di conservare una buona
funzionalità cardiocircolatoria e respiratoria, di incrementare la performance
muscolare, di ridurre il tasso ematico dei trigliceridi e del colesterolo ed
infine di diminuire il fabbisogno insulinico per una maggiore sensibilità
tissutale (2, 3).
All'inizio dell'attività fisica il muscolo utilizza dapprima il suo glucosio ed
in seguito inizia a convertire il glicogeno in glucosio per ottenere l'energia.
Un adulto di 70 Kg ha circa 1100 Kcal di scorta come glicogeno muscolare ed
altre 500 Kcal nel fegato. Ma nel bambino o nell'adolescente queste scorte sono
molto inferiori; inoltre il muscolo non contiene l'enzima glucosio-6-fosfatasi,
per poter convertire il G6P in glucosio; quindi lo può solo convertire in
piruvato da utilizzare, ma non può far uscire glucosio per prevenire
l'ipoglicemia.
Oltre ad utilizzare il suo glicogeno il muscolo assorbe glucosio dal circolo se
è presente insulina; come la glicemia inizia a scendere si sopprime l'insulina
ed aumenta il glucagone. Questo fa aumentare la gluconeogenesi epatica, cioè la
sintesi di glucosio a partire da lattato, aminoacidi, piruvico e glicerolo;
aumenta anche la glicogenolisi.
Proseguendo l'attività fisica, entrano in gioco altri ormoni contro-regolatori
oltre al glucagone: GH, cortisolo e catecolamine. Questi ormoni stimolano la
lipolisi, che a sua volta procura NEFA da bruciare e rende disponibile glicerolo
da convertire in glucosio.
A questo punto l'effetto globale è quello di una graduale riduzione della
captazione di glucosio da parte del muscolo con stimolo di lipolisi ed
assorbimento di NEFA.
Tali modificazioni del metabolismo glucidico sono ancor più importanti nei
bambini, che utilizzano maggiormente la via aerobica, quella che usa più i
grassi che gli zuccheri, durante l'attività sportiva.
A lungo termine, l'allenamento porta ad una utilizzazione dell'energia più
efficiente, attraverso un aumento degli enzimi mitocondriali, del numero del
fibre "lente", dei neo-capillari muscolari, dei trasportatori di membrana del
glucosio, migliorando così la sensibilità all'insulina.
Per l'assetto lipidico, nei soggetti sani e nei diabetici (purché trattati con
insulina), si osserva un aumento del colesterolo HDL e diminuzione di quello
LDL. è stato ipotizzato che questa azione sia mediata da una aumentata
sensibilità dei recettori periferici per le catecolamine, i cui livelli
plasmatici aumentano durante l'esercizio fisico, con attivazione delle lipoprotein-lipasi. L'allenamento, oltre a ridurre il rischio di complicanze
cardiovascolari attraverso questo miglioramento dell'assetto lipidico
plasmatico, determina un miglioramento della sensibilità globale all'insulina,
riducendone i livelli o comunque il fabbisogno. Minori livelli di insulina
circolante (questo vale per il diabete tipo 2 spesso iperinsulinemico ed
insulino-resistente) o un minor fabbisogno significano una riduzione a livello
tissutale di un potente ormone aterogeno.
La
legge 115/87 opportunamente sottolinea la necessità di istituire
un'organizzazione atta a favorire l'inserimento del giovane diabetico nelle
attività sportive, previo rilascio della certificazione del medico diabetologo.
Particolare di rilievo è la maggiore socializzazione che il giovane diabetico
può acquisire quando è inserito in un ambiente sportivo.
Il ruolo del medico diabetologo è quindi di favorire l'inserimento del paziente
diabetico nello sport, individuando tuttavia le situazioni cliniche legate alla
malattia diabetica che possono sconsigliare l'attività sportiva agonistica.
L'attento autocontrollo dell'equilibrio glicemico, ottenuto con l'esecuzione di
quotidiani rilievi (2 - 3 volte/die) della glicemia capillare e dei test urinari,
nonché con un appropriato schema dietetico e insulinico, permette al giovane
diabetico di ridurre il rischio a breve e lungo termine delle complicanze
diabetiche.
Le maggiori complicanze della malattia diabetica sono distinte in metaboliche
(alterazioni dell'equilibrio glico - metabolico; coma diabetico ipoglicemico) e
vascolari (microangiopatia e macroangiopatia, ossia sofferenza rispettivamente
dei piccoli e dei grandi vasi sanguigni). Le complicanze microangiopatiche, più
frequenti in età giovanile rispetto alle complicanze macroangiopatiche,
comportano alterazioni funzionali a carico di occhio, rene, sistema nervoso
periferico e autonomico.
La retinopatia è ancora oggi una delle complicanze più gravi della malattia: in
pazienti diabetici da più di 15 anni, la prevalenza della retinopatia è
superiore al 60% e tale condizione è ampiamente dimostrato essere in relazione
allo scarso controllo glicemico, espresso da elevati valori di emoglobina
glicosilata.
La nefropatia diabetica, sindrome caratterizzata da proteinuria > 0.5 gr/24 ore
e riduzione del tasso di filtrazione glomerulare correlabile con un incremento
della pressione arteriosa, è presente nel 30-40% dei diabetici, con un picco di
incidenza dopo 12 anni di malattia (4, 5).
La neuropatia diabetica, poco presente in età pediatrica e adolescenziale,
comprende lesioni a carico del sistema nervoso (SN) classificate come
mononeuropatie e polineuropatie del SN somatomotorio e autonomico. Le
manifestazioni cliniche del sistema nervoso autonomico sono caratterizzate da
segni di ipotensione ortostatica e da riduzione della soglia di dolore.
In età giovanile le complicanze microangiopatiche sono relativamente frequenti
all'indagine strumentale, mentre le manifestazioni cliniche presentano
prevalenza molto bassa.
Il medico diabetologo, ai fini del rilascio della certificazione per l'idoneità
all'attività sportiva agonistica, impartita adeguata istruzione sulla malattia
diabetica, deve esercitare un costante controllo della gestione domiciliare del
diabete, eseguendo visite ambulatoriali trimestrali per analizzare i valori
glicemici annotati dal paziente su un apposito diario.
Il dosaggio trimestrale dell'emoglobina glicosilata e della fruttosamina
indicherà il grado di controllo glicometabolico. Qualora si verificasse la
presenza di elevati valori di emoglobina glicosilata e fruttosamina ed in
presenza di ricorrenti ipoglicemie, il medico diabetologo dovrà invitare il
paziente ad un miglior autocontrollo della malattia diabetica e attendere che
l'equilibrio glicemico del paziente migliori per rilasciare la richiesta
certificazione per l'attività sportiva agonistica.
Al paziente diabetico pubere con durata di malattia superiore ai 5-6 anni
dovranno essere richiesti accertamenti strumentali utili ad identificare la
possibile presenza di precoci anomalie a carico di rene, occhio, sistema nervoso
autonomico e periferico. Al riguardo bisognerà sottoporre il giovane diabetico
a:
1. dosaggio dell'escrezione urinaria di albumina (eseguito su tre raccolte di
urina)
2. esecuzione dell'esame del fondo dell'occhio e se necessario della
fluorangiografia per escludere la presenza di alterazioni del microcircolo
retinico
3. esecuzione dell'elettroneurografia (consente la misurazione della velocità di
conduzione sensitiva e motoria) e di prove di stimolazione del sistema nervoso
neurovegetativo.
Qualora i risultati siano nella norma si dovrà programmare la ripetizione delle
sopraelencate indagini strumentali con scadenza non inferiore all'anno.
In presenza di proteinuria clinica e/o di retinopatia proliferante e/o di
neuropatia clinica periferica o autonomica, il medico diabetologo dovrà in linea
di massima sconsigliare l'attività sportiva agonistica in particolare gli sport
isometrici durante i quali si osservano elevati incrementi della pressione
arteriosa (6, 7).
Numerosi studi hanno dimostrato una correlazione fra sforzo fisico, aumento
della pressione arteriosa, incremento della proteinuria (tale fenomeno sembra
essere dovuto all'incapacità da parte della membrana basale di trattenere
l'albumina quando è presente un aumento della pressione di filtrazione durante
l'esercizio fisico) e aggravamento del danno a carico dei capillari retinici.
Le alterazioni del sistema nervoso autonomico sono responsabili di un mancato
adeguamento della frequenza cardiaca alle esigenze cardiocircolatorie durante
esercizio fisico e in rari casi in presenza di una documentata grave sofferenza
neurovegetativa, di infarto miocardico silente (8).
Indipendentemente dal controllo metabolico e dalla presenza o assenza di
eventuali complicanze a carico dei diversi apparati, l'idoneità all'attività
sportiva agonistica per taluni sport che espongono il praticante a difficili
situazioni ambientali e a rischio, connesse all'uso di mezzi meccanici o a
importanti traumatismi, potrà essere autorizzata solo dopo un'attenta
valutazione del singolo caso e in collaborazione con il medico dello sport: sport
subacquei e nuoto in mare, lotta greco-romana, arti marziali e pugilato, bob,
slittino, discesa libera, salto con sci da trampolino, motociclismo, vela (in
solitaria), motonautica, canoa fluviale, volo a motore, volo a vela, deltaplano,
paracadutismo. In caso di diabete mellito insulino-dipendente, non si potrà
praticare l'automobilismo.
Chiaramente la certificazione di idoneità sarà possibile solo per quei pazienti
che abbiano dimostrato da mesi una sufficiente stabilità nel controllo della
malattia, soprattutto siano culturalmente in grado di adeguare la posologia
insulinica al diminuito fabbisogno cui andranno incontro col progredire
dell'allenamento.
Mentre in condizioni fisiologiche l'esercizio fisico inibisce e sopprime la
produzione endogena di insulina prevenendo l'ipoglicemia che potrebbe
manifestarsi di mano a mano che il muscolo consuma le sue scorte ed utilizza il
glucosio in circolo, un tale meccanismo non può funzionare per l'insulina
somministrata.
Se da un lato il rischio di episodi ipoglicemici durante la pratica sportive è
minimizzabile riducendo la posologia dell'insulina e facendo precedere la
prestazione da un pasto ipercalorico 2-3 ore prima, d'altra parte è vero che
l'atleta diabetico che inizi l'esercizio fisico intenso in condizioni di
iperglicemia marcata o di iniziale ketonemia andrà incontro a serie complicanze
con deterioramento metabolico e ketoacidosi.
Dunque il percorso da seguire dovrebbe essere quello di individuare dei pazienti
con uno stato metabolico sufficientemente stabile, che abbiano dimostrato di
essere affidabili nel seguire le raccomandazioni e che siano disposti ad andare
incontro ad un programma di graduale aumento del carico di allenamento e di
saper adeguare , sotto la guida dello specialista, la terapia insulinica alle
prevedibili minori richieste dell'organismo.
è prevedibile che la diffusione, ora appena agli inizi, delle minipompe per
l'infusione sottocutanea continua di insulina, possa facilitare nell'atleta
diabetico un miglior controllo glicemico assicurando la presenza continua di
quei livelli "basali" di insulinemia che sono sufficienti ai tessuti per inibire
la lipolisi, evitando inoltre di avere in circolo ancora eccessive quantità di
insulina alcune ore dopo i pasti, come avviene ora con l'insulina in boli
sottocutanei.
Conferita al giovane diabetico l'idoneità alla pratica sportiva agonistica, il
diabetologo deve necessariamente istruire il paziente sulle modificazioni da
apportare allo schema insulinico e dietetico in relazione all'intensità ed alla
durata dell'esercizio fisico compiuto che può determinare ipoglicemia acuta o
tardiva, per rapido consumo di zucchero, oppure iperglicemia, in condizioni di
relativa carenza insulinica, quando lo stress fisico-agonistico determina una
massiva liberazione in circolo di catecolamine con effetto iperglicemizzante.
Fermo restando il concetto di variabilità metabolica individuale, il diabetologo
deve suggerire al paziente di effettuare una preventiva diminuzione del dosaggio
insulinico in caso di attività sportiva intensa e/o prolungata e di monitorare
le glicemie prima e dopo l'esercizio.
L'assunzione del pasto dovrà essere eseguita 3 ore prima dell'esercizio fisico;
importante è suggerire un supplemento alimentare 30 minuti prima dell'attività
sportiva, ogni 30-45 minuti se l'esercizio e intenso e prolungato e nelle
successive 12-24 ore.
Il giovane diabetico già idoneo all'attività sportiva agonistica deve essere
sconsigliato ad eseguire allenamenti o gare in presenza di iperglicemia grave e
acetonuria (come può verificarsi in corso di malattie febbrili intercorrenti)
poiché in tale condizione l'esercizio fisico intenso determina un ulteriore
aggravamento dello squilibrio glicometabolico.
Pubblichiamo di seguito il fac-simile del modulo che deve essere compilato dal diabetologo curante, annualmente, prima di effettuare la visita per l'idoneità alla pratica sportiva agonistica, in accordo alla legge 115/87.
|
Modulo di richiesta di idoneità alla pratica sportiva agonistica di soggetto diabetico
Al Medico Diabetologo Curante o Al Medico Responsabile dei Servizi Specialistici Diabetologici
Oggetto: Idoneità alla pratica sportiva agonistica di soggetto diabetico.
Il signor ………………………………………………………………………………………………...............................
Nato a …………………………………………………… il ………………………………………….............................
È stato sottoposto in data odierna a visita medico-sportiva al fine di accertare la sua
idoneità alla pratica sportiva agonistica del .....……………………………………………………………………
Poiché l'interessato risulta essere diabetico, ai sensi dell'articolo 8, comma 2 della legge 16.03.87, n° 115, si richiede il previsto certificato attestante lo stato di malattia diabetica compensata, nonché la condizione ottimale di autocontrollo e di terapia dell'interessato.
Si precisa che la mancata presentazione di detta certificazione preclude la possibilità di rilascio da parte di questo Istituto del certificato di idoneità fisica alla pratica sportiva agonistica specifica.
Distinti saluti.
Firma dello Specialista in Medicina dello Sport
_________________________
|
BIBLIOGRAFIA
Horton E.S.: Role and management of exercise in diabetes mellitus - Diabetes Care 11: 201-11, 1988.
BaevreH., Sovik O., Wisness A. et al.: Metabolic response to physical training in young insulin-dipendent diabetics - Scandinavian J Clinical Laboratory and Investigation 45: 109 – 14, 1985.
Stratton R., Wolson D.P., Endres R.K. et al.: Improved glycemic control after supervised 8 –week exercise program in insulin-dipendent diabetic adolescents - Diabetes Care 10: 589-93, 1987.
Dorchy H., Poortmans J.: Sport and diabetic child - Sports Medicine 7: 248-262, 1989.
Poortmans J., Labilloy D.: The influence of work intensity on post-exercise proteinuria - Eur. J. Appl. Phys. 57: 260-63, 1988.
Mogensen S.E., Vittinghus E.: Urinary albumin excretion during exercise in juvenile diabetics - Scandinavian J Clinical Laboratory and Investigation 35: 295-300, 1975.
Poortmans J., Waterlot B., Dorchy H.: Training effect on post-exercise microproteinuria in tipe I diabetic adolescents - Pediatric and Adolescent Endocrinology 17: 166-172, 1988.
Friedman N.E., Levitsky L., Edidin D. et al.: Echocardiographic evidence of impaired myocardial performance in children with type I diabetes mellitus - Am. J. Med 73: 846-50, 1982.
Dott. Giuseppe Oppizzi, Divisione di Endocrinologia, Ospedale Niguarda, Milano
Generalità
Le patologie tiroidee sono il secondo gruppo di malattie endocrine in ordine di incidenza, dopo il diabete, con un rapporto di 2 a 10 tra maschi e femmine.
Ipotiroidismo
Il discorso è assolutamente semplice: qualunque ne sia stata la causa, una volta riconosciuto e trattato adeguatamente con l'ormone tiroideo sintetico, nel giro di alcuni mesi al massimo tutte le alterazioni metaboliche che erano presenti sono completamente recuperate. Il monitoraggio della adeguatezza della terapia sostitutiva, effettuato attraverso il controllo periodico dei livelli di TSH che dovranno essere nel range normale, ci garantisce che tutti i tessuti, compreso quello muscolare e cardiaco, ricevano un fisiologico tasso di ormoni. Pertanto a tutti gli effetti questi soggetti devono essere considerati del tutto normali e ci si attende che anche le loro prestazioni atletiche siano paragonabili a quelle degli altri sportivi.
Ipertiroidismo
In questo caso il discorso è più complicato, l'azione della malattia ha
depauperato le fibre muscolari che risultano ridotte di massa e di efficienza;
lo stesso muscolo miocardio ne risente e la sua performance è inferiore alla
situazione pre - malattia. I due fattori determinanti da considerare sono:
-
la durata di malattia non trattata
- il livello di ormoni tiroidei circolanti, espressione del grado di gravità.
La prosecuzione dell'attività sportiva in questi pazienti (se già erano atleti)
o l'inizio di essa (se lo volessero diventare) è del tutto controindicata in
quanto potrebbe ulteriormente aggravare la malattia stessa.
Trattandosi di malattia benigna e ben curabile nella grande maggioranza dei
pazienti, questa non idoneità avrà valore temporaneo: una volta riequilibrata la
situazione con un trattamento farmacologico adeguato, bisognerà trascorrere un
adeguato periodo di convalescenza per recuperare le masse muscolari perse: in
seguito sarà certamente possibile riavere l'idoneità, anche agonistica, per
continuare l'allenamento e le gare.
Dott.ssa Paola D'Ambrosio Azienda Ospedaliera di Legnano - Dipartimento ASSI di Magenta

Negli ultimi anni i molti cambiamenti socio-culturali hanno sicuramente
modificato lo "status" della donna in gravidanza: la diversa considerazione con
la quale viene vista una gravidanza fa parte dell'evoluzione della nostra
società.
Negli anni '30 si è iniziato a consigliare alle donne una regolare attività
fisica in gravidanza ed i medici hanno iniziato a riscontrarne gli effetti
positivi; nel nord Europa nacquero i primi corsi di ginnastica preparatoria al
parto: da allora, l'idea che l'esercizio fisico sia in grado di apportare
effetti benefici è rimasta radicata nell'ambiente ostetrico/ginecologico.
Dal
concepimento al parto, la durata della gravidanza è di 40 settimane di
gestazione, suddivisibili in tre trimestri, nel corso dei quali la mamma e il
"suo piccolo" vanno incontro ad una serie di sensibili cambiamenti non soltanto
anatomici ma soprattutto fisiologici e metabolici.
L'adattamento materno alla gravidanza costituisce perlopiù una risposta agli
stimoli inviati dal feto alla madre e coinvolge tutti gli apparati. Queste
modificazioni creano un equilibrio stretto e delicato tra l'ambiente materno e
l'ambiente fetale; a volte una patologia preesistente, anche misconosciuta, può
diventare più evidente o peggiorare.
Pertanto appare chiaro come una qualsivoglia attività fisica, leggera o
impegnativa, possa condizionare questo equilibrio.
In
letteratura non ci sono dati definitivi sul tema specifico, non esiste un
decalogo: il dogma fondamentale rimane il "buon senso".
In ogni caso, nel definire i limiti di sicurezza, ovviamente per una gravidanza
a decorso fisiologico, è importante considerare:
1. il livello di pratica sportiva precedente alla gravidanza: coloro che
praticavano sport a livello agonistico avranno più possibilità di poter
continuare una regolare attività fisica in sicurezza, rispetto alle donne che
svolgevano un'attività fisica più o meno costantemente, praticando jogging,
tennis, palestra; andrà posta più attenzione ancora nel valutare coloro che non
avevano mai svolto attività fisica e che in gravidanza chiedono di poter
frequentare un corso di ginnastica libera
2. la tendenza individuale a sviluppare ipoglicemia o disidratazione: l'atleta
gestante modifica anche i propri bisogni nutrizionali e più facilmente può
risentire di perdite di liquidi e di consumo di zuccheri; inoltre l'utilizzo
periferico delle riserve circolanti di glucosio durante l'attività fisica,
potrebbe ridurne la disponibilità per il feto
3. il clima nel quale viene effettuata l'attività fisica, in rapporto alla
temperatura ed alle condizioni di umidità, per non rischiare alterazioni della
termoregolazione.
Pertanto possiamo consigliare:
I Trimestre
Non c'è nessun dato che metta in correlazione un aumentato rischio di aborto spontaneo con un'attività fisica, anche a livello agonistico: una gravidanza fisiologica non prevede l'interruzione dello sport praticato: la percezione dell'affaticamento è il parametro fondamentale che deve essere tenuto sempre in considerazione. L'esercizio sostenuto determina una vasodilatazione a carico del circolo muscolare e cutaneo con possibile riduzione dell'apporto ematico placentare o sviluppo di contrazioni uterine. L'interruzione immediata è indicata per chi pratica sport che prevedono contatti violenti o che abbiano un alto rischio di traumi addominali. (rugby, boxe etc.); una semplice cautela va adottata negli sport nei quali, soprattutto durante gli allenamenti, si utilizzi in continuazione la muscolatura addominale e negli sport in cui i salti siano frequenti.
II Trimestre
Dalla 22a settimana di gestazione, per ovvie modifiche anatomiche e quindi
cambiamenti fisio-metabolici, è sconsigliata la prosecuzione dell'attività
agonistica per l'intensità e la frequenza degli allenamenti che essa richiede.
Aumenta il rischio di traumi accidentali, derivante sia da una maggiore lassità
delle articolazioni, dovuta ai livelli di relaxina circolanti, sia da
un'alterazione della statica, dovuta all'incremento ponderale ed al dislocamento
del baricentro.
Occorre evitare esercizi che determinano uno stiramento massimale delle
articolazioni, apnee prolungate, esercizi che prevedono la posizione supina e la
manovra di Valsalva.
Quindi si dovrebbe passare ad una "ginnastica soft": camminata veloce, nuoto,
cyclette.
III Trimestre
La riduzione dell'apporto placentare di sangue e di zuccheri potrebbe
determinare di riflesso un ritardo di crescita fetale, che peraltro non è mai
stato definitivamente dimostrato; inoltre potrebbe in teoria causare alterazioni
vascolari, alterazioni emodinamiche, modificazioni della pressione arteriosa,
etc.
Andando avanti verso il termine della gravidanza, i limiti di movimento sono
dati da motivazioni anatomiche e da una postura alterata, che rendono difficile
un approccio "naturale" all'attività fisica. Si è rilevato, anche se non in modo
significativo, un aumentato rischio di rottura prematura delle membrane, forse
per un aumento di rilascio di catecolamine che potrebbero indurre un'attività
contrattile uterina.
Pertanto le attività tollerate si restringono al nuoto dolce e alla camminata,
anche veloce.
Particolare attenzione all'attività fisica andrà posta nei seguenti casi:
- ipertensione arteriosa indotta dalla gravidanza
- dismetabolismo glucidico indotto dalla gravidanza (diabete gravidico)
- ritardo di crescita fetale già diagnosticato
- oligoidramnios
- placenta previa
- rottura intempestiva delle membrane
- incompetenza cervicale, cerchiaggio
- minaccia di aborto, anche nel corso della gravidanza precedente
- minaccia di parto prematuro
- sanguinamenti vaginali
- frequenti episodi di cefalea, epigastralgia, fotopsia
In conclusione, un'attività fisica in
gravidanza, nei tempi e nei modi prestabiliti dal proprio curante, è in grado di
comportare indubbi vantaggi:
- un miglioramento della funzionalità cardiovascolare
- una riduzione dell'aumento di peso e della massa grassa
- una riduzione del rischio di intolleranza glucidica
- il mantenimento di una migliore condizione fisica, con un recupero puerperale
più rapido
- una riduzione dell'incidenza della depressione post-partum
- il feto pare reagire meglio allo stress fisiologico del travaglio e del parto.
Dottor Roberto Meazza - Dirigente Medico Divisione di Cardiologia Istituto Nazionale Tumori - Tutor Universitario di Patologia e Clinica Cardiovascolare della II Scuola di Specializzazione in Cardiologia dell'Università di Milano

Quando parlare di ipertensione arteriosa: l'attuale classificazione
L'ipertensione arteriosa è una condizione patologica estremamente diffusa e
rappresenta il più importante fattore di rischio cardiovascolare.
Riconoscere, valutare e trattare l'ipertensione arteriosa è per questo un
obiettivo fondamentale, sia perché ciò consente di prevenire gli eventi
cardiovascolari maggiori che da essa possono derivare, sia perché ciò rende
possibile limitare ed anche invertire il danno d'organo che spesso si associa.
Negli ultimi cinquant'anni, un atteggiamento corretto della classe medica, unito
ad una buona informazione ed educazione della popolazione hanno dato l'ottimo
risultato di ridurre progressivamente la mortalità cardiovascolare pressoché in
tutto il mondo (1).
La strettissima correlazione tra pressione arteriosa e rischio di patologia
cardiovascolare ha dato origine negli ultimi anni a definizioni e
classificazioni di ipertensione elaborate da diverse autorità nazionali ed
internazionali.
Al fine di eliminare elementi di confusione e fornire un punto di riferimento
utile e pratico ai medici, l'OMS e la Società Internazionale dell'Ipertensione
(ISH) hanno elaborato una classificazione (Tab. 1) e delle linee guida che
attualmente dovrebbero essere considerate il punto di riferimento per tutti
coloro che si occupano di ipertensione arteriosa (2).
Si potrebbe pertanto definire ipertensione arteriosa una pressione sistolica
maggiore di 140 mmHg e/o una pressione diastolica maggiore di 90 mmHg in
individui che non stanno assumendo farmaci antiipertensivi.
|
LINEE GUIDA 1999 WHO/ISH |
|
|
OTTIMALE |
< 120/80 |
|
IPERTENSIONE DI GRADO 1 |
140-159
/90-99 |
|
IPERTENSIONE SISTOLICA ISOLATA |
>140 < 90 |
Tabella 1
Prevalenza dell'ipertensione arteriosa
La prevalenza dell'ipertensione arteriosa è stata indagata in numerosi studi
epidemiologici condotti in nazioni differenti e su popolazioni diverse per
razza, età e condizioni sociali.
Il confronto tra questi dati spesso è reso complicato da una serie di problemi
metodologici come ad esempio l'età della popolazione osservata e addirittura la
definizione di ipertensione.
Se ad esempio si dovesse considerare come limite soglia della normalità i valori
di 140/90 mmHg la prevalenza dell'ipertensione sarebbe compresa tra il 15 ed il
30% della popolazione generale. Queste percentuali però si modificano
sostanzialmente se nelle osservazioni inseriamo ad esempio i soggetti più
anziani oppure quelli con altri fattori di rischio, per i quali il limite
numerico di 140/90 non è più corretto.
Per il nostro interesse sono molto utili i dati fornitici dall'Osservatorio
Cardiovascolare per l'Italia e dal NHANES (National Healt And Nutritional
Examination Survey ) per gli Stati Uniti che hanno considerato la prevalenza in
popolazioni di differenti etnie, che vivono in realtà industrializzate
(3,4).
Prevalenza nello sportivo
Anche se gli studi a riguardo sono molto più limitati, si può dire che la
prevalenza dell'ipertensione arteriosa è molto più bassa nella popolazione
sportiva, e in particolar modo negli atleti.
Da indagini epidemiologiche condotte in Italia in una popolazione sportiva
giovane, non selezionata, la prevalenza dell'ipertensione arteriosa è risultata
dell'1.2%. Analogamente nella popolazione adulta che pratica sport la prevalenza
dell'ipertensione appare bassa, risultando pari al 3%.
I dati riguardanti gli atleti, osservati su una popolazione compresa tra i 18 e
i 30 anni, evidenziano una incidenza di ipertensione arteriosa che interessava
appena lo 0,1% (5).
Ulteriori dati epidemiologici indicano come nella popolazione sportiva non solo
vi sia una più bassa prevalenza dell'ipertensione arteriosa rispetto alla
popolazione generale, ma anche una minor tendenza all'incremento dei valori
pressori con l'avanzare dell'età.
Questo interessante aspetto è stato confermato in uno studio osservazionale
condotto in Germania negli anni ottanta su circa 800 sportivi di sesso maschile
di differenti fasce di età (tra i 14 e i 59 anni).
I dati rivelano ipertensione arteriosa a riposo circa nel 3,8% dei soggetti
esaminati.
Suddividendo questi sportivi in vari gruppi di età, la prevalenza risulta dello
0.4% tra i 14 e i 19 anni; del 2.7% tra i 20 e i 29 anni; del 4.4% tra i 30 e i
39 anni; dell'8.7% tra i 40 e i 49 anni; dell'11.4% tra i 50 e i 59 anni
(6).
Inquadramento clinico del soggetto iperteso
La corretta ed attuale valutazione clinica del paziente iperteso deve avere come
scopo questi obiettivi:
- confermare che esiste un aumento stabile della pressione arteriosa e
determinarne il livello
- escludere o identificare le cause secondarie di ipertensione
- determinare la eventuale presenza di danno d'organo e quantificarne la gravità
- identificare la presenza di altri fattori di rischio cardiovascolare e di
condizioni cliniche associate
- stratificare il rischio e la prognosi per garantire ad ogni paziente il
trattamento più idoneo.
è molto importante sottolineare che le nuove Linee Guida indicano che il valore
di pressione arteriosa a cui si dovrebbe mirare nella cura di un iperteso non è
un numero fisso, ma dipende dalla stima del rischio cardiovascolare globale del
singolo paziente (7,8).
Di fronte ad un soggetto con valori pressori superiori ai limiti classificati
come normali, bisogna valutare tutte le caratteristiche cliniche di questo
soggetto per poter "stratificare il suo rischio cardiovascolare". Si deve poi
procedere in base a questo, per garantirgli la migliore strategia terapeutica
che lo protegga nel tempo in maniera
adeguata.
|
Valori pressori da
raggiungere nel corso del trattamento anti-ipertensivo |
|
|
Popolazione
generale degli ipertesi |
< 140/90 mmHg < 130/85 mmHg < 140/90 mmHg < 130/85 mmHg < 130/85 mmHg < 120/75 mmHg |
Il trattamento dei pazienti con ipertensione non deve più basarsi soltanto sul
livello della pressione arteriosa, ma anche sulla presenza di altri fattori di
rischio, di malattie concomitanti (ad es. il diabete, le malattie
cardiovascolari o renali) di danno d'organo ed anche di caratteristiche
individuali che differenziano ogni individuo. (9)
Questa pratica tabella , parte delle attuali linee guida, fornisce i tutte le variabili da valutare nel quadro clinico di un paziente per poter stratificarne il rischio e decidere poi di conseguenza la terapia da seguire ed i valori di pressione a cui mirare.
|
FATTORI DI RISCHIO CARDIOVASCOLARE |
DANNO D'ORGANO |
CONDIZIONI CLINICHE ASSOCIATE |
|
1. Usati
per la stratificazione del rischio |
·
Ipertrofia ventricolare sinistra (elettrocardiogramma, ecocardiogramma o
radiografia) |
Malattie
cerebrovascolari
Vasculopatie
.
Retinopatia ipertensiva in fase avanzata |
Osservando la tabella fornitaci
dalle linee guida, si può osservare che per poter stratificare il rischio il
medico deve avere a disposizione, oltre ai dati clinici derivanti dall'anamnesi
e dalla visita, le importantissime informazioni che derivano dagli esami
strumentali, nel momento in cui deve valutare l'eventuale presenza di danno
d'organo.
Gli esami strumentali devono essere selezionati dal medico in base alla
necessità ed eseguiti per completare la stratificazione del rischio del singolo
paziente.
Gli esami di laboratorio dovrebbero comprendere il dosaggio del potassio, della
creatinina, della glicemia a digiuno e del colesterolo totale.
Questi esami da considerare di routine dovrebbero includere l'esame delle urine,
con ricerca della presenza di proteine (albuminuria e microalbuminuria) sangue e
glucosio, nonché lo studio microscopico del sedimento (valutazione della
presenza di danno d'organo renale).
Naturalmente in base a quanto emerge dall'anamnesi, dall'esame obiettivo e dagli
esami di routine, a tutto ciò dovrebbero essere aggiunte altre indagini quali il
dosaggio frazionato del colesterolo, delle lipoproteine plasmatiche, dei
trigliceridi plasmatici, dell'uricemia, e di ormoni quali l'attività reninica
plasmatica, l'aldosterone plasmatico e le catecolamine urinarie.
Un elettrocardiogramma basale a riposo andrebbe sempre eseguito (ricerca di
danno d'organo cardiaco).
Il fundus oculi per visualizzare i vasi retinici permette di classificare il
danno al microcircolo (storia di ipertensione non controllata o diabete).
L'ecocardiogramma bidimensionale color Doppler andrà eseguito se la valutazione
clinica del paziente riveli la presenza di un danno d'organo o suggerisca la
possibilità di ipertrofia ventricolare sinistra o di altre malattie cardiache.
Un'aumentata massa del ventricolo sinistro si associa ad aumentato rischio
cardiovascolare e tali informazioni sono utili per decidere se iniziare senza
perdite di tempo il trattamento farmacologico.
L'ecografia Doppler vascolare andrà eseguita nel sospetto di vasculopatia a
carico dell'aorta, delle carotidi ed eventualmente delle arterie periferiche.
L'ecografia renale andrà eseguita se si sospetta una nefropatia o se si sospetta un coinvolgimento delle arterie renali nell'eziologia dell'ipertensione (ipertensione secondaria nefrovascolare).
A questo punto, avendo raccolto tutti i dati che servono è sufficiente inserire il paziente in una casella di rischio, anche questa fornita dalle linee guida internazionali (1).
|
PRESSIONE ARTERIOSA (mmHg) |
|||
|
ALTRI FATTORI DI RISCHIO E STORIA CLINICA |
Grado 1 |
Grado 2 |
Grado 3 |
|
I. Nessun altro fattore di rischio |
RISCHIO BASSO |
RISCHIO MEDIO |
RISCHIO ELEVATO |
|
II. 1-2 fattori di rischio |
RISCHIO MEDIO |
RISCHIO MEDIO |
RISCHIO MOLTO ELEVATO |
|
III. 3 o più fattori di rischio o danno d'organo o diabete |
RISCHIO ELEVATO |
RISCHIO ELEVATO |
RISCHIO MOLTO ELEVATO |
|
IV. Malattie cardiovascolari, renali |
RISCHIO MOLTO ELEVATO |
RISCHIO MOLTO ELEVATO |
RISCHIO MOLTO ELEVATO |
Gruppo a basso rischio
Comprende soggetti maschi al di sotto dei 55 anni di età e femmine al di sotto
dei 65 anni di età con ipertensione arteriosa di Grado 1 e nessun fattore di
rischio cardiovascolare aggiuntivo. Per gli individui di questa categoria, il
rischio di un evento cardiovascolare nei successivi 10 anni è inferiore al 15%.
Il rischio sarà particolarmente basso nei pazienti con ipertensione sottogruppo
borderline.
Gruppo a medio rischio
Comprende pazienti con un ampio intervallo di pressioni arteriose e fattori di
rischio cardiovascolare. Alcuni pazienti hanno valori pressori meno elevati ma
più fattori di rischio aggiuntivi, mentre altri avranno valori pressori più
elevati con nessuno o pochi fattori di rischio.
è il gruppo di pazienti per il
quale la decisione del medico è fondamentale nel determinare i tempi e la
necessità di iniziare una terapia farmacologica .Per gli individui di questo
gruppo, il rischio di un evento cardiovascolare nei successivi 10 anni è di
circa del 15-20%. Il rischio sarà più vicino al 15% in quei pazienti con
ipertensione di Grado 1 ed un solo fattore di rischio.
Gruppo a rischio elevato
Comprende pazienti con ipertensione di Grado 1 o 2 che hanno tre o più fattori
di rischio, diabete o danno d'organo e pazienti con ipertensione di Grado 3
senza altri fattori di rischio. In questi pazienti il rischio di un evento
cardiovascolare nei successivi 10 anni è del 20-30%. Non c'è dubbio sulla
necessità di iniziare immediatamente la terapia farmacologica.
Gruppo a rischio molto elevato
Comprende i pazienti con ipertensione di Grado 3 ed uno o più fattori di
rischio, nonché i pazienti con malattia cardiovascolare clinicamente manifesta o
con malattia renale . Il rischio di eventi cardiovascolari in questi pazienti è
pari al 30% o più nei successivi 10 anni, e ciò significa che essi necessitano
di regimi terapeutici più intensivi da instaurarsi il più rapidamente possibile.
Le linee guida forniscono anche indicazioni sul tipo di terapia da intraprendere
e sulle modalità ed i tempi di controllo nel follow-up del paziente iperteso,
l'argomento esula dallo scopo di questa breve trattazione.
ATTIVITÀ FISICA E IPERTENSIONE
RISPOSTA DELLA PRESSIONE ARTERIOSA
ALL'ESERCIZIO FISICO
La pressione arteriosa e la frequenza cardiaca variano in base alle necessità
dell'organismo e naturalmente durante l'esercizio fisico, modificandosi la
richiesta di ossigeno da parte dei tessuti, il sistema cardiovascolare deve
rispondere in maniera adeguata e garantire con questa variazione fisiologica
l'apporto di sangue richiesto dalla periferia (10).
La risposta all'esercizio fisico dipende da vari fattori tra cui:
- il tipo di esercizio (dinamico o statico)
- la posizione (supina o eretta)
- l'intensità dell'esercizio stesso.
Durante un esercizio dinamico o isotonico (ad esempio la corsa ad andatura non
sostenuta) la pressione arteriosa sistolica (PAS) aumenta progressivamente, in
relazione diretta con l'entità dello sforzo e con l'entità delle masse muscolari
interessate (sebbene l'esercizio con gli arti superiori comporti aumenti
pressori maggiori di quello con gli arti inferiori).
La pressione arteriosa diastolica (PAD), in genere, ha un comportamento
bifasico: inizialmente aumenta, poi scende per carichi di lavoro più elevati per
effetto della riduzione delle resistenze periferiche da vasodilatazione nei
gruppi muscolari impegnati nello sforzo.
Durante l'esercizio statico o isometrico (contrazione muscolare senza
movimento), si osserva un caratteristico progressivo aumento della PAD ed anche
La PAS ha un comportamento analogo indipendentemente dall'entità delle masse
muscolari impegnate.
Durante gli esercizi di tipo "misto", le variazioni pressorie sono correlate
all'entità delle componenti isometriche e isotoniche che compongono l'esercizio
stesso.
I meccanismi fisiopatologici che sono alla base di questo differente
comportamento dei valori pressori, sono profondamente diversi.
L'esercizio dinamico o isotonico provoca un'elevazione della PAS prevalentemente
ricollegabile ad iperstimolazione simpatica del sistema cardiocircolatorio con
aumento della frequenza cardiaca, del volume sistolico e quindi della portata
cardiaca con una contemporanea riduzione delle resistenze periferiche.
L'esercizio isometrico da luogo prevalentemente ad una vasocostrizione, diffusa
in tutti i distretti, esclusi il circolo cerebrale e coronarico.
Nel soggetto normale quindi, durante lavoro isotonico, la PAS sale
progressivamente col carico di lavoro sino ad un massimo che circa coincide con
la capacità massimale di esercizio e scende rapidamente durante il recupero. La
PAD sale moderatamente all'inizio del lavoro, scende durante i carichi più
elevati, risale lievemente verso la fine dell'esercizio e scende rapidamente
durante il recupero.
Nei soggetti normali la PAS comunque non dovrebbe superare mai il valore di 230
mmHg e la PAD i 110 mmHg all'acme dell'esercizio.
In ogni caso entro circa 6-8 minuti di recupero la PAS dovrebbe ritornare ai
valori basali e la PAD può addirittura scendere a livelli inferiori a quelli
iniziali, per effetto del persistere, nella fase post esercizio, del calo delle
resistenze periferiche.
I dati derivanti da alcuni studi, fanno supporre che un incremento
particolarmente elevato dei valori pressori durante lo sforzo, in soggetti
normotesi, possa essere predittivo di insorgenza di ipertensione (rischio
relativo 2.2 volte maggiore rispetto ai controlli) (11).
VANTAGGI DELL'ESERCIZIO FISICO NEI
SOGGETTI IPERTESI
L'allenamento permette all'organismo di raggiungere maggiori livelli di lavoro
come risultato della acquisita capacità di consumare una maggior quantità di
ossigeno da parte dei muscoli.
Tutto ciò avviene grazie ad un processo di adattamento che unisce sistema
nervoso, apparato cardiovascolare e muscolo scheletrico.
A livello dei muscoli scheletrici si osserva un aumento del calibro arteriolare
e della densità capillare con conseguente riduzione delle resistenze periferiche
ed un aumento della mioglobina, dei depositi di glicogeno, del numero dei
mitocondri e degli enzimi respiratori mitocondriali con conseguente
miglioramento della capacita di estrazione dell'ossigeno (O2) dal sangue
arterioso. Tutto ciò porta ad una migliore efficienza meccanica e ad un minor
costo metabolico del lavoro.
A livello del cuore, associata all'aumentata contrattilità miocardica, si
osserva un incremento della gettata sistolica. Il miocardio allenato presenta un
minor consumo di 02 sotto sforzo ed una maggiore capacità di utilizzare il
lattato e gli acidi grassi liberi circolanti (FFA) inoltre il cuore allenato
presenta diminuzione della FC a riposo e in particolare a livelli sub-massimali
di lavoro.
Infine a livello del sistema nervoso l'allenamento fisico induce una riduzione
del tono simpatico e un contemporaneo aumento del parasimpatico, questo assetto
della bilancia simpatovagale ha un effetto che ostacola l'incremento a riposo
dei valori pressori.
Un regolare esercizio aerobico riduce il rischio di coronaropatia ed è pertanto
indicato nei soggetti con fattori di rischio. È stato osservato che gli
individui che eseguono ogni giorno circa 20 minuti di attività fisica di
intensità da lieve a moderata, hanno una riduzione del 30% circa del rischio di
morte per coronaropatia rispetto agli individui sedentari (12).
Questi benefici possono essere dovuti in parte ad una riduzione della pressione
arteriosa prodotta dall'esercizio, ma possono però essere anche coinvolti
fattori metabolici attivati dall'esercizio stesso, come ad esempio un incremento
della colesterolemia HDL.
L'allenamento e l'esercizio fisico sono molto utili anche nei soggetti ipertesi
perché contribuiscono, associati al controllo dei fattori di rischio
cardiovascolari presenti, alla riduzione del rischio cardiovascolare globale
(13):
1. progressiva riduzione dei valori pressori a riposo e durante esercizio, che
perdura
finché prosegue l'allenamento
2. miglioramento della capacita di lavoro (aumento del VO2 max)
3. miglioramento della funzione ventricolare sinistra a parità di consumo di
ossigeno
4. possibilità di rallentamento della progressione dell'ipertensione arteriosa
verso quadri a maggior rischio cardiovascolare
5. riduzione dei dosaggi di farmaco nei soggetti che sono in trattamento
antiipertensivo.
IPERTENSIONE ARTERIOSA ED ATTIVITÀ
AGONISTICA
La valutazione clinica di un soggetto iperteso che deve praticare attività
sportiva prevede, analogamente a quella di ogni altro soggetto iperteso, un
inquadramento diagnostico-strumentale che permetta di ricercare le possibili
cause dell'ipertensione, classificare il grado della stessa e stratificare il
rischio cardiovascolare individuale.
L'iperteso che pratica attività agonistica deve essere ulteriormente valutato
allo scopo di:
1. Escludere la diagnosi di ipertensione secondaria (dal punto di vista
eziologico, più del 90% dei casi, l'ipertensione non è riferibile ad alcuna
causa organica, ma probabilmente si associa a più fattori che determinano una disregolazione dei meccanismi di controllo pressorio dell'organismo. In questo
caso si parla di ipertensione arteriosa primitiva o essenziale.
Esiste però una bassa percentuale di soggetti nei quali l'aumento patologico dei
valori pressori è legato a cause ben definite (ipertensione secondaria). Le
cause più frequenti d'ipertensione secondaria sono:
- cardiopatie congenite o acquisite (coartazione aortica, insufficienza aortica)
- malattie del sistema endocrino (ipertiroidismo, feocromocitoma ecc.)
- nefropatie parenchimali e vascolari (glomerulonefriti, fibrodisplasia e
stenosi dell'arteria renale ecc)
- fattori esogeni, come un'eccessiva assunzione di sodio, alcool, liquirizia
- farmaci (contraccettivi orali, steroidi, simpaticomimetici, eritropoietina,
cocaina, amfetamine).
2. Analizzare i criteri generali per la concessione dell'idoneità agonistica,
che deve essere rapportata al tipo ed all'entità dell'impegno emodinamico
dell'attività sportiva praticata dal soggetto.
3. Scegliere una terapia farmacologica che non sia inserita nella lista di
molecole ritenute "doping" dal CIO e pertanto sconsigliate.
Gli esami strumentali necessari e le modalità di decisione sull'idoneità del
singolo atleta sono codificate nei Protocolli Cardiologici per il giudizio di
idoneità allo sport agonistico (14). A questa specifica pubblicazione si rimanda per maggiori dettagli.
IL GIUDIZIO DI IDONEITà
SPORTIVA NEL SOGGETTO IPERTESO
Tenute presente le premesse di inquadramento clinico-diagnostico del soggetto con ipertensione arteriosa che si avvicina alla pratica sportiva, in linea generale il cardiologo ed il medico dello sport che devono formulare il giudizio di idoneità si regolano come segue:
- Ipertensione arteriosa secondaria:
il giudizio d'idoneità è subordinato all'eliminazione della causa.
-
Ipertensione arteriosa
essenziale: è
necessaria la definizione di criteri generali per la concessione dell'idoneità,
i quali dipendono naturalmente anche dal tipo d'attività sportiva praticata dal
soggetto.
In proposito, un esame fondamentale è il test ergometrico massimale (TEM). Esso
deve essere effettuato al cicloergometro o al treadmill, con carichi continui,
crescenti fino al raggiungimento del carico massimale o almeno dell'85% della FC
massima teorica. Secondo gli standard attuali, deve essere considerata anormale
una PA che superi i 240/115 mmHg durante esercizio fisico e/o non ritorni ai
valori basali entro 6 minuti dalla fine dello sforzo. Tuttavia, per quanto
riguarda la PA sistolica,il valore di 240 mmHg deve essere considerato un limite
convenzionale.
Altro utile esame strumentale è il monitoraggio dinamico della PA nelle 24 ore,
da utilizzarsi nei soggetti con PA elevata a riposo oppure in quei casi che si
sospetta avere una reazione d'allarme ipertensivante nel momento del controllo
medico.
-
Nell'iperteso con
rischio globale elevato e molto elevato,
non può essere concessa alcuna idoneità ad attività sportiva agonistica.
- Nell'iperteso con
rischio basso,
l'idoneità potrà essere concessa per tutti gli sport se la PA sistolica al TEM è
<240 mmHg con ritorno ai valori basali entro 6 minuti.
- Nell'iperteso con
rischio intermedio,
l'idoneità potrà essere concessa se la PA sistolica al test da sforzo è < 240
mmHg con ritorno ai valori basali entro 6 minuti, valutando attentamente ogni
singolo caso e comunque escludendo gli sport che comportano sforzi importanti,
anche se di breve durata, in particolare quelli isometrici, con impegno di
"pressione" costante e significativo, quali sollevamento pesi, body building
ecc.
- Nell'iperteso con
rischio basso e intermedio, nel quale la risposta pressoria all'esercizio sia
anormale (PA sistolica
>240 mmHg, che non ritorna alla norma entro 6 minuti) l'idoneità alla pratica
sportiva agonistica sarà subordinata al raggiungimento di un buon controllo
pressorio, di base e durante sforzo, mediante trattamento farmacologico.
L'idoneità dovrà essere comunque limitata a sei mesi e dovranno essere
effettuati periodici controlli della PA per verificare l'effetto dell'attività
fisica e l'efficacia della terapia. Inoltre, è necessaria una dichiarazione
d'impegno da parte dello sportivo a rispettare l'assunzione dei farmaci nelle
dosi consigliate.
- All'iperteso non idoneo
all'attività agonistica,
potranno essere consigliate attività sportive non agonistiche con impegno lieve
o moderato di tipo aerobico con finalità terapeutiche, subordinando come sempre
il giudizio ad una valutazione complessiva del quadro clinico.
TRATTAMENTO ANTI-IPERTENSIVO E ATTIVITà AGONISTICA
Come appare logico, ai fini della
concessione dell'idoneità allo sport agonistico può essere consentito l'uso di
farmaci antiipertensivi, tenendo però presente che alcune sostanze sono proibite
dalla normativa nazionale ed internazionale sul doping (ad es. i betabloccanti
ed i diuretici).
La scelta del farmaco ideale da somministrare allo sportivo iperteso deve tenere
principalmente in considerazione l'effetto sui parametri emodinamici, metabolici
e di performance fisica.
L'obiettivo deve essere quello di normalizzare la curva della pressione
arteriosa senza alterare il rendimento atletico.
Il farmaco ideale dovrebbe avere le seguenti caratteristiche:
- non deprimere la risposta cardiaca all'esercizio fisico
- non avere effetto aritmogeno
- assicurare una normale distribuzione ematica ai muscoli in esercizio
- non interferire con la normale utilizzazione dei substrati energetici.
Sono attualmente disponibili
diverse classi di farmaci che sembrano corrispondere a questi requisiti e che
sono da ritenersi di prima scelta negli ipertesi che devono praticare attività
sportiva a livello agonistico tra queste ricordiamo:
- ACE-inibitori
- ARB (antagonisti recettoriali dell'angiotensina II)
- calcioantagonisti, soprattutto di tipo diidropiridinico.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
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Comitato Organizzativo Cardiologico per l'Idoneità allo Sport: Protocolli cardiologici per il giudizio di idoneità allo sport agonistico 2003 - Casa Editrice Scientifica Internazionale – Roma 2003.
a) Mancanza di un rene: è di tutta evidenza che il monorene che dovesse perdere il rene superstite andrà incontro alla dialisi o al trapianto; pertanto non potrà avere l'idoneità alla pratica sportiva agonistica di sport di contatto.
b) Mancanza della vista da un occhio: è di tutta evidenza che il monocolo che dovesse perdere l'unico occhio sarà destinato alla cecità per tutto il resto della vita; pertanto non potrà avere l'idoneità alla pratica sportiva agonistica di sport da contatto.
c) Mancanza di un testicolo: ai monorchidi viene prescritto l'obbligo di adeguata protezione, sia in allenamento che in gara; con la giusta protezione potranno praticare qualsiasi sport.
Augusto Genderini, Giovanni Barbiano di Belgiojoso - U.O di Nefrologia e Dialisi, Azienda Ospedaliera L. Sacco, Milano
Generalità
La nefrologia assume un rilievo
sempre maggiore nella medicina dello sport per diversi motivi: da una parte
l'incidenza delle varie patologie renali nella popolazione non è certo
trascurabile, a fronte di un sempre maggior numero di soggetti che si dedica
alla pratica dello sport in maniera più intensa e continuativa; dall'altra parte
il semplice esame delle urine che viene effettuato nel corso della visita di
idoneità può rappresentare un mezzo fondamentale per svelare patologie renali
sconosciute, che colpiscono soggetti completamente asintomatici e senza alcuna
storia di pregressi problemi alle vie urinarie. L'attività sportiva influenza il
comportamento dei reni, modificandone la funzione nei diversi tipi di sport.
Possiamo esaminare queste variazioni suddividendo tre differenti problematiche.
MODIFICAZIONE DEI PARAMETRI RENALI IN CORSO DI ATTIVITà SPORTIVA
a) Durante l'attività sportiva
variano alcune condizioni fisiologiche, che sono in grado di determinare
modificazioni anche a livello renale. Il dato più importante sembra essere la
vasocostrizione accompagnata da una riduzione del flusso renale, che compare
subito dopo l'inizio dell'attività fisica: provoca l'attivazione del sistema
renina - angiotensina con vasocostrizione dell'arteriola efferente e con un
ipotizzato aumento della pressione all'interno dei capillari del flocculo
glomerulare Tale meccanismo viene indicato come la causa principale di
microematuria e albuminuria durante attività sportiva.
La vasocostrizione e la conseguente transitoria ipossia renale sono in grado
inoltre di causare un moderato danno delle cellule tubulari, evidenziato
dall'aumentata escrezione di enzimi tubulari (beta2 microglobulina) e talora
glicosuria. Tali alterazioni risultano reversibili a distanza di alcune ore o
alcuni giorni senza alcun reliquato.
b) Microematuria urologica, ossia a partenza delle vie urinarie: durante
l'attività sportiva (corsa, maratona ecc.), si possono verificare una serie di
microtraumi prolungati, che possono essere causa di perdita di globuli rossi: la
sede anatomica più esposta ai microtraumi sembra essere la vescica, soprattutto
se vuota.
c) Mioglobinuria per rabdomiolisi: si può verificare un danno a livello delle
cellule muscolari, con aumentata permeabilità del sarcolemma (la membrana
cellulare), con fuoriuscita di mioglobina, che si ritrova poi nelle urine,
escreta dai reni al termine dell'attività sportiva; questo fenomeno è
accompagnato da aumento delle CPK.
d) Emoglobinuria si verifica da emolisi (ossia da rottura, su base traumatica da
schiacciamento, di globuli rossi) nei vasi del piede durante la corsa
prevalentemente di lunga durata.
e) Ketonuria: la beta ossidazione degli acidi grassi che si ha durante l'attività
sportiva porta al ritrovamento di chetoni nelle urine.
f) Alterazioni elettrolitiche: si può verificare prevalentemente una moderata
iponatremia (ossia la riduzione dei livelli di sodio nel sangue).
EMATURIA E PROTEINURIA
Ematuria e proteinuria in soggetto
dedito ad attività sportiva o in procinto di iniziarla.
Anche in condizioni normali si può avere una proteinuria, per così dire
fisiologica, che giunge fino a 150 mg/24 ore.
Il riscontro di microematuria e/o proteinuria in un soggetto che pratichi
attività sportiva o che intenda iniziarla, comporta in un primo tempo
l'accertamento che il fenomeno non sia legato all'attività sportiva stessa, nel
qual caso la presenza di sangue o proteine nelle urine non riveste significato
patologico. Pertanto la ripetizione dell'esame dopo almeno 48 ore di "riposo
atletico" è indicata ogni volta che l'atleta riferisca allenamenti o partite nei
giorni precedenti l'esame delle urine.
Nel caso che microematuria e/o proteinuria persistano, occorre ricercarne
l'origine avviando degli accertamenti ed una consulenza specialistica, per
identificare il tipo di alterazione: origine della microematuria (renale o vie
urinarie) e tipo di proteinuria: fisiologica, ortostatica, glomerulare,
tubulare. L'inquadramento diagnostico in alcuni casi può necessitare di
ulteriori indagini sia radiologiche che ecografiche e talora anche bioptiche per
escludere glomerulonefriti croniche asintomatiche, ma potenzialmente evolutive,
nefriti interstiziali croniche nefropatie ereditarie in fase iniziale, ecc.
Innanzitutto bisogna distinguere il fenomeno della minzione di urine francamente
rosse (macroematuria) dall'emissione di urine all'apparenza normali ma
contenenti alcuni globuli rossi, che possono venir riscontrati con l'utilizzo
degli appositi stick o con l'osservazione del sedimento (microematuria).
In caso di macroematuria, innanzitutto va posta la diagnosi differenziale con le
altre cause di urine rosse: mioglobinuria, porfiria, uso di fenazopirina,
ingestione di barbabietole.
Per valutare l'ematuria bisogna tener conto di diversi fattori:
· la fase della minzione, il tempo di comparsa, la persistenza nelle successive
minzioni, il rapporto con il ciclo mestruale
· la concomitanza di dolori nell'emissione di urine, o di altri sintomi
associati, tipici delle infezioni delle vie urinarie
· la concomitanza con sintomi sistemici, quali febbre, malessere generale,
artralgie ecc.
· la concomitanza di infezioni delle vie aeree superiori, che può portare a
glomerulonefriti acute
· la storia familiare di ematuria o di patologie renali
· la recente assunzione di farmaci, soprattutto antibiotici o antiinfiammatori
· il sanguinamento in altri organi o un recente trauma.
Bisogna distinguere le ematurie di origine glomerulare, ossia quelle successive
ad un danno renale, da quelle che originano dalle altre vie urinarie. Nel caso
di ematuria di origine glomerulare le urine contengono proteine, globuli rossi
di forma alterata e spesso dei cilindri. In questo caso, sono consigliati degli
accertamenti ematochimici di funzionalità renale, che, su motivato sospetto
clinico, possono comprendere anche il dosaggio di C3, C4 e la ricerca di
autoanticorpi, per valutare eventuali malattie sistemiche con interessamento
renale; inoltre andrà eseguito il dosaggio delle proteine nelle urine raccolte
in 24 ore; eventualmente l'elettroforesi di queste proteine urinarie e, se
necessario, il
dosaggio separato della proteinuria da sforzo ed a riposo. Inoltre nelle urine
possono essere dosati il calcio e l'acido urico, nonché possono essere ricercate
e studiate morfologicamente le cellule delle alte e delle basse vie urinarie.
Un'ecografia è quasi sempre indicata: può svelare la presenza di una o più cisti
renali, o più semplicemente di una calcolosi.
Gli accertamenti radiografici (urografia, pielografia ascendente) sono spesso
molto utili per arrivare ad una diagnosi: ad esempio nei bambini possono svelare
malformazioni congenite delle vie urinarie, che possono provocare reflusso
vescico - ureterale con successiva nefropatia secondaria.
Altre volte sono necessari esami endoscopici come la cistoscopia; in altri casi,
per valutare in modo ottimale il tipo di alterazione renale, può essere indispensabile la
biopsia.
INFLUENZA DELL'ESERCIZIO FISICO IN UN SOGGETTO AFFETTO DA NEFROPATIA ACCERTATA
L'attività sportiva non sembra
poter influire sull'evoluzione della nefropatia e non sembra poter alterare o
influenzare la performance degli altri apparati; la progressione delle
nefropatie è provocata da meccanismi immunitari, da fattori genetici, da
infezioni ricorrenti e croniche delle vie urinarie e dall'ipertensione
arteriosa: nessuno di questi fattori è influenzato dall'attività sportiva.
L'unico dubbio, per ora non chiarito, può essere rappresentato dall'attivazione
del sistema renina - angiotensina.
In caso di una nefropatia glomerulare cronica o interstiziale cronica o
nefropatia ereditaria, può essere concessa l'idoneità alla pratica sportiva
agonistica:
- se la funzione renale è normale
- se l'insufficienza renale iniziale determina solo microematuria isolata e/o
proteinuria modesta (inferiore a 1.0 gr/24 ore): rappresentano una condizione metabolicamente
irrilevante e non condizionante gli altri parametri
- se non c'è ipertensione o se è presente ipertensione moderata ben controllata
- se non ci sono alterazioni dell'equilibrio idro-elettrolitico.
I dubbi nascono quando esiste una situazione borderline:
- se la proteinuria è intorno a 1 gr/24 ore
- se la funzione renale è lievemente ridotta, con GFR intorno a 70 - 80 ml/min
- se la pressione arteriosa risulta mal controllabile
In caso di ipertensione è
utile sottoporre il soggetto a monitoraggio della pressione arteriosa sotto
sforzo per evidenziare un eventuale incremento patologico provocato
dall'esercizio fisico.
In questi casi limite, si consiglia la pratica di attività sportive non
esasperate e l'esecuzione di controlli più ravvicinati, a cadenza almeno
semestrale.
CONTROINDICAZIONI
In presenza di insufficienza renale cronica media e avanzata, di ipertensione maligna, di anemia renale, di equilibrio idro - elettrolitico difficoltoso o anche di sola proteinuria elevata (valori superiori a 3 gr/24 ore sono costantemente associati ad una patologia renale e possono precedere anche di mesi la comparsa di una sindrome nefrosica conclamata), l'attività sportiva intensa non agonistica è sconsigliata e quella agonistica controindicata.
Esistono inoltre alcune patologie
renali nelle quali è controindicata la pratica di particolari discipline
sportive, a causa dell'aumentato rischio di incidenti:
a) voluminose cisti renali o policistosi renali: sono rischiosi gli sport
traumatici
b) nefropatie interstiziali sodio disperdenti con deficit di concentrazione: la
disidratazione e l'iponatremia (ossia la riduzione dei livelli di sodio nel
sangue) sotto sforzo sono più probabili ed intense, possono essere accompagnate
da ipotensione e provocano un aumentato rischio trombotico
c) sindrome nefrosica: sotto sforzo il rischio trombotico, anche di embolia polmonare massiva,
è estremamente aumentato.
In caso di interessamento renale, in corso di malattie sistemiche (esempio: glomerulo nefrite cronica in corso di Lupus Eritematoso Sistemico, albuminuria da iniziale nefropatia diabetica) oltre alla valutazione dell'interessamento renale occorre una valutazione sullo stato di attività della malattia di base per formulare l'idoneità ad attività sportiva agonistica e non agonistica intensa.
Trauma cranico - Dott. O. Arena
Il trauma cranico
durante lo svolgimento di un evento sportivo costituisce una eventualità
statisticamente non irrilevante.
Sosin et al. riportano 300.000 casi di traumi cranio-encefalici correlati ad
eventi sportivi negli Stati Uniti in un anno, di entità compresa tra lieve e
moderata e classificati per lo più come concussioni.
Le concussioni sono stati di temporanea alterazione dello stato di coscienza
conseguenti ad un trauma cranico, che si manifesta con perdita di coscienza e/o
con danno cognitivo: disturbi della memoria, disorientamento nello spazio e nel
tempo, deficit dell'attenzione e/o delle capacità critiche, alterazioni
dell'umore, con irritabilità o depressione, vertigini, insonnia, nausea, vomito
o semplice cefalea.
Uno studio statistico nel quale venivano analizzati i dati relativi ai casi di
trauma cranico correlato ad attività sportive in quattro stati americani nel
periodo compreso tra il 1990 ed il 1993 portava ad una stima di 2.6 casi ogni
100.000 abitanti, mentre Vigoroux et al. riportano, in una serie di 5466 casi di
traumi cranio-vertebrali ricoverati presso il C.H.U. di Marsiglia in un periodo
di dieci anni, una incidenza di traumi correlati ad attività sportive del 3.3%.
La frequenza nella comparsa dei traumi cranici varia in rapporto alle discipline
sportive e, nell'ambito della medesima disciplina, in rapporto alle diverse aree
geografiche prese in considerazione: negli Stati Uniti prevalgono nel football,
in Francia nell'equitazione, in Scozia nel golf.
Se il singolo trauma cranico,
lieve o moderato, non è, di norma, gravato da conseguenze di rilievo e consente
allo sportivo di rientrare in gioco senza rischi, il ripetersi di più eventi
traumatici in un ristretto arco di tempo, in particolare nel corso dello stesso
evento sportivo o di eventi consecutivi o comunque molto vicini nel tempo, può
essere causa di conseguenze gravi.
Tale quadro, noto con il termine di "sindrome da secondo impatto", è il
risultato di una acuta e spesso fatale condizione di edema cerebrale (brain
swelling) che si determina quando le strutture encefaliche vengono interessate
da un secondo evento concussivo che si verifica prima del completo recupero da
un precedente analogo evento e quindi prima che si possano ristabilire normali
condizioni di compliance intracranica.
L'edema cerebrale sarebbe dovuto alla perdita delle capacità di autoregolazione
del circolo cerebrale da alterazione del tono vasomotore con vasoparalisi,
congestione vasale e conseguente ipertensione endocranica incontrollabile.
Tale catastrofica, per quanto infrequente, eventualità pone il problema dei
criteri da seguire per stabilire tempi e modi della ripresa dell'attività
sportiva in un atleta che sia andato incontro ad un evento traumatico con
conseguente trauma cranico lieve o moderato.
La via da seguire al riguardo poggia su due cardini distinti ma complementari:
la valutazione clinica e l'esame neuroradiologico.
Per quanto concerne l'esame clinico, l'Accademia Americana di Neurologia ha
proposto uno schema pratico e di attuazione facile ed immediata per la
valutazione della gravità dell'evento traumatico concussivo, distinguendo tre
gradi di concussione in rapporto alla severità dei sintomi evidenziabili ed
indicando, in rapporto alla gravità del quadro clinico, gli intervalli di tempo
che l'atleta deve lasciar trascorrere prima di poter riprendere l'attività
sportiva senza correre il rischio di incorrere nella sindrome del secondo
impatto (e limitando inoltre il fenomeno del cosiddetto danno cerebrale
cumulativo da microtraumatismo ripetuto).
-
Grado 1 (88.9%)
Definizione: confusione transitoria, senza perdita di coscienza, con durata
inferiore a 15 minuti.
Gestione: L'atleta dovrebbe essere allontanato dall'attività sportiva,
sottoposto ad un esame obiettivo neurologico subito ed a intervalli di 5 minuti
e potrebbe riprendere l'attività sportiva anche nello stesso giorno solo se i
sintomi si risolvono entro 15 minuti. Il verificarsi nello stesso giorno di un
secondo episodio traumatico di grado 1 deve indurre ad allontanare l'atleta
dall'attività agonistica per un periodo di asintomaticità di almeno una
settimana.
-
Grado 2 (10.6%)
Definizione: confusione transitoria, senza perdita di coscienza, con durata
superiore a 15 minuti.
Gestione: L'atleta deve essere allontanato dall'attività sportiva e sottoposto a
ripetute valutazioni per monitorare l'eventuale evoluzione del quadro
sintomatologico, con ulteriori approfondimenti diagnostici se i sintomi
peggiorano o persistono per oltre una settimana. Il ritorno all'attività
agonistica può avvenire dopo un periodo di completa asintomaticità non inferiore
ad una settimana.
Il verificarsi di un episodio di grado 2 successivamente ad un episodio di grado
1 nella stessa giornata deve indurre ad allontanare l'atleta dall'attività
agonistica per almeno due settimane di asintomaticità.
-
Grado 3 (0.4%)
Definizione: perdita di coscienza, sia essa breve (pochi secondi) o di durata
prolungata (minuti o più estesa).
Gestione: L'atleta asintomatico deve essere tenuto al di fuori dell'attività
agonistica per una settimana se la perdita di coscienza è stata breve, per due
settimane se la durata del periodo di incoscienza è stata più lunga. Ovviamente
la perdita di coscienza prolungata o la presenza, all'atto del primo esame
clinico, di segni neurologici, comportano l'immediato ricovero in ambiente
ospedaliero per i provvedimenti diagnostici e terapeutici del caso. Ogni atleta
che vada incontro ad un episodio di grado 3 deve essere allontanato
dall'attività agonistica finché non trascorra un periodo di asintomaticità di
almeno un mese.
Nel caso di atleti in cui gli accertamenti neuroradiologici eventualmente
eseguiti documentino alterazioni delle strutture encefaliche quali "brain
swelling", contusioni od altro, dovrebbe essere consigliata l'interruzione
dell'attività sportiva per tutta la stagione e, nel caso di partecipazione a
sport di "contatto" quali football, rugby o boxe, deve essere presa in esame
l'eventualità di scoraggiare l'atleta dal proseguire la sua partecipazione a
tali sport.
La presenza dei sintomi propri di concussione ed, in particolare, in caso di
perdita di coscienza di varia durata, eventualmente anche associata a cefalea,
nausea, vomito, dovranno inoltre, e comunque, indurre all'esecuzione di una TAC
cranio di controllo.
Merita di essere sottolineato che l'esame TAC non viene proposto, ovviamente,
come metodica di valutazione di routine nello screening prognostico dello
sportivo traumatizzato cranico. Infatti, la comparsa di sindromi da secondo
impatto nel trauma cranico asintomatico e neurologicamente indenne è
sostanzialmente impossibile ed una simile evenienza, quando si verifica, sembra
imputabile piuttosto ad una carente o superficiale valutazione clinica del caso,
quando non alla tendenza da parte dell'atleta che desideri tornare rapidamente
all'attività sportiva, alla sottovalutazione o addirittura al misconoscimento
dei sintomi presenti. Peraltro, su 1000 pazienti con esame obiettivo neurologico
negativo sottoposti a TAC, il 13% presenta alterazioni.
Traumi cerebrali lievi o moderati, ricorrenti, che si verifichino in un periodo
di tempo lungo (mesi o anni), possono risultare in deficit cumulativi
neurologici e cognitivi: tale fenomeno è denominato "punch drunk sindrome".
La gestione del trauma cranico nello sportivo dovrà quindi prevedere una
valutazione clinica attenta da demandare a personale medico preparato; gli
sportivi spesso tendono a minimizzare il danno per tornare a giocare più
rapidamente possibile; invece andrebbero sensibilizzati sulla necessità di
considerare nel giusto peso la sintomatologia soggettiva eventualmente presente,
per facilitare il raggiungimento della diagnosi corretta.
Sono stati approntati dei test
neurocognitivi per la valutazione del quadro neurologico post-concussionale:
1. Reaction time: bisogna riconoscere un oggetto quando appare sullo
schermo
2. Cued reaction time: bisogna riconoscere un oggetto quando appare
subito dopo una sua porzione
3. Visual recognition 1-2: bisogna riconoscere un oggetto appena apparso
in mezzo ad altri in precedenza
4. Animal decoding: bisogna digitare dei numeri correlati a determinati
animali, quando compaiono sullo schermo
5. Symbol scanning: bisogna stabilire se sono presenti determinati set di
simboli, in mezzo ad altri non correlati.
1 e 2 consentono di valutare il cosiddetto indice di "velocità di reazione
semplice", single reaction time;
3 consente di calcolare il valore dell'indice di "velocità di reazione
complessa", complex reaction time;
4 e 5 consentono di valutare la "velocità di elaborazione" dei dati, processing
speed.
In conclusione,
i traumi cranici di grado 1 che si risolvono in pochi minuti e senza perdita di
coscienza, possono essere solo osservati e non richiedono ricovero ed
accertamenti diagnostici; i traumi cranici di grado 2 e 3, soprattutto se
l'atleta deve riprendere l'attività agonistica nel giro di pochi giorni (1 o 2
settimane), devono essere indagati con la TAC encefalo e con i test
neurocognitivi.
Compito del medico dello sport rimane sempre quello di consigliare l'utilizzo di
protezioni per il capo, anche in quegli sport, come ad esempio il ciclismo, dove
non sono ancora obbligatorie, poiché possono rivelarsi estremamente utili in
caso di caduta.
L'argomento di questa breve trattazione è, a nostro giudizio, di primaria
importanza, soprattutto considerando l'elevata prevalenza dell'epilessia che,
secondo le statistiche più recenti, colpisce l'1 % della popolazione.
Ciò significa, quindi, che in Italia vivono oltre 500.000 persone con Epilessia.
Poiché l'80% di tutte le forme di Epilessia inizia prima dei 20 anni, non è
difficile comprendere come la problematica epilettologica investa soprattutto
coloro che, in età evolutiva, iniziano a svolgere un'attività sportiva, in non
pochi casi di tipo agonistico.
Con il termine Epilessia, che deriva dal greco "epilambanein", che significa
"esser colti, esser sopraffatti di sorpresa", si intende una modalità di
reazione del Sistema Nervoso Centrale (SNC) a stimoli che possono essere tra di
loro estremamente variabili.
Tali stimoli, che possono verificarsi in epoca pre - peri - e post-natale,
condizionano reazioni ipersincrone ed eccessive dell'attività dei neuroni (le
cellule del cervello), le quali si traducono clinicamente con la comparsa di
crisi.
Queste ultime, di cui se ne conoscono oltre quaranta tipi estremamente
differenti tra loro, dipendono dalla sede in cui avviene la scarica, nonché dal
numero di neuroni coinvolti dalla medesima.
La traduzione clinica dell'evento elettrico è inoltre condizionata dal grado di
maturazione cerebrale: esistono, infatti, forme di Epilessia che sono età
dipendenti ed altre che possono manifestarsi soltanto in determinati momenti
della vita: nel primo anno, (la sindrome di West), in età prescolare (sindrome
di Lennox-Gastaut, sindrome di Beaussart-Loiseau), in età scolare (Piccolo male
a tipo assenza o picnolessia), in età adolescenziale (Piccolo male mioclonico),
oppure il Grande male idiopatico.
Premesso che la formulazione del giudizio di idoneità alla pratica sportiva di
un soggetto con Epilessia dovrebbe presupporre una approfondita conoscenza
dell'argomento (1), riteniamo che tutti i Cittadini possano e debbano praticare
una attività sportiva, anche se affetti da Epilessia, purché la stessa non abbia
a compromettere l'incolumità di chi la pratica o di terzi.
Ancor oggi, tuttavia, vige la consuetudine di negare l'idoneità alla pratica
sportiva a soggetti con Epilessia, in modo particolare se la stessa viene
esercitata a livello agonistico. Eppure non pochi campioni, in differenti
discipline sportive, hanno presentato, o presentano, crisi di natura epilettica.
Fra tutti citiamo C.M., campione del mondo dei superleggeri nel 1987, il cestista
USA B.J., la ciclista francese M.C., ed il nostro famoso mezzofondista S.A.
L'indicazione o meno alla pratica sportiva deriva, come è ovvio, da problemi di
carattere squisitamente clinico.
Per molti lo sport, in soggetti con Epilessia, viene considerato controindicato
a causa del possibile scatenamento di crisi indotto dall'iperventilazione.
Se è vero, infatti, che quest'ultima, in alcune forme (vedi Piccolo male a tipo
assenza), può facilitare a riposo la comparsa di crisi attraverso l'induzione di
un'alcalosi (la quale determina una vasocostrizione e pertanto un ridotto
afflusso di sangue al cervello), è altrettanto vero che tale effetto viene
largamente compensato dall'acido lattico prodotto durante lo svolgimento
dell'attività muscolare.
Tale punto di vista è stato del resto già espresso da Goetze et al. nel 1967 e
ribadito da Esquivel et al. nel 1991 (2, 3).
Tra le cause che condizionano una "facilitazione alla convulsività clinica",
viene attribuita una importanza peculiare alla stimolazione luminosa
intermittente, condizione del tutto inusuale nell'ambito di una pratica
sportiva.
A nostro avviso, infine, la formulazione del giudizio di idoneità alla pratica
sportiva agonistica dovrebbe essere condizionata dal fatto che l'atleta
garantisca una regolare assunzione del trattamento antiepilettico.
Un criterio discriminativo importante viene attribuito da alcuni autori
all'esito dell'ElettroEncefaloGramma (EEG), la cui positività comporta una non
idoneità alla pratica di sport "ad alto rischio di pericolosità".
In assenza di manifestazioni cliniche, tuttavia, anche un EEG patologico
consente lo svolgimento di una attività agonistica, sempre che la stessa non
comporti una "facilitazione alla convulsività clinica", comunque per sport non
considerati pericolosi.
Secondo la nostra cultura ed esperienza epilettologica, infatti, una positività
dell'esame EEG, in assenza di manifestazioni cliniche, è del tutto compatibile
con lo svolgimento di qualsiasi attività, anche non sportiva.
Frequente è infatti il riscontro di anomalie EEG di tipo epilettico in soggetti
senza Epilessia, mentre non pochi soggetti con Epilessia presentano un EEG
intercritico (ossia nell'intervallo tra due crisi), del tutto normale.
Il giudizio di idoneità o meno
allo svolgimento di una attività sportiva per un soggetto con Epilessia dovrebbe
pertanto dipendere:
1. dal tipo di Epilessia
2. dalla presenza o meno di crisi
3. dalla presenza o meno di fattori scatenanti
4. dal tipo di sport prescelto: per un soggetto con Epilessia generalizza
idiopatica, con crisi di Grande Male al risveglio, potrebbe essere
controindicata, indipendentemente dalla presenza o meno di crisi, una attività
sportiva che comporti risvegli precoci od importanti alterazioni del ritmo
sonno-veglia.
Gli sport motoristici, l'alpinismo, gli sport acquatici in genere, il
paracadutismo, il deltaplano e similari e comunque tutti gli sport che
presentano un rischio di danno a sé o agli altri in caso di perdita di coscienza
da crisi comiziale devono essere vietati.
Tutti gli altri sport possono essere consentiti in assenza di crisi da almeno 2
anni, con la raccomandazione per l'atleta di assumere costantemente la terapia.
Si deve rilevare inoltre che al di là dei principi generali sopra descritti è
buona norma considerare ogni caso come a sé stante.
Per quanto attiene alla
certificazione di idoneità allo svolgimento di attività sportiva agonistica, il
Decreto del Ministero della Sanità del 18 febbraio 1982 stabilisce che: "ai fini della tutela della salute, coloro che
praticano attività agonistica debbono sottoporsi previamente e periodicamente al
controllo dell'idoneità specifica allo sport che intendono svolgere o svolgono"
(art. 1).
Ai fini del riconoscimento dell'idoneità specifica ai singoli sport, i soggetti
interessati debbono sottoporsi agli accertamenti sanitari previsti, in rapporto
allo sport praticato, con la periodicità indicata nelle tabelle ..." (art. 3).
L'effettuazione di un EEG alla prima visita ed un esame neurologico vengono
richiesti per la pratica dei seguenti sport: automobilismo, bob, motociclismo
(velocità), motonautica, slittino, sci alpino (discesa libera), sci
combinata-salto speciale, pugilato e tuffi.
Ovviamente lo stesso Decreto, all'art. 2, stabilisce che: "la qualificazione
agonistica a chi svolge attività sportiva è demandata alle Federazioni Sportive
Nazionali o agli Enti Sportivi riconosciuti".
A livello delle Federazioni non esistono, nell'attualità, norme precise che
regolamentino la dichiarazione di idoneità per soggetti con Epilessia, ad
eccezione della C.S.A.I. (Commissione Sportiva Automobilistica Italiana), la
quale precisa chiaramente che l'epilessia controindica il rilascio dell'idoneità
alla pratica dell'automobilismo.
La carenza di adeguate normative, ma soprattutto la disinformazione della classe
medica sulla problematica Epilessia, fa si che nel nostro Paese, nella
stragrande maggioranza dei casi, venga negata l'idoneità alla pratica sportiva a
soggetti con Epilessia, specialmente a livello agonistico.
Per concludere ci sembra opportuno sottolineare come
"avverso il giudizio negativo", espresso dal medico dello sport, l'interessato,
entro il termine di trenta giorni, può "proporre ricorso dinanzi alla
Commissione Regionale", la quale, in relazione ai singoli casi da esaminare, può
avvalersi della consulenza di Sanitari in possesso della specializzazione
inerente al caso specifico (art. 6).
A nostro avviso, ed è questo il punto di vista della Lega Italiana contro
l'Epilessia, la Commissione dovrebbe obbligatoriamente consultare un esperto in
epilettologia, al fine di evitare la formulazione di dichiarazioni di non
idoneità nei confronti di soggetti con Epilessia che, troppo di frequente,
comportano di fatto una emarginazione i cui risvolti psicologici sono del tutto
imprevedibili.
Non dimentichiamoci, infatti, che il soggetto con Epilessia soffre molto di più
per l'atteggiamento che la società ha nei suoi confronti, che non per la propria
malattia (Riassunto
dall'articolo pubblicato su "CAUSALI DI NON IDONEITA' ALLA PRATICA SPORTIVA
AGONISTICA", scritto da Raffaele Canger e Maria Paola Canevini, Centro Regionale
per l'Epilessia, Ospedale "San Paolo" Cattedra di Neurofisiologia Clinica
dell'Università degli Studi Milano).
BIBLIOGRAFIA
Canger R.: Le epilessie oggi - Masson S.p.A., 2a edizione, Milano 1990
Goetze W., Kubicki S.T.t, Munter M., Teichmann J: Effect of phisical exercise on seizure threshold - Diseases Nervous System, 28: 664-666, 1967
Esquivel E., Chaussain M., Plouin P., Ponsot G., Arthuis M.: Phisical exercise and voluntary hyperventilation in childhood absence epilepsy - Electroenceph clin Neurophysiol, 79: 127-132, 1991.
Introduzione
Le cause ortopediche di inidoneità agonistica risultano spesso misconosciute o trascurate, in quanto, generalmente, non comportano gravi rischi per la prognosi "quoad vitam" dell'atleta; tuttavia molte affezioni ortopedico-traumatologiche possono essere responsabili di esiti importanti per la prognosi "quoad valetudinem" e, quindi, dovrebbero essere attentamente considerate ed approfondite da parte del medico dello sport, così come chiaramente stabilito non soltanto dalla legge sulla tutela dell'attività sportiva agonistica, ma anche dai dettami della medicina legale e dalle norme del nuovo codice deontologico dell'Ordine dei Medici.
A questo proposito, all'atto della visita di idoneità agonistica, è utile procedere ad una particolareggiata anamnesi traumatologica dell'atleta, ponendo particolare attenzione a quelle patologie che possono evolvere in senso cronico - degenerativo, specie se l'organismo viene sollecitato in modo esasperato come può avvenire in corso di attività sportiva. All'anamnesi seguirà un accurato esame obiettivo che possa mettere in evidenza segni diretti ed indiretti di patologie acute o croniche a carico dell'apparato locomotore; particolarmente utili risulteranno la ricerca di tumefazioni, dismetrie (diversa lunghezza di due arti), asimmetrie, disassiamenti e deviazioni assiali di arti o di loro parti, incongruenze articolari, limitazioni dell'escursione articolare, dolore ai movimenti attivi o passivi, deficit di forza, ipo-parestesie (disturbi della sensibilità), ipotrofie muscolari (riduzione del volume dei muscoli) ecc.
In caso di sospetto clinico di una affezione patologica, riteniamo necessario approfondire il quesito diagnostico avvalendosi dei numerosi esami strumentali oggi disponibili (radiografie standard e funzionali, artrografia, ecografia, teletermografia, T.A.C., R.M.N., scintigrafia, artroscopia, elettromiografia, isocinetica ecc.).
In aggiunta ai puri dati clinico–strumentali, altri fattori devono, a nostro avviso, essere tenuti in considerazione nella formulazione del giudizio di idoneità agonistica, relativamente all'apparato locomotore: va analizzato, per esempio, il tipo di gesto atletico specifico per ogni tipo di sport, in relazione con gli organi e gli apparati sollecitati e questa informazione va integrata con le caratteristiche specifiche del soggetto in esame (età, peso, altezza, tipo di costituzione ecc.).
Un altro aspetto da sottolineare e quello che concerne i tempi di guarigione: molto spesso, le guarigioni clinica e biologica di una lesione dell'apparato locomotore non sono sufficienti per garantire sicurezza ad un atleta che deve sopportare carichi di lavoro gravosi e ripetuti: una frattura di gamba in un calciatore, ad esempio, può essere clinicamente guarita in circa quattro mesi, tuttavia, perché il callo osseo sia sufficientemente robusto e perché non si instaurino lesioni muscolari nell'arto leso, occorrono almeno altri due - tre mesi di tempo.
CAUSE DI NON IDONEITà TEMPORANEA
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SPALLA 1) Conflitto sottoacromiale 2) Lesioni della cuffia dei rotatori 3) Lesioni del capo lungo del bicipite 4) Fratture della clavicola 5) Fratture della scapola 6) Fratture dell'omero (testa/collo) BRACCIO 1) Distrazioni e rotture muscolari 2) Sindromi canalicolari 3) Fratture dell'omero (diafisi) GOMITO 1) Epicondilite 2) Epitrocleite 3) Fratture dell'omero 4) Fratture dell'olecrano (ulna) 5) Fratture del radio (capitello) AVAMBRACCIO 1) Distrazioni e rotture muscolari 2) Sindromi canalicolari 3) Fratture del radio (diafisi) 4) Fratture dell'ulna (diafisi) POLSO E MANO a. Sindromi canalicolari b. Tendinopatie c. Fratture del radio d. Fratture dell'ulna e. Fratture delle ossa carpali e metacarpali f. Fratture delle falangi
RACHIDE 2) Fratture vertebrali
BACINO ED ANCA 2) Sindrome retto-adduttoria COSCIA 1) Lesioni muscolari 2) Ematomi 3) Fratture del femore GINOCCHIO 1) Malattia di Osgood-Schlatter 2) Lesioni legamentose acute e croniche 3) Lesioni meniscali acute e croniche 4) Tendinopatie del quadricipite, del rotuleo ecc. 5) Disassiamenti e deviazioni assiali 6) Fratture della tibia (piatti tibiali/eminenza intercondiloidea) 7) Fratture del perone (testa) GAMBA 1) Lesioni muscolari 2) Fratture della tibia (diafisarie) 3) Fratture del perone (diafisarie) CAVIGLIA E PIEDE 1) Lesioni capsulo-legamentose acute e croniche 2) Tendinopatie dell'achilleo e dei peronei 3) Fratture dei malleoli 4) Fratture delle ossa tarsali e metatarsali 5) Fratture delle falangi |
CAUSE DI NON IDONEITà DEFINITIVA
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SPALLA 1) Gravi alterazioni artrosiche 2) Conflitto sottoacromiale con grave degenerazione dei tessuti tendinei
GOMITO
POLSO E MANO 3) Tendinopatie degenerative
RACHIDE 2) Gravi scoliosi 3) Gravi cifosi 4) Gravi alterazioni artrosiche BACINO ED ANCA 1) Gravi alterazioni artrosiche 2) Displasia delle anche 3) Tendinopatie degenerative
GINOCCHIO 2) Gravi osteocondriti 3) Tendinopatie degenerative 4) Disassiamenti e deviazioni assiali di elevato grado 5) Lesioni capsulo-legamentose acute e croniche con lassità importanti CAVIGLIA E PIEDE 1) Gravi alterazioni artrosiche 2) Tendinopatie degenerative 3) Lesioni capsulo-legamentose acute e croniche con lassità importanti |
A proposito di queste tabelle, riteniamo necessario fare alcune precisazioni:
1) per ovvie ragioni di semplicità e di sintesi, sono state incluse in modo generico e schematico solo le affezioni ortopedico-traumatologiche di più comune riscontro e non certamente tutte quelle in cui si può imbattere il medico specialista in medicina dello sport che effettui visite di idoneità agonistica
2) alcune patologie (quali, ad esempio, le tendinopatie, o le deviazioni assiali) sono comprese sia nel gruppo delle non idoneità temporanee, sia in quelle definitive: fino a qualche anno fa, buona parte di queste affezioni sarebbe stata inserita solo nella tabella delle non idoneità definitive, oggi, invece, con i notevoli progressi della chirurgia ortopedica, molte di queste lesioni possono essere del tutto risolte, consentendo all'atleta un completo recupero sportivo nell'arco di qualche mese. Rimangono, pertanto, nella tabella delle inidoneità definitive solo quelle forme che non possono essere trattate chirurgicamente oppure quelle che, seppure operate, mantengono ugualmente un decorso cronico - degenerativo irreversibile
3) pur tenendo conto che i sovraccarichi funzionali tendono a peggiorare una situazione clinica, possiamo dire, a proposito delle forme artrosiche, che l'atleta non deve essere considerato idoneo quando la forma degenerativa presenta una sintomatologia subacuta, i cui segni patognomonici possono essere ricondotti al dolore persistente, esacerbato dai movimenti, al versamento articolare e ad una notevole limitazione dell'escursione articolare. Va sottolineato, a questo punto, che, se è in genere molto difficile codificare i limiti esatti tra idoneità ed non idoneità nei pazienti affetti da patologie degenerative dell'apparato locomotore, ciò è particolarmente vero nei casi di artrosi. Un supporto diagnostico irrinunciabile e fornito da alcuni esami strumentali (radiografie, T.A.C., R.N.M., ecc.)
4) per quanto concerne i giovani, la non idoneità deve essere condizionata da paramorfismi o deviazioni assiali che comportino incongruenze articolari: queste, sottoposte allo stress meccanico ripetitivo dovuto ai sovraccarichi sportivi, evolvono generalmente in senso degenerativo: la reintegrazione agonistica sarà possibile solo nel caso in cui, una volta sottoposto l'atleta ad intervento chirurgico, siano state corrette, in modo definitivo, le incongruenze articolari.
CONCLUSIONI
Alla luce di quanto fin qui esposto, ci preme sottolineare, ancora una volta, l'importanza, all'atto della visita medica per il conseguimento dell'idoneità sportiva agonistica, di una accurata anamnesi e di un approfondito esame obiettivo, corredato, ove necessario, da alcuni tra i numerosi esami strumentali oggi disponibili, al fine di individuare il più precocemente possibile quelle patologie dell'apparato locomotore a carattere degenerativo che, sottoposte ai carichi di lavoro tipici dell'attività sportiva, sono suscettibili di una rapida evoluzione peggiorativa.
Le lesioni irreversibili che si instaurano in questi casi, infatti, non soltanto precludono precocemente il prosieguo dell'attività sportiva dell'atleta, ma possono anche, frequentemente, risultare invalidanti nella normale vita di relazione, una volta conclusa la carriera sportiva (Riassunto dall'articolo pubblicato su "CAUSALI DI NON IDONEITA' ALLA PRATICA SPORTIVA AGONISTICA", scritto da D. Tagliabue e R. Orlandi, II° Divisione Ortopedia e Traumatologia, Ospedali Riuniti Sede Matteo Rota, Bergamo).
Dott. Roberto Borloni, Specialista in otorinolaringoiatria
CONTROINDICAZIONI
Per quanto riguarda le patologie di pertinenza otorinolaringoiatrica, esistono
delle controindicazioni assolute per tutti gli sport e controindicazioni
relative solamente ad alcuni sport (attività subacquee, volo o paracadutismo)
in cui vengono particolarmente sovraccaricate le strutture dell'orecchio o delle prIme
vie aeree:
- Otite cronica: inidoneità assoluta per gli sport subacquei, attenzione e
frequenti controlli nella pratica del nuoto
- Ricostruzione della catena ossiculare: inidoneità assoluta
- Impianti cocleari: inidoneità assoluta, agonistica e non agonistica, per sport
subacquei e da contatto
- Sindrome di Menière conclamata.
FUNZIONALITà TUBARICA
La compensazione è il problema fondamentale per tutte quelle discipline sportive
che comportano una repentina variazione pressoria.
La funzionalità tubarica è la prima preoccupazione del medico dello sport: è
importante che venga eguagliata la pressione all'interno ed all'esterno della
membrana timpanica.
Vi possono essere dei difetti anatomici: deflessione del setto nasale,
ipertrofia dei turbinati, concha bullosa
La prevenzione è essenzialmente legata al buon senso: attenzione alla
tempestività, correttezza e completezza delle manovre di compensazione; non
forzare una compensazione che non riesce facilmente; evitare l'immersione in
condizioni di infiammazione delle vie aeree superiori; adottare opportuni
provvedimenti diagnostici e terapeutici per evidenziare e curare problemi ed
affezioni delle prime vie aeree, del naso, dei seni paranasali e delle orecchie,
che possano compromettere la normale compensazione in immersione.
Barotrauma dell'orecchio interno: questo è un problema che ha luogo quando si
forza troppo un tentativo di compensazione. Questo può creare un eccessiva sovrapressione nell'orecchio medio e può provocare un danno della finestra
rotonda o della finestra ovale. Si manifesta con vertigine, nausea e vomito,
perdita di udito e forte tinnito. Per il trattamento occorre porre l'infortunato
seduto e ben eretto e raggiungere immediatamente una struttura sanitaria
adeguata, preferibilmente con qualche conoscenza specifica, dato che il barotrauma dell'orecchio interno può essere molto difficile da distinguere da
una forma di PDD vestibolare.
Barotrauma dell'orecchio medio: si tratta della lesione da immersione (o volo)
più frequente. I sintomi si sviluppano, generalmente, subito dopo l'immersione,
ma ci possono essere ritardi anche di diverse ore e fino ad un giorno intero.
Durante la discesa, la mancata o difettosa compensazione può provocare seri
danni all'orecchio medio, fino ad un significativo stravaso di siero e di
sangue, che può riempire la cavità.
Può essere avvertito un senso di "orecchio pieno ed ovattato", con udito ridotto
e dolore, spesso assai forte. All'esame otoscopico si può osservare un livello
liquido al di là della membrana timpanica, che appare rigonfia e arrossata. In
altri casi la membrana può, invece, apparire retratta. In tutti i casi è
necessaria l'immediata attenzione del medico. Come prima cosa, per iniziare il
corretto trattamento, bisogna sospendere le immersioni. Sarà anche bene evitare
le variazioni di altitudine, incluso il volo. La situazione in genere guarisce,
con la combinazione di farmaci e tempo, entro qualche giorno, anche se esistono
casi assai più complicati e refrattari. Se un normale trattamento con
decongestionanti non dà risultati entro 7 giorni al massimo, è importante farsi
visitare da uno specialista otorino.
Rottura della membrana timpanica: questo può essere il risultato finale di un barotrauma, anche a profondità di solo 2 metri. Si manifesta, generalmente, ma
non sempre, con dolore e sanguinamento. Può essere presente una certa perdita di
udito e tinnito e si può osservare la perdita di liquido siero-ematico
dall'orecchio. Per il trattamento è importante fare esaminare l'orecchio da un
medico al più presto. Evitare l'immersione ed il bagno, se anche solo si
sospetta una rottura del timpano: l'entrata d'acqua nella cavità dell'orecchio
medio può provocare violente vertigini. Non mettere gocce o altri preparati
nell'orecchio e non provare manovre di compensazione.
Rottura dei vasi sanguigni superficiali del canale uditivo esterno: questo
fenomeno è più frequente quando si indossa il cappuccio della muta. Le
variazioni di pressione possono, a volte, provocare la rottura di qualche
capillare superficiale ed un modesto sanguinamento. Piccole tracce di sangue
sull'orecchio o sul cuscino possono essere gli unici sintomi. Per poter
distinguere il caso da altre e più serie condizioni, è necessario, comunque,
sospendere le immersioni e farsi visitare da un medico.
è doveroso determinare in caso di dubbio la funzionalità in maniera strumentale con un esame impedenziometrico.
RINITI CRONICHE
Dobbiamo pensare alla patologia dell'orecchio medio come terminale di un
processo patologico originato in altro distretto: la causa è quasi sempre il
naso.
Riniti croniche o ricorrenti (allergiche, vasomotorie, miste), associate o meno
ad anomalie anatomiche (deflessioni settali, ipertrofie turbinali, concha
bullosa, poliposi nasale ecc.) sono comunemente oggetto causale della patologia
della tuba e dell'orecchio medio. A fronte di un trattamento medico o chirurgico
è quasi sempre possibile recuperare la funzione e quindi ridare l'idoneità allo
sportivo.
OTOSCLEROSI
è una malattia ereditaria, presente nella razza bianca nello 0.5 – 1% della popolazione e nel sesso femminile con frequenza doppia rispetto a quello maschile. La forma più frequente è quella stapedio-ovalare e causa una ipoacusia trasmissiva. Non si ha nessuna controindicazione prima dell'intervento. Per i soggetti operati per otosclerosi (stapedectomia), perforazione della membrana timpanica (timpanoplastica, miringoplastica) dedicare sempre attenzione alla funzionalità tubarica, richiedere quindi obbligatoriamente l'esame impedenziometrico; inoltre il consiglio è di aspettare 6 mesi dopo l'intervento per accertarsi della guarigione, chiedendo sempre l'autorizzazione dell'operatore.
Il sintomo vertigine, merita una particolare attenzione. L'accertamento
diagnostico deve essere spietato in tutte quelle attività sportive con repentine
variazioni pressorie.
La vertigine alternobarica è un fenomeno transitorio di breve durata a volte
accompagnato da nausea e vomito; è provocata da una differenza di pressione
idrostatica fra le due cavità dell'orecchio medio, che provoca uno squilibrio
fra gli apparati vestibolari dei due lati. Può provocare rare le lesioni della
finestra rotonda, una fistola della perilinfa o una lussazione della staffa
nella finestra ovale: si previene con la corretta compensazione.
Gli apparati vestibolari devono operare in equilibrio, pena lo scatenamento di
reazioni di allarme che si manifestano con la sensazione di vertigine, a volte
anche accompagnata da nausea e vomito.
Una differenza di completezza e/o tempo di compensazione fra le due cavità è
generalmente la causa scatenante.
La vertigine alternobarica si può verificare sia in fase di discesa che in fase
di risalita, più raramente al fondo a profondità costante.
Nel caso della VA in discesa, l'interruzione della discesa e la risalita a
profondità minori o in superficie, sono la soluzione immediata da adottare. Nel
caso di VA in risalita, generalmente il sintomo scompare entro 10-15 minuti.
Sintomi che perdurano oltre tale limite devono far sospettare lesioni
dell'orecchio interno, di carattere baro-traumatico, quando non anche di tipo
decompressivo.
La prevenzione è essenzialmente la stessa di quella del barotrauma auricolare:
attenzione alla tempestività, correttezza e completezza delle manovre di
compensazione; non forzare un compensazione che non riesce facilmente; evitare
l'immersione in condizioni di infiammazione delle vie aeree superiori; adottare
opportuni provvedimenti diagnostici e terapeutici per evidenziare e curare
problemi ed affezioni delle prime vie aeree, del naso, dei seni paranasali e
delle orecchie, che possano compromettere la normale compensazione in immersione.
In particolare nella malattia di Menière conclamata, nessuna idoneità può essere data per tutti quegli sport che comportano un pericolo reale per l'insorgenza di una sindrome vertiginosa imprevista, imprevedibile ed improvvisa.
IPOACUSIA
Per quanto attiene l'apparato uditivo, sappiamo che non esistono terapie farmacologiche per il danno da rumore. Quando ci troviamo a dover dare l'idoneità, ad esempio, per sport motoristici in presenza di ipoacusia neurosensoriale, possiamo eseguire prove di affaticamento uditivo che possono predittivamente dirci quale sarà il rischio uditivo del soggetto sottoposto a rumore.
OTITE ESTERNA
Si tratta di un'infiammazione del condotto uditivo esterno causata, in genere,
da un'infezione. Se l'orecchio rimane bagnato, l'umidità, con il calore
corporeo, crea un habitat favorevole allo sviluppo incontrollato di alcuni
microorganismi già normalmente presenti nel condotto stesso. Il canale appare
arrossato, gonfio e spesso prude molto. Toccare, tirare o spingere il padiglione
auricolare può provocare intenso dolore.
La chiave del trattamento è la prevenzione, specie nelle persone che hanno una
particolare suscettibilità al problema. La soluzione Domeboro (acqua, 2% acido
acetico, acetato di alluminio, acetato di sodio e acido borico) o soluzioni
acide simili (anche una semplice soluzione di acido acetico al 5% in acqua o in
alcool, preparate dal farmacista), può funzionare come trattamento preventivo,
in quanto l'acidificazione previene l'eccessivo sviluppo microbico, mentre i
sali acetati o l'alcool aiutano ad eliminare l'acqua in eccesso dai tessuti del
canale uditivo esterno. Per ottenere una certa efficacia occorre applicare il
preparato ogni mattina prima delle immersioni ed ogni sera, piegando la testa da
un lato e riempiendo il canale con la soluzione, che deve rimanere nel canale
per cinque minuti. Dopo di che, si gira il capo dall'altro lato, si lascia
uscire il liquido e si procede analogamente con l'altro orecchio. Questa
procedura è utile come profilassi e non serve se l'infezione è già iniziata.
è causa di inidoneità temporanea per sport da contatto e sub.
La profilassi si può fare con il vaccino antipiogeno polivalente Bruschettini o
con autovaccino.
OTITE MEDIA
Non si tratta di un problema subacqueo, ma può avere lo stesso aspetto per un medico non esperto di medi-cina subacquea. Dato che il trattamento può essere diverso, è importante ricordare che, dopo un problema da immersione, l'orecchio mostra, generalmente, problemi collegati alla pressione piuttosto che all'infezione.
FARMACI USATI NELLE PATOLOGIE ORL
In caso di otite, la terapia comprende: terapia generale con antibiotici ed
eventuali steroidi e terapia locale:
– Amoxicillina + ac. Calvulanico o Macrolide o Chinolonico
– Steroide (es. Deflazacort)
– Tobramicina + steroide (locale).
Nel caso di patologie ORL in atleti praticanti attività subacquee: è importante
tener sempre conto che:
– il motivo stesso per cui il farmaco viene assunto può essere la vera
controindicazione all'immersione
– l'assunzione di farmaci con potere analgesico può mascherare un'eventuale
patologia da Decompressione, fino a diverse ore dopo l'emersione.
I farmaci antistaminici possono provocare una reazione individuale, sonnolenza
ed una secchezza delle fauci e delle mucose, peggiorata dalla respirazione
attraverso l'erogatore.
I decongestionanti nasali hanno numerosi effetti collaterali: effetto rebound
(aumento temporaneo della congestione delle mucose), blocco inverso (difficoltà
di compensazione le cavità aeree in risalita), tachicardia, rialzo della
pressione arteriosa, rapida resistenza al farmaco (tachifilassi).
In alternativa, possono essere usate, per non più di tre giorni, soluzioni
saline balsamiche, cortisone o pseudoefedrina 30 minuti prima dell'immersione,
tenendo conto che cortisone e pseudoefedrina sono considerati doping.
Contro il mal di mare: tutti i preparati da banco sono di derivazione
antistaminica ed hanno effetti sedativi; la scopolamina cerotto va utilizzata per
almeno 24 ore prima dell'immersione.
Possono anche essere utilizzati farmaci da banco analgesici e antiinfiammatori
orali: paracetamolo, salicilati, farmaci antiinfiammatori non steroidei (FANS).
PRECAUZIONI NEI VOLI AEREI
Vi sono patologie che sconsigliano il volo aereo, compreso quello di ritorno
dopo un periodo di immersioni. Tutti conoscono l'effetto fastidioso della
pressione sull'orecchio. In genere i bambini ne soffrono più degli adulti, dato
che la tromba di Eustachio tende a collabire a livello dei due terzi inferiori
cartilaginei, mentre il terzo superiore (che negli adulti corrisponde alla metà)
scorre nel canale osseo e non è comprimibile.
Quando l'aereo sale, e si decomprime la carlinga, il canale si apre
passivamente. Quando però il mezzo di trasporto scende e si ricomprime, è
necessario aprire il condotto attivamente ogni 150 metri circa. Per questo una
velocità di discesa di 150 metri al minuto è considerata la più tollerabile.
L'apertura è facilitata dallo sbadiglio o dalla manovra di Toynbee, che consiste
nell'espirare a naso e bocca chiusa.
Il volo aereo è controindicato in caso di:
- Otite media in fase acuta
- Sinusite in fase acuta o subacuta
- Interventi sull'orecchio medio o sulle tonsille da meno di 10 gg.
Sono esclusi dalle trasvolate coloro che hanno un'otite media o una sinusite in
fase acuta, o che hanno subito interventi sull'orecchio medio o sulle tonsille
da meno di dieci giorni.
è comunque un buon consiglio quello di portare con sé in cabina un
decongestionante nasale e sistemico, soprattutto se si soffre di sinusite
cronica o anche di un banale raffreddore.
L'espansione dell'aria intrappolata nei seni paranasali e frontali può essere
un'esperienza tutt'altro che piacevole.
Per lo stesso motivo non possono volare coloro che hanno subito interventi
sull'occhio e che abbiano aria residua nel globo.
è necessario attendere il
riassorbimento totale, che richiede in media sei settimane.
I portatori di lenti a contatto potrebbero avvertire qualche fastidio, dato che
l'umidità ambientale nell'aereo non supera il 10-20 per cento, contro un livello
ottimale del 60. Inoltre il riciclo dell'aria nel sistema di aerazione può
trasportare particelle di polvere e detriti. Per questo è consigliabile
viaggiare sempre con una confezione di lacrime artificiali.
Infine coloro che praticano attività subacquea non dovrebbero prendere l'aereo
nelle 24 ore successive all'ultima immersione.
I sistemi di filtraggio dell'aria non mettono al riparo dalla trasmissione di
agenti infettivi. Per questo sono esclusi dai voli i malati contagiosi per via
aerea (compresi i bambini sui quali siano visibili i segni di malattie
esantematiche). è chiaro che tale divieto è più teorico che pratico data la
difficoltà di fare controlli.
Infine, la gravidanza non è una controindicazione, ma esistono alcune
limitazioni nell'ultimo trimestre. è necessario un certificato medico che
attesti le buone condizioni della futura mamma a partire dalla ventottesima
fino alla trentaseiesima settimana di gravidanza, mentre se fosse necessario
volare durante i sette giorni che precedono il parto, è d'obbligo essere
accompagnate da personale addestrato.
A cura della Società Italiana di Pneumologia dello Sport (SIP SPORT) [Albino Rossi: Società Italiana di Pneumologia dello Sport (SIP SPORT) - Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO) – Gruppo di Studio "Medicina dello Sport" - Isa Cerveri: Istituto di Malattie dell'Apparato Respiratorio - Università di Pavia]
Generalità
Per capire
l'importanza dell'apparato respiratorio nelle diverse specialità sportive, per
prima cosa intendiamo descrivere ciò che avviene a livello pneumologico nel
corso dei vari gesti tecnici, cercando di compilare una classificazione
pneumologica delle attività sportive.
L'apparato respiratorio partecipa all'attività fisica con due modalità
differenti e simultanee: con un blocco o con una sollecitazione funzionale
ventilatoria, in rapporto alla biomeccanica delle diverse specialità sportive.
Il polmone è coinvolto e costretto a sopportare nel primo caso forti pressioni
intratoraciche e intrapolmonari, mentre nella seconda ipotesi un'elevata
attività del mantice toraco - polmonare.
In base a queste considerazioni, risulta opportuna una prima classificazione
delle attività sportive in relazione all'impegno polmonare distinguendo: sport
in apnea e sport in iperpnea (3).
Sport in apnea
Al gruppo degli sport in apnea afferiscono tutte quelle attività che comportano
un blocco della ventilazione, cioè l'arresto della ciclica alternanza
inspirazione-espirazione.
In questo gruppo sono individuabili due sottogruppi:
- sport in apnea in cui il blocco del sistema toraco - polmonare viene
utilizzato per il mantenimento di una statica corporea ottimale
- sport in apnea in cui il blocco ventilatorio rappresenta un indispensabile
meccanismo di salvaguardia dell'integrità fisica.
a) Nel primo sottogruppo può essere considerato paradigmatico lo sport del
sollevamento pesi, il cui gesto atletico, sia di sollevamento sia di
mantenimento aereo dell'attrezzo, viene eseguito con un arresto della
ventilazione concomitante con una manovra di Valsalva di tipo massimale.
Questa manovra ha lo scopo di migliorare la fissazione del cingolo scapolare e
della colonna vertebrale, consentendo una miglior utilizzazione della potenza
degli arti superiori e inferiori.
Il gesto atletico comporta lo sviluppo di elevate pressioni positive
intrapolmonari, che possono raggiungere e superare anche 100-150 mmHg, in
funzione dello sviluppo della muscolatura espiratoria e della capacità polmonare
totale, cioè del massimo volume d'aria contenuto nei polmoni all'atto
dell'esercizio.
Meccanismi similari, anche se di minor entità, possono essere sviluppati in
altre attività sportive quali l'atletica leggera, nelle specialità dei lanci
(del martello, del disco del peso) e dei salti (in lungo, in alto, con l'asta),
l'atletica pesante, anche nelle specialità di combattimento (lotta greco-romana,
judo), la ginnastica, nelle specialità degli attrezzi.
b) Al secondo sottogruppo appartengono tutti gli sport dei tuffi e subacquei
senza respiratore, in cui l'apnea rappresenta una necessità per la salvaguardia
dell'integrità fisica nell'impatto con l'acqua.
Nei tuffi l'apnea assume due diversi significati: durante la fase di volo aereo
serve a migliorare la coordinazione motoria del corpo per un più elegante
impatto con l'acqua; durante la penetrazione nell'acqua serve ad impedire
l'entrata dell'acqua dentro le vie aeree.
Negli sport di immersione in apnea, cioè senza respiratore, occorre prendere in
considerazione nuove situazioni quali la profondità, la durata di immersione e
la fase di emersione.
La profondità dell'immersione è condizionata dal massimo volume polmonare
gassoso della cassa toracica e dalle proprietà elastiche della stessa: con
l'aumento della profondità, aumenta la pressione idrostatica sulla cassa
toracica con conseguente riduzione del volume polmonare, con possibilità di
edema polmonare e rotture costali.
La durata dell'immersione è condizionata dalla validità funzionale del polmone,
come la fase di emersione è condizionata dall'integrità del parenchima polmonare
ad evitare gravi emergenze respiratorie (pneumotorace, pneumomediastino,
emorragie polmonari).
Sport in Iperpnea
Al gruppo degli sport
in iperpnea afferiscono le attività sportive che impegnano in modo prevalente
l'apparato respiratorio nella funzione peculiare di scambio gassoso, come il
ciclismo, lo sci nordico, la corsa di fondo ecc.
Infatti ogni incremento dell'attività muscolare comporta la necessità di un
aumento di scambio gassoso di ossigeno e anidride carbonica.
L'iperpnea risulta quindi una normale risposta ad una corretta funzione
dell'apparato respiratorio in relazione alle richieste metaboliche dei tessuti
periferici durante l'esercizio fisico.
Sport ad impegno ventilatorio
alternato
Esistono una serie di
attività caratterizzate dalla combinazione, in gara come in allenamento, di
performance in apnea ed iperpnea, basti citare tra tutti il rugby e il football
americano.
Sport ad impegno ventilatorio
ridotto
Accanto ad attività
impegnative, devono essere considerate anche le attività ad impegno
toraco-polmonare minimo con dispendio energetico scarso, che sono sostenibili
anche da sportivi con funzione polmonare compromessa (sport di tiro, pesca
sportiva ecc.).
L'IDONEITà PNEUMOLOGICA ALL'ATTIVITà SPORTIVA
Il diverso impegno
toraco - polmonare nelle attività sportive pone specifici obiettivi di indagine e
di valutazione di ogni atleta o aspirante atleta. Così le attività sportive in
apnea necessitano di una particolare attenzione all'integrità del parenchima
polmonare, mentre le attività in iperpnea necessitano di approfondite indagini
in ambito funzionale.
L'idoneità agonistica e non agonistica in ambito pneumologico può trovare una
distinzione in:
a) Non idoneità temporanea
- configura la sospensione dell'attività sportiva, limitata nel tempo:
- in attesa o di una definizione diagnostica
- in attesa dell'evoluzione di una patologia acuta o subacuta in trattamento
terapeutico.
b) Non idoneità permanente
– configura una situazione clinico - funzionale che preclude l'attività sportiva:
- per le conseguenze che ne possono derivare all'atleta
- per l'inefficienza funzionale specifica.
Può essere distinta in: 1) assoluta quando interessa tutte le attività sportive;
2) relativa quando è riferibile solo a determinate attività.
c) Idoneità condizionata: quando l'intervento preventivo o terapeutico può neutralizzare lo stato di
malattia o quando l'attività sportiva deve essere limitata a condizioni che
riducano il rischio specifico.
Il
giudizio di idoneità
necessita di una giusta impostazione metodologica e non può prescindere, oltre
che dall'indispensabile esame clinico, dall'indagine funzionale respiratoria ed
in alcuni casi dall'indagine radiologica.
L'esame clinico
deve sempre costituire il pilastro su cui costruire tutto l'iter valutativo in
quanto può orientare all'evidenziazione di momenti patologici ignorati,
dimenticati o sottovalutati.
La sintomatologia
pneumologica è molto
ristretta, ma altamente orientativa in ambito diagnostico; peraltro in ambito
sportivo occorre ricordare la possibilità di reticenze che possono essere causa
di errori valutativi.
L'indagine funzionale
respiratoria è
indispensabile nella valutazione di idoneità in quanto fornisce le misure delle
possibilità ventilo - metaboliche dell'atleta in rapporto all'attività preposta.
La Spirometria,
indagine che consente la determinazione dei volumi polmonari statici e dinamici,
costituisce il primo atto, sicuramente il più importante, dello studio della
funzione respiratoria, in quanto procura informazioni sulla capienza e
l'efficienza del mantice ventilatorio, preposto al continuo rifornimento di
ossigeno ai tessuti ed alla eliminazione dell'anidride carbonica prodotta.
La spirometria, costituisce anche l'unica indagine strumentale diagnostica
pneumologica prevista dal D.M. 18.02.82, con la determinazione dei soli
parametri CV (capacità vitale), FEV1 (volume espiratorio massimo al secondo) e
MVV (ventilazione polmonare massima), essendo in grado di evidenziare eventuali
alterazioni del quadro ventilatorio con rilevazione di deficit di tipo
ostruttivo e di tipo restrittivo.
La compromissione dei parametri volumetrici deve avviare un approfondimento
diagnostico strumentale con l'esecuzione dello
Studio Radiologico
del torace e il completamento delle indagini funzionali respiratorie in
condizioni di riposo e sotto sforzo.
L'esame radiologico è in pneumologia di fondamentale importanza, in quanto può
evidenziare alterazioni pleuro-parenchimali anche quando l'esame clinico risulta
del tutto normale o di irrilevante significatività. Ne sono di esempio i casi di
distrofia bollosa diagnosticati in atleti dopo comparsa di pneumotorace
spontaneo o traumatico, o casi di patologia neoplastica misconosciuta.
Il documento radiologico costituisce sempre un utilissimo reperto di confronto
per ogni dubbio diagnostico o per stabilire i tempi di un insulto polmonare
eventualmente legato all'attività sportiva, da cui l'importanza anche a fini
medico - legali e/o assicurativi.
Anche il rilievo di un quadro di normalità ventilatoria deve essere approfondito
con test di Broncostimolazione aspecifica
(con nebbia ultrasonica, metacolina e sforzo) qualora esistano rilievi
anamnestici sospetti per una patologia su base asmatica.
L'evidenza di un deficit ventilatorio ostruttivo deve prevedere l'esecuzione di
un test broncodinamico di bronco dilatazione con farmaci beta2 adrenergici (salbutamolo),
ovviamente nel caso che il paziente non sia già inquadrato e non stia già
assumendo un'adeguata terapia.
La diagnosi di iperreattività bronchiale specifica (riduzione del FEV1 uguale o
maggiore al 20%, rispetto al valore basale, dopo broncostimolazione) o di
broncospasmo reversibile (aumento del FEV1, uguale o maggiore del 15%, rispetto
al valore basale, dopo broncodilatazione) comporta l'idoneità condizionata alle
possibilità terapeutiche, al possibile programma preventivo, alle attività
sportive compatibili con le condizioni cliniche e funzionali.
La presenza di FEV1/FCV < 55% con risposta negativa ai test di broncodilatazione
con FEV1/FVC <60% e in particolare con insufficienza respiratoria ipossiemica
(PaO2 < 65 mmHg), ossia una riduzione della concentrazione di ossigeno nel
sangue arterioso, comporta l'inidoneità permanente assoluta per ogni attività
sportiva.
Tutte le soluzioni intermedie devono essere valutate in rapporto al tipo di
attività sportiva e alle condizioni di attività programmate.
L'evidenza di un deficit ventilatorio di tipo restrittivo impone lo studio del
Quadro Emogasanalitico,
ossia la misurazione della pressione di ossigeno nel sangue arterioso, a riposo
e sotto sforzo, nonché della
Diffusione alveolo -capillare,
ossia del passaggio di ossigeno e di anidride carbonica attraverso la parete dei
capillari e quella degli alveoli polmonari, che possono essere, una o l'altra,
alterate nel corso di alcune patologie.
In condizioni di normalità del quadro emogasanalitico, a riposo e sotto sforzo,
l'idoneità sarà condizionata al dispendio energetico dell'attività programmata,
mentre in condizioni di modesta ipossiemia (PaO2 tra 65 e 70 mmHg) l'idoneità
sarà prevista solo per attività a modesto dispendio energetico.
L'inidoneità assoluta e prevista per atleti con grave deficit restrittivo (CV <
50%), ridotta capacita di diffusione (DLco < 70%) e grave insufficienza
respiratorio (PaO2, < 65 mmHg). L'idoneità all'attività sportiva per sport
aerobici è prevista con FCV > 70% del predetto.
Questo tentativo di inquadrare l'idoneità alla pratica sportiva rappresenta uno
sforzo teso ad una standardizzazione valutativa nell'eterogeneità specialistica
della medicina dello sport, fermo restando il principio che la valutazione
medico - sportiva deve essere personalizzata.
Per quanto riguarda la non
idoneità temporanea, riportiamo di seguito il tempo, che noi riteniamo
indispensabile, di sospensione dall'attività sportiva, nel caso che l'atleta
venga colpito da una di queste patologie (intendiamo sospensione anche dagli
allenamenti).
- Infezioni broncopolmonari acute, asma bronchiale( stato asmatico)
15 – 30 giorni
- Emottisi (sine materia)
30 giorni
- Pneumotorace o pneumomediastino, spontaneo o traumatico
20 - 60 giorni
- Traumi toracici 60
giorni
- Micosi polmonare, pleuriti acute (non TBC), interventi di exeresi polmonare
90 giorni
- Pleuriti tubercolari, trombo embolie polmonari, sarcoidosi polmonare (1°
stadio) 180 giorni
- Sarcoidosi polmonare (2° e 3° stadio), TBC polmonare attiva
365 giorni
La valutazione si intende basata sulla normalizzazione o la stabilizzazione dei
quadri clinico, radiologico e funzionale.
Tra le pneumopatie di più frequente riscontro in ambito sportivo e parallelamente di maggior impegno diagnostico e valutativo, si possono citare l'asma bronchiale e il pneumotorace spontaneo, delle quali ci occupiamo diffusamente.
L'asma bronchiale rappresenta una
delle situazioni patologiche più frequenti se si considera che nel mondo ne
soffre il 5 – 7% della popolazione sia
infantile che adulta.
Anche fra gli sportivi essa presenta una considerevole diffusione: come, ormai
noto, nelle ultime sei Olimpiadi la delegazione australiana e quella americana
hanno schierato una percentuale variabile dal 5 al 14% di atleti asmatici. Alle Olimpiadi di Sidney 2000 su 454 atleti
della delegazione italiana, l'asma bronchiale è stata riscontrata nel 7.5%. Questi dati
evidenziano come l'asma non solo non preclude l'attività sportiva, ma consente
anche di raggiungere eccellenti risultati agonistici, presentando così uno
scenario forse troppo ottimistico. Infatti i problemi esistono e sono legati
sia alla gravità della malattia, che può essere causa di inidoneità all'attività
sportiva, sia al dato che tra i fattori scatenanti una crisi asmatica vi sia anche lo
sforzo fisico, configurando un quadro clinico definibile, per quanto
impropriamente, "asma da sforzo".
Nell'asma bronchiale possono essere individuati 4 livelli di gravità (Tabella 1), che condizionano anche l'idoneità all'attività sportiva:
a) asma intermittente
(1° livello) nella
quale l'attività sportiva non presenta alcuna controindicazione (idoneità)
b) asma lieve
persistente (2° livello)
e asma moderato persistente (3°livello) in cui sarà necessario istituire
una terapia capace di ridurre quanto possibile lo stato infiammatorio e quindi
far regredire la malattia ai livelli più bassi (idoneità condizionata)
c) asma severo
persistente (livello 4),
nella quale è preclusa ogni attività sportiva (inidoneità permanente relativa o
assoluta). In particolare l'inidoneità permanente assoluta è contemplata in
corso di asma bronchiale continuo severa, nelle condizioni di broncostruzione
continua con
FEV1/VC < 55%, irreversibile a terapia broncodisostruente o reversibile con
valore FEV1/VC <60%.
Tabella 1
|
Asma bronchiale e Livelli di Gravità (NHLBI/WHOGINA – 1995) |
||
|
|
FEV1 – PEF |
Sintomi |
|
1) lieve intermittente |
> 0 = 80% teorico variabilità die < 20% |
Sintomi
intermittenti < 1/settimana |
|
2) lieve persistente |
> 80% teorico variabilità die 20 – 30% |
Sintomi > 1/settimana < 1/die
Riacutizzazioni lunghe, inabilitanti |
|
3) moderato persistente |
> 60% < 80% teorico variabilità / die > 30% |
Sintomi
quotidiani |
|
4) grave persistente |
< 0 = 60% teorico variabilità/die > 30% |
Sintomi
continui |
Nella Tabella sono riportati i livelli di gravità dell'asma bronchiale in relazione all'idoneità all'attività sportiva.
Tabella 2
|
Asma bronchiale – Livelli di gravità e Idoneità all'attività sportiva |
|
Livello 1° - Intermittente |
|
Idoneità all'attività sportiva |
|
Livello 2° - Lieve persistente |
|
Idoneità all'attività sportiva con condizionamento terapeutico |
|
Livello3° - Moderata persistente |
|
Inidoneità condizionata ad impegno metabolico moderato e sotto trattamento |
|
Livello 4° - Grave persistente |
|
Inidoneità permanente assoluta VEMS/CV < 55% irreversibile a terapia |
Inoltre l'inidoneità permanente
relativa è prevista per l'attività subacquea con ARA e sport motoristici per le
particolari condizioni ambientali di alto rischio in corso di iperreattività
bronchiale non controllata.
Attività sportive in cui il giudizio deve essere particolarmente restrittivo,
per la pericolosità che può derivare da un mancato pronto soccorso in caso di
attacchi acuti di broncospasmo, sono il deltaplano, alpinismo e altre attività
in alta quota (Tabella 3).
Tabella 3
|
Asma bronchiale - Inidoneità permanente relativa
Attività subacquea con autorespiratore
Automobilismo e motociclismo
Deltaplano – Attività sportiva in alta quota |
L'inidoneità sarà temporanea in
ogni condizione di stato asmatico fino alla reversibilità e stabilizzazione con
adeguata terapia antinfiammatoria e broncodilatante.
L'iperreattività
bronchiale e l'asma con
broncospasmo
intermittente pongono,
oltre al problema terapeutico, il problema preventivo in quanto comportano, nei
periodi tra le crisi, la presenza di
broncospasmo indotto da esercizio
fisico, che costituisce
una particolare limitazione per alcune attività sportive.
Il broncospasmo indotto da esercizio fisico (BIEF) è di più frequente riscontro
nei soggetti asmatici con ipersensibilità ad allergie perenni, mentre è
significativamente più raro nei soggetti con ipersensibilità ad allergie
stagionali lontano dal periodo di pollinazione; presenta il suo acme dopo 10-15
minuti e tende alla risoluzione spontanea in circa 30-60 minuti.
L'asma indotta da BIEF non deve costituire una limitazione particolare allo
svolgimento di una regolare attività fisica. La valutazione della
broncoreattività da sforzo e dello stato di forma, associate alla protezione
farmacologica, consentono di indirizzare bambini e giovani verso un'attività
sportiva.
L'asma da sforzo costituisce una evenienza che interessa il 40% degli asmatici
adulti, ma ben il 66% dei giovani asmatici, condizionando così la scelta di una
attività sportiva.
Uno sforzo per provocare una sintomatologia broncospastica deve avere requisiti
ben precisi: essere di tipo aerobico, avere intensità submassimale continuativa,
avere una durata di 6 – 8 minuti. Naturalmente questi fattori sono influenzati
negativamente da situazioni ambientali a rischio scatenante (pollini, smog,
NO2), da condizioni climatiche avverse (temperature fredde, clima ventoso), da
non ottimale controllo farmacologico della malattia.
Le attività sportive hanno un diverso potere asmogeno: fra le più asmogene
dobbiamo considerare quelle aerobiche in iperpnea e soprattutto la corsa e il
ciclismo. In particolare l'attività a maggior rischio asmogeno risulta la corsa
di durata superiore a 5 minuti e in generale tutte le attività aerobiche ed
aerobiche-anerobiche alternate massimali di entità superiore ai 4 – 6 minuti.
Fra le attività meno asmogene si annoverano le attività che si svolgono in apnea
(tuffi ) inoltre quelle ad impegno anaerobico e aerobico - anaerobico alternate
che comportano sforzi brevi, anche se intensi, ma che non determinano una
iperventilazione continuativa, come pallacanestro, pallavolo, calcio; le
attività di potenza, come sollevamento pesi, lotta, e di destrezza, come la
scherma, la ginnastica.
Lo sport ottimale per i soggetti asmatici risulta essere
il nuoto, sia perché viene svolto in ambiente caldo e umido, quindi poco "asmogeno",
sia perché alleggerisce in acqua il peso del corpo e comporta una ventilazione
ritmica e regolare.
Comunque si può affermare che i soggetti con asma intermittente e asma da
sforzo, con asma lieve persistente e moderata persistente, possono svolgere
qualsiasi attività sportiva, purché, quando necessaria, sotto una adeguata
copertura farmacologica preventiva del broncospasmo.
Da considerare la prevenzione dell'asma da sforzo che prevede un trattamento non
farmacologico e farmacologico.
- Non farmacologico:
sfrutta le teorie patogenetiche che individuano la causa del broncospasmo nella
perdita di calore e acqua delle vie aeree, si avvale di ambienti e climi caldi e
umidi per l'attività sportiva.
è importante insegnare correttamente agli asmatici le metodologie del
preriscaldamento e dell'allenamento di base: il carico di lavoro va incrementato
molto gradualmente nel corso delle sedute di allenamento, in funzione della
frequenza cardiaca e della soglia asmogena; inoltre va spiegato che la comparsa
di sensazioni di difficoltà respiratoria richiedono necessariamente un
alleggerimento del carico di lavoro, o pause di riposo più ravvicinate: di
solito così facendo, i sibili, la tosse, la sensazione di costrizione toracica
tendono a regredire spontaneamente. Prima delle gare, è attuabile con un
preriscaldamento con esercizi brevi, ma intensi della durata di 15 secondi (scatti veloci) alternati a periodi di riposo attivo della durata di almeno 1
minuto, per un totale di 15 – 20 minuti.
Naturalmente da evitare attività dopo infezioni virali delle alte vie aeree,
zone a inquinamento importante (SO2, NO2), ambienti climatici freddi. Utile
l'uso di maschere o boccagli, che permettono di riscaldare l'aria inspirata.
- Farmacologico
con l'utilizzo preventivo di farmaci Beta2-agonisti e/o cromoni e/o
antileucotrienici.
Sempre ricordare che ogni trattamento preventivo o terapeutico farmacologico
deve ottemperare a quanto stabilito dal C.I.O. in materia di controllo del doping
(Tabella 4).
Tabella 4
|
Farmaci antiasmatici permessi dalle vigenti normative antidoping |
||
|
Molecola |
Trattamento orale |
Trattamento inalatorio |
|
B2 –
Agonisti (esclusivi) |
NO |
SI (esclusivo) |
|
Teofillinici |
SI |
NO |
|
Anticolinergici |
NO |
SI |
|
Cromoni |
NO |
SI |
|
Corticosteroidi (esclusivi) |
NO |
SI (esclusivo) |
|
Antileucotrienici |
SI |
SI |
Pertanto, in ambito di terapia
antiasmatica o preventiva dell'asma da sforzo, tra i farmaci Beta2-agonisti sono
ammessi, e solo per via inalatoria: salbutamolo, terbutalina, salmeterolo e
formoterolo.
I farmaci cortisonici devono essere somministrati esclusivamente per via
inalatoria.
Nessuna controindicazione per teofillinici e antileucotrienici per via orale,
parasimpaticolitici per via inalatoria.
Naturalmente non esistono restrizioni per gli amatori, che però dovrebbero
comunque seguire le normative ad evitare inconvenienti alla salute. Una
particolare considerazione: ad aggravare il rischio dell'asmatico nell'attività
subacquea, vi è la controindicazione dei farmaci Beta2-agonisti e teofillinici per
la loro influenza sulla funzione di filtro del polmone.
Comunque il problema dell'asma
bronchiale in ambito sportivo va sempre affrontato nella sua completezza; il
giudizio idoneativo nell'asma bronchiale è condizionato sia dal quadro clinico
che dal tipo di attività sportiva praticata o programmata.
La non idoneità assoluta all'attività sportiva è indicata in corso di asma
bronchiale che necessita di terapia steroidea cronica (asma steroido-dipendente)
e nelle condizioni di asma con bronco-ostruzione continua con FEV1/CV < 55%,
irreversibile a terapia broncodisostruente correttamente attuata, soprattutto se
concomitante a insufficienza respiratoria (PaO2, < 65).
Inoltre l'inidoneità assoluta è prevista per gli sport subacquei, in cui anche
una lieve broncocostruzione può determinare un intrappolamento aereo con
conseguenti possibili incidenti di iperpressione durante la risalita.
Attività sportive il cui giudizio idoneativo deve essere particolarmente severo
e restrittivo per la pericolosità di un mancato soccorso in corso di eventuali
attacchi acuti sono paracadutismo, deltaplano e alpinismo d'alta quota.
L'inidoneità sarà solo temporanea in ogni condizione di stato asmatico fino alla
stabilizzazione delle condizioni respiratorie ed in particolari condizioni
climatiche o di inquinamento ambientale per presenza di smog o allergeni.
La fase intercritica dell'asma bronchiale (ossia l'intervallo tra due crisi) può
evidenziare:
a) una situazione clinica e funzionale di assoluta normalità in cui, anche di
fronte al solo sospetto clinico posto dall'anamnesi, sarà opportuno procedere ad
una attenta valutazione diagnostica con test di bronco-stimolazione specifica (metacolina,
nebbia ultrasonica, esercizio fisico). La positività dei test di
broncostimolazione conferma la presenza di iperreattività bronchiale e
condiziona l'idoneità all'attività sportiva sia in particolari condizioni di
inquinamento atmosferico, sia in ambiente subacqueo.
La presenza di BIEF senza possibilità di adeguata prevenzione farmacologica e
non farmacologica esclude l'idoneità per attività sportive in iperpnea (a
dispendio energetico aerobico), mentre può permettere attività sportive
anaerobiche o di breve durata ed attività di potenza e di destrezza; per contro
la possibilità di una efficace prevenzione del BIEF comporta l'idoneità
condizionata ad un trattamento preventivo e la scelta di un'attività non
asmogena. Comunque ogni atleta in fase intercritica o che presenti uno stato di
iperreattività bronchiale deve essere accuratamente seguito e sottoposto a
controlli pneumologici trimestrali.
b) una condizione di broncospasmo modesto e reversibile dopo somministrazione di
broncodilatatori, prevede l'idoneità condizionata alla somministrazione di
farmaci ammessi dal C.I.O.
BRONCO PNEUMOPATIE OSTRUTTIVE CRONICHE
Le più recenti indagini epidemiologiche riportano in Italia una prevalenza delle bronco pneumopatie ostruttive croniche dell'11%; esse interessano in prevalenza l'età compresa tra i 55 e i 65 anni. L'effetto sull'apparato respiratorio è altamente invalidante tanto da compromettere seriamente lo svolgimento di una attività anche amatoriale e soprattutto l'idoneità all'attività sportiva agonistica. Si può stabilire una scala idoneativa (Tabella 5).
Tabella 5
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Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) Livelli di gravità e idoneità all'attività sportiva
Livello
0 (rischio) = funzione ventilatoria normale
Livello
1 – Lieve = FEV1/FVC < 70% - FEV1 = 0 > 80% v.t.
Livello2A – Moderata Lieve = FEV1/FVC < 70% - FEV1
50 –80% v.t.
Livello
2B – Moderata Grave = FEV1/FVC < 70% - FEV1 30 –40% v.t.
Livello
3 – Grave = FEV1/FVC < 70% - FEV1 < 30% v.t. |
a) Bronchite cronica
semplice (stadio 0 -
rischio) con sola tosse ed espettorazione, prevalentemente mattutina,
caratterizzata dalla mancanza di una componente funzionale ostruttiva. Tale
situazione non prevede alcuna controindicazione all'attività sportiva, salvo una
inidoneità temporanea in corso di riacutizzazione, della durata di circa 10
giorni.
b) BPCO lieve (stadio 1),
quando l'interessamento funzionale respiratorio è riconducibile ad un FEV1/FVC
inferiore al 70% con normalità del FEV1, cioè superiore al 80% del predetto.
Tale situazione prevede idoneità condizionata all'attivià sportiva con continuo
controllo terapeutico.
c) BPCO moderata-lieve
(stadio 2A), che
comporta un rapporto FEV1/FVC inferiore al 70% e FEV1 compreso tra 50 e 80% del
predetto; impone una inidoneità permanente relativa in quanto prevede la
possibilità di attività a modesto impegno metabolico (golf, bocce, tiro con
arco ecc), sempre controllata da terapia broncodisostruente cronica, e
trattamento antibiotico nella fasi di riacutizzazione, con conseguente inidoneità
temporanea della durata di almeno 20 giorni.
d) BPCO moderata grave
(stadio 2B) (FEV1/FVC
inferiore a 70% FEV1 compreso tra 30 e 49% del predetto)
e grave (stadio 3)
(FEV1 < al 30% del predetto), comportano inidoneità permanente assoluta, cioè
per tutte le attività sportive.
Per i soggetti con broncopneumopatia ostruttiva cronica in fase di ipossiemia è
prevista controindicazione anche al solo soggiorno in quota
oltre i 1000 metri di altezza.
Particolare attenzione nell'utilizzo di farmaci nella terapia continua e in quella delle riacutizzazioni,
per le norme antidoping. Negli amatori tali restrizioni
non sono previste, ma la terapia deve essere controllata, ricordando anche gli
effetti collaterali degli antibiotici negli sportivi (ad esempio le tendinopatie nei
trattamenti con fluorochinolonici).
Si definisce pneumotorace la presenza di aria nel cavo pleurico, spazio virtuale
tra la pleura parietale e la pleura viscerale che in condizioni fisiologiche
comporta una pressione negativa variabile con gli atti respiratori tra 4 a 6
mmHg.
L'aria nel cavo pleurico può giungere:
a) per rottura del parenchima polmonare senza una causa apparente e/o
preesistente (pneumotorace spontaneo primitivo) o secondario ad alterazioni
polmonari bollose o alterazioni distrofiche polmonari (pneumotorace spontaneo
secondario)
b) attraverso la parete toracica a seguito di traumatismo accidentale del torace
(pneumotorace traumatico) o a seguito di lesione polmonare da procedimenti
medici (pneumotorace iatrogeno).
Pneumotorace spontaneo
Il pneumotorace spontaneo si manifesta in seguito a rottura del parenchima
polmonare e si definisce:
a) primitivo, o idiopatico: si manifesta con polmone apparentemente sano, per
quanto possano essere evidenti ad indagine toracoscopica delle piccole bolle
sottopleuriche (bleebs) non note.
Interessa generalmente soggetti in giovane età.
b) secondario: quando è dimostrabile una patologia polmonare preesistente e/o
predisponente di tipo bolloso, come distrofia bollosa, enfisema polmonare, istiocitosi X e patologia bronco ostruttiva. Interessa soprattutto
soggetti in età avanzata con patologia nota.
Pneumotorace traumatico e iatrogeno
Il meccanismo di formazione è dovuto alla penetrazione di aria attraverso la
parete toracica o attraverso la rottura polmonare:
a) traumatico: quando è determinato da traumatismi toracici trafittivi da mezzo
contundente o da contusione toracica e polmonare, che determinano fratture
costali e/o scoppio del parenchima polmonare
b) iatrogeno: quando è determinato da procedimenti medici invasivi, come
toracentesi, biopsie polmonari.
Il pneumotorace spontaneo
primitivo ha una incidenza dal 7.4 a 18 casi per 100.000 persone. Classicamente il
pneumotorace avviene in condizioni di riposo. Il tasso di recidive dei primi
episodi di pneumotorace spontaneo primitivo si aggira intorno al 30%. La maggior parte
di recidive avviene nei primi due anni dopo l'episodio iniziale. Il fumo e la
giovane età costituiscono fattori di rischio per la concausa in recidive.
Nessun studio controllato ha individuato una attività sportiva particolare come
causa di pneumotorace spontaneo primitivo.
Il pneumotorace secondario
costituisce spesso l'occasione per la diagnosi della malattia fondamentale.
Il meccanismo è quello della iperpressione a livello di zone bollose o comunque
alterate.
Il pneumotorace traumatico
costituisce un evento sempre drammatico, che prevede un trattamento d'urgenza,
in modo particolare, quando è bilaterale. La letteratura sportiva abbonda di casi
di pneumotoraci traumatici, con e senza perforazione polmonare esterna, che si
verificano negli sciatori, nei giocatori di football americano, hockey su
ghiaccio; anche nel pugilato sono descritti casi di pneumotorace da trauma
addominale. L'analisi della letteratura permette di rilevare che il meccanismo
fisiopatologico dei pneumotoraci da trauma contusivo è simile a quello del
barotrauma, riferibile a sforzi a glottide chiusa
(manovra di Valsalva).
Si può considerare traumatico anche il pneumotorace da barotrauma nei subacquei,
che comporta una iperpressione a livello alveolare e conseguente rottura,
soprattutto quando sono presenti patologie ostruttive bronchiali o distrofiche
polmonari.
Il pneumotorace iatrogeno è di raro riscontro in ambito sportivo, salvo in applicazione di manovre incaute nel tentativo di drenare un sospetto di pneumotorace iperteso.
Il sospetto diagnostico di
pneumotorace può essere posto per la comparsa di un dolore toracico improvviso,
esacerbato dagli atti respiratori e seguito non immediatamente da dispnea, tale
sintomatologia può insorgere sia a riposo che sotto sforzo (raramente) e anche
dopo traumatismo toracico, spesso modesto.
L'obiettività evidenzia in primo tempo sfregamenti pleurici, quindi riduzione
del murmure vescicolare, poco apprezzabile salvo in caso di pneumotorace
iperteso, in cui si accompagna dispnea grave.
La diagnosi certa è solo radiologica, e può evidenziare un collasso polmonare
parziale di entità inferiore o superiore al 30%, completo, iperteso, tali
situazioni condizionano il programma terapeutico.
Il trattamento del pneumotorace,
qualunque sia l'eziologia, può consistere, secondo l'entità del collasso, nel
riposo (pneumotorace parziale di entità inferiore al 30%), nell'aspirazione con ago - cannula (pneumotorace parziale di entità superiore al 30%),
nell'impostazione di
drenaggio pleurico con aspirazione continua (pneumotorace completo), nel
trattamento "sinfisante" chimico e/o nella pleurectomia con eventuale exeresi di
bolle (pneumotorace in condizioni di distrofia polmonare).
Una complicanza importante è quella del sanguinamento nel cavo pleurico (emopneumotorace)
per rottura di aderenze vascolarizzate o, nel pneumotorace traumatico, di
arterie intercostali o per lesione polmonare. In questi casi può essere indicativo
un approccio chirurgico, spesso anche d'urgenza.
Il trattamento comporta una inidoneità temporanea di circa 20 – 30 giorni per i
pneumotoraci spontanei, secondari e iatrogeni, di 40 - 60 giorni per i pneumotoraci
traumatici. Questi ultimi possono comportare limitazioni funzionali respiratorie
gravi da compromettere l'idoneità per particolari attività sportive in iperpnea.
Tabella 6
|
Pneumotorace e idoneità attività sportiva
Pneumotorace spontaneo secondario
Pneumotorace traumatico
Pneumotorace iatrogeno |
L'attività subacquea è l'attività
a più alto rischio di barotrauma per lo sviluppo di iperpressione a livello
delle vie aeree con conseguente rottura parenchimale.
L'attività subacquea comporta una inidoneità permanente parziale nelle
broncopneumopatie ostruttive anche in stadio 1 e in stadio 2A,
nell'enfisema bolloso panlobulare, nell'asma bronchiale in fase attiva, in
particolari situazioni fibrotiche polmonari con presenza di bolle. Così pure
ogni antecedente di pneumotorace spontaneo controindica l'attività subacquea. Tale controindicazione persiste anche dopo trattamento sinfisante con
"talcaggio"
pleurico e con "toracosintesi" chirurgica: infatti non possono essere escluse
recidive da zone polmonari escluse dal trattamento. Il rilievo anamnestico di
pregresso pneumotorace spontaneo non controindica le attività sportive
aerobiche, anaerobiche, aerobiche - anaerobiche, di potenza e destrezza, ma ogni
atleta deve essere avvertito di possibilità di recidive, quindi al minimo
sospetto si deve fermare l'attività per un controllo. Attività ad alto rischio sono
pugilato, lotta greco-romana, hockey su ghiaccio, football americano, rugby:
queste attività comportano una inidoneità permanente relativa qualora sia
presente una alterazione distrofico-bollosa polmonare. Ogni sport di contatto
può costituire un altissimo rischio e comportare condizione di inidoneità
permanente relativa in relazione alla gravità delle alterazioni enfisematose.
Il pneumotorace traumatico comporta idoneità condizionata agli esiti funzionali
respiratori postraumatici.
Nessuna controindicazione per il pneumotorace iatrogeno, salva la dimostrata
presenza di alterazioni polmonari a rischio di rottura.
Tabella 7
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Pneumotorace Spontaneo
Situazioni
che controindicano l'attività sportiva subacquea sinfisante con talcaggio e/o toracosinfisi chirurgica)
Situazioni
ad alto rischio
Inidoneità
permanente relativa
Situazioni
a rischio controllato
Situazioni
da considerare a rischio per mancanza di soccorso |
In ogni caso di pneumotorace
spontaneo sia primitivo, sia secondario, sia traumatico, è obbligatorio uno
studio toracico radiologico con tomografia assiale computerizzata ad alta
risoluzione (HRTC) per una prognosi mirata e un altrettanto mirato giudizio
di idoneità all'attività sportiva.
Stesse considerazioni idoneative possono essere fatte per il pneumomediastino
spontaneo (prognosi più severa, anche in
rapporto all'attività sportiva).
BIBLIOGRAFIA
Rossi A., Minelli R.: Idoneità pneumologica medico-sportiva - PiMe, Pavia 1987
Rossi A., Minelli R.: Sport e polmone - RMP-Broncopneumologia, 36: 5-17, 1988
Rossi A.: Idoneità pneumologica all'attività sportiva - Atti del simposio di Fisiopatologia Clinica Respiratoria: "La valutazione della funzione polmonare alle soglie del 2000". Rocco Curto Editore, Napoli 1991, pag. 73
Helenius I.J., Sarna S., Tikkanen H.O., Haahtela T.: Asthma and increased bronchial responsiveness in elite athletes: atopy and sport event as risk factors - J Allergy Clin Immunol 1998; 101: 646 – 652
Rossi A.: Patologia broncoostruttiva e attività sportiva - EDITEAM Gruppo Editoriale, Castello d'Argile, 1999.
Rossi A., Schiavon M.: Apparato Respiratorio e Attività subacquea - EDITEAM Gruppo Editoriale, Castello d'Argile, 2000
Sahn S.A., Heffner A.: Spontaneous pneumothorax - N Engl J Med 2000; 342: 868 – 874.
Dott. Stefano Campanella, Specialista in Oculistica
Acuità visiva e sport
Ciascuna Federazione Sportiva Nazionale impone dei limiti minimi di vista, per ogni occhio, per poter praticare agonisticamente il proprio sport senza l'uso di occhiali o lenti a contatto.
Nel corso della visita di idoneità, viene valutata la vista attraverso una tabella luminosa (ottotipo), con la misurazione in decimi dell'acuità visiva: se da quest'esame risulta un'acuità visiva inferiore ai limiti minimi imposti dalla Federazione Sportiva Nazionale, scatta l'obbligo di lenti: ad esempio, l'acuità visiva imposta dal tennis è superiore a quella richiesta dalla pallacanestro, in quanto la pallina è più piccola.
Inoltre, alcune Federazioni Sportive Nazionali acconsentono all'uso degli occhiali (ad esempio automobilismo), mentre altre impongono l'uso di lenti a contatto (ad esempio calcio).
Riportiamo di seguito la tabella riassuntiva dei limiti minimi imposti dalle Federazioni Sportive Nazionali per la pratica dell'attività sportiva agonistica dei propri tesserati senza l'obbligo di lenti, nonché dell'indicazione all'obbligo o meno di lenti a contatto. Recentemente sono stati immessi sul mercato degli occhiali speciali per lo sport, indossati in gara da atleti famosi, nel basket e nel calcio, che vengono solitamente accettati dagli arbitri; tali protezioni sono utilizzabili anche da atleti operati di varie chirurgie o parachirurgie oculari.
Evidenziamo che
in tutti gli sport, gli arbitri ed i giudici di gara dovranno avere un'acuità
visiva minima di 9/10 per ciascun occhio, in difetto avranno obbligo di portare
le lenti a contatto.
Tabella riassuntiva dei limiti minimi imposti
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ACUITà VISIVA: NON IDONEITà
Nella tabella sono riportati
alcuni sport in cui non è ammessa la correzione, ad esempio il pugilato: in
questi casi, se l'atleta non raggiunge l'acuità visiva minima imposta senza
l'uso di lenti, sarà automaticamente dichiarato "NON IDONEO".
In caso di mancanza della vista da un occhio, poiché il monocolo che dovesse
perdere l'unico occhio sarà destinato alla cecità per tutto il resto della vita,
non si potrà avere l'idoneità alla pratica sportiva agonistica di sport da
contatto.
Inoltre in alcuni sport non verrà concessa l'idoneità agonistica in caso di
riduzione del campo visivo, di alterazione del senso stereoscopico (ossia della
visione binoculare che dà il senso di profondità e di distanza degli oggetti) o
di discromatopsia (cecità rosso-verde o mancata discriminazione).
IDONEITà DOPO INTERVENTO
a) laser ad eccimeri
Negli ultimi anni ha avuto enorme diffusione la foto ablazione con laser ad
eccimeri, per correggere difetti di vista, soprattutto la miopia, con semplicità
e sicurezza.
Molti sportivi hanno richiesto tale intervento, pertanto ci troviamo spesso
nella situazione di valutare l'idoneità di un atleta trattato con laser ad
eccimeri: sono da tener presenti due punti principali:
- nel caso di miopia, bisogna conoscere l'entità del difetto prima del
trattamento: sopra alle 4 diottrie il bulbo miopico ha maggiore predisposizione
a lesioni retiniche
- inoltre il trattamento laser indebolisce la resistenza corneale ai
traumi. Indossare un appropriato occhiale protettivo è essenziale per la salute
dell'occhio trattato.
Pertanto capita spesso che un atleta, ad esempio praticante pugilato, non idoneo
prima dell'intervento a causa di una forte miopia, rimanga non idoneo dopo un
intervento, che gli ha permesso di vedere bene senza occhiali, ma che non ha
spostato di una virgola la motivazione di non concedere l'idoneità sportiva
agonistica.
b) cataratta
In caso di intervento di cataratta, attualmente il taglio è di 3 millimetri, con
caratteristiche di tunnel corneale auto sigillante, non sono necessari punti di
sutura, la "lentina" intraoculare è pieghevole e posizionata nel sacco capsulare.
Pertanto si ha una rapida riabilitazione del visus, con maggiore resistenza ai
traumi, soprattutto nei primi mesi.
GLAUCOMA
L'atleta con glaucoma conclamato presenta un aumento della pressione
intraoculare e intracranica durante la contrazione isometrica massimale manovra
di Valsalva: uno studio condotto su atleti del sollevamento pesi ha
evidenziato un rialzo pressorio (IOP) da 13 a 28 mmHg (max 46 mmHg). L'attività
sportiva induce un indubbio beneficio, dopo 5 minuti di cammino e/o jogging la IOP si riduce significativamente, da 7 a 12 mmHg.
L'atleta con glaucoma conclamato o con un'ipertensione oculare trattata, ha
migliori possibilità di monitorare le condizioni della sua malattia, ha cure
mediche più efficaci: tantissime nuove molecole con scarsa influenza sulle
performance atletiche o cardiovascolari (analoghi delle prostaglandine,
inibitori dell'anidrasi carbonica)
ed idonee opzioni chirurgiche o parachirurgiche. Pertanto quasi sempre potrà
venir concessa l'idoneità alla pratica agonistica, valutando sempre caso per
caso e considerando eventuali patologie concomitanti; nel caso di utilizzo di
colliri contenenti beta bloccanti, è indispensabile la comunicazione immediata
alla Federazione competente per ottenere l'autorizzazione all'uso di tali
farmaci, considerati doping in alcune discipline.
RETINA
è necessaria un'attenta valutazione del segmento posteriore dell'occhio in
tante discipline sportive a rischio di trauma bulbare, diretto o indiretto.
Nella cura di patologie retiniche sono di recente applicazione nuovi laser:
Una corretta fotocoagulazione di una lesione regmatogena della periferia
retinica rappresenta un'ottima prevenzione del distacco retinico. Il laser
rinforza la retina ma non elimina la patologia (fori o rotture).
12) DISABILI E SPORT
Introduzione
L'attività fisica migliora la qualità di vita ed in alcuni casi la salute ed il benessere di un disabile, a patto che vengano seguite alcune precauzioni.
In Italia, secondo l'ISTAT nel 2000, il numero di disabili non residenti in strutture organizzate è di 664.000, nella fascia tra 6 e 64 anni; il 45% di questi praticano attività fisiche e circa 7000 praticano attività agonistiche organizzate dal CIP, Comitato italiano Paraolimpico.
Gli atleti disabili, le cui gare sono riconosciute nell'ambito del Comitato Paraolimpico internazionale, sono distinti in tre categorie principali: i disabili motori, quelli sensoriali (non vedenti ed ipovedenti) e gli atleti con ritardo mentale.
Prima di avviare un disabile ad un'attività sportiva, è necessaria un'attenta valutazione fisica, per due motivi: il primo è stabilire lo stato di buona salute del soggetto: quindi una visita medica accurata sarà seguita dagli accertamenti strumentali, una spirometria, un esame delle urine ed un elettrocardiogramma a riposo, durante e dopo un test da sforzo adeguato alle condizioni del paziente; vanno tenute in considerazione le differenze che possono esistere rispetto ai normodotati: ad esempio una lesione del midollo spinale provoca anche disturbi del sistema nervoso autonomo, i cui centri localizzati a livello del midollo possono venire isolati rispetto ai centri di coordinamento centrale, provocando disturbi di funzionalità cardiocircolatoria, termoregolativa, sessuale, della minzione, della defecazione: ad esempio la conseguenza di una lesione completa cervicale è un incremento della frequenza cardiaca sotto sforzo che non va oltre i 100 – 120 battiti al minuto, anche al massimo dell'impegno motorio, mentre è stato osservato che gli atleti paraplegici non sembrano presentare il normale decadimento della frequenza cardiaca dovuto all'età. Altri accertamenti si rendono utili o necessari a seconda dello sport praticato. A questo proposito esistono dal 1993 dei protocolli ministeriali che stabiliscono con precisione i diversi esami specialistici previsti in funzione del determinato tipo di sport: ad esempio per tutte le attività che si svolgono in piscina è necessario escludere la presenza di epilessia attraverso l'esecuzione di un elettroencefalogramma, perché tutti possiamo immaginare che cosa potrebbe succedere se un disabile dovesse avere una crisi convulsiva in piscina. Per leggere i protocolli clicca qui.
In secondo luogo, bisogna classificare il tipo e l'entità della menomazione, per suddividere i portatori di handicap in categorie omogenee, per organizzare delle competizioni sportive dove tutti i partecipanti siano circa allo stesso livello di infermità, per assicurare divertimento per tutti e spettacolarità delle gare. Esistono delle commissioni che stabiliscono il grado di lesione o di funzione residua, valutando l'atleta dapprima per determinare il tipo di patologia (amputazione, cerebrolesione o altro), poi per studiare la funzione motoria alla quale consegue la maggiore disabilità (la coordinazione nel caso dei cerebrolesi, la forza muscolare nel caso dei mielolesi); segue la valutazione nell'ambiente proprio dello sport durante l'esecuzione dei gesti sportivi specifici della disciplina sportiva da classificare, anche durante la competizione.
I regolamenti cercano di creare dei gruppi paritari. Ad esempio, nel caso degli atleti con lesioni del midollo spinale, si valuta la forza dei muscoli impegnati nella disciplina sportiva praticata: viene attribuito un punteggio da 0 a 5 a seconda del grado di contrazione e del tipo di movimento eseguibile; al punteggio 0 corrisponde l'assenza di contrazione muscolare (paralisi midollare completa) mentre al grado 5 corrisponde una forza muscolare pienamente conservata. Negli sport di squadra, in cui gareggiano insieme soggetti con differente grado di abilità oltre che tipo di patologia, le squadre dovranno essere composte da atleti che abbiano una somma di punteggio inferiore a quanto stabilito, ad esempio nel basket, 14 per 5 atleti. Gli atleti non vedenti o ipovedenti, vengono classificati in tre classi: B1, B2 e B3. La classe B1 comprende persone che abbiano assenza di percezione della luce in entrambi gli occhi o, in presenza di una minima percezione della luce, non siano in grado di riconoscere la forma di una mano, a qualsiasi distanza ed in qualsiasi direzione. La classe B2 include atleti con un residuo visivo non superiore a 2/60 e /o campo visivo non superiore a 5 °. La classe B3 comprende atletica cui acuità visiva sia compresa tra 2/60 e 6/60 o il campo visivo da 5° a 20°, misurando l'occhio migliore e facendo uso della migliore correzione possibile.
Il tipo di sport da consigliare tiene conto ovviamente di diversi fattori; oltre che del tipo di lesione e dello stato di salute, anche della preferenza del soggetto, dello sport eventualmente praticato prima di subire la lesione, della presenza sul territorio di strutture idonee.
Il tiro con l'arco ed il tiro al bersaglio sono praticati con lo stesso sistema di competizione e punteggio delle gare per normodotati: gli atleti gareggiano in stazione eretta o su sedia a ruote.
L'atletica leggera comprende gare di corsa su pista (dai 100 metri ai 10.000), su strada (maratona), sul campo (salti, lanci): è previsto che gli atleti gareggino con le proprie protesi, i paraplegici utilizzano sedie a ruote, gli ipovedenti hanno atleti guida che corrono nella corsia adiacente.
La pallacanestro su sedia a ruote è lo sport più popolare in Italia e viene praticato sullo stesso campo dei normodotati. Una variante è rappresentata dal rugby, in cui viene usata una porta al posto del canestro.
Nel ciclismo, gli atleti con deficit visivo corrono in tandem in coppia con un atleta vedente, gli atleti amputati o con deficit motori sono suddivisi in 4 categorie, corrono su pista e su strada, eventualmente su bici modificate per motivi di sicurezza.
Il gioco delle bocce può essere praticato da atleti in piedi o seduti, quindi con due distinti regolamenti.
Gli sport equestri sono suddivisi in apposite classi, comprendono il free style ed il dressage, sono consigliati anche agli atleti con ritardo mentale.
La scherma si pratica su di una sedia a ruote fissata alla pedana tramite apposite rotaie, posizionata a 110° rispetto all'asse centrale della pedana.
Il goalball è praticato da squadre di 3 atleti non vedenti su un campo di pallavolo e consiste nello spingere una palla sonora, dotata di campanellini, oltre la linea del fondocampo avversario.
Il judo è praticato solo da atleti con deficit visivo.
Il sollevamento pesi è praticato in genere sulla panca.
Per la vela sono previste imbarcazioni apposite di 7 metri e competizioni in solitario su barche di 2.4 metri.
Il calcio è riservato ad atleti con esiti di paralisi cerebrale, in cui le squadre sono formate da 5 o da 7 giocatori e la porta ha dimensioni maggiori rispetto a quella dei normodotati.
Il nuoto è uno degli sport più praticato dai disabili, con una classificazione funzionale comprendente 10 gruppi; gli atleti nel corso delle gare non possono né indossare ausili o protesi né bloccare l'arto o gli arti inerti.
Anche il tennis da tavolo è molto praticato; il tavolo da gioco deve essere sufficientemente alto da consentire la manovra della sedia a ruote e gli atleti che lo richiedano possono utilizzarlo come base d'appoggio per ristabilire il loro equilibrio.
Il tennis viene praticato sullo stesso campo dei normodotati, l'unica differenza è che la pallina può rimbalzare anche 2 volte sul campo.
La pallavolo comprende due specialità: una in cui si gioca in piedi, l'altra in cui si gareggia seduti: in quest'ultimo caso il campo è più corto e con una rete più bassa.
Nella danza sportiva un atleta su sedia a ruote ed un normodotato gareggiano nei balli standard e nelle danze latino-americane.
Lo sci alpino e lo sci di fondo vengono praticati sulle stesse piste dei normodotati e comprendono due specialità: una in cui si scia in piedi, l'altra in cui si gareggia seduti: gli atleti non vedenti sono guidati verbalmente lungo il percorso da un atleta guida. Gli atleti con disabilità fisica usano un equipaggiamento che si adatta alle loro limitazioni motorie, ossia speciali slittini o monosci, con piccoli sci stabilizzatori al posto delle bacchette.
Gli sport su ghiaccio sono divisi in pattinaggio e hockey seduti su un pattino speciale.
Pertanto, possiamo vedere che la scelta è ampia. Sappiamo che l'insufficiente attività fisica conduce all'atrofia dei muscoli dell'arto superiore e del tronco, riducendo così l'indipendenza del paziente che diventa incapace di superare agevolmente ostacoli architettonici come i bordi dei marciapiedi ed i pendii delle strade.
I benefici dell'attività sportiva sono quindi sia mentali che fisici: da un punto di vista psichico, si nota sempre una crescita dell'autostima e della percezione della propria immagine con il miglioramento dei risultati, nonché una migliore socializzazione.
Da un punto di vista fisico si arriva ad un miglioramento del tono muscolare e della coordinazione, della funzione di pompa del cuore e della circolazione in generale; inoltre viene controllato l'incremento di peso corporeo e migliorato il profilo lipidico. Le patologie cardiovascolari costituiscono il 19% delle cause di morte dopo una lesione del midollo spinale: la proposta è di praticare allenamenti, con l'ergometro a manovella, con intensità pari al 70 – 80% della riserva cronotropa cardiaca per almeno 20 – 30 minuti, per almeno tre volte alla settimana.
L'esercizio fisico è in grado di ridurre le complicanze respiratorie tipiche dei tetraplegici: la ridotta capacità vitale è un importante fattore di rischio per polmonite ed atelettasia; altri studi hanno dimostrato una riduzione dell'osteoporosi, indubbiamente il movimento riduce la formazione di piaghe da decubito.
Un ultima doverosa riflessione riguarda lesioni da sport: purtroppo lo sport può provocare dei danni, la maggior parte delle volte per causa traumatica, come negli sport per i normodotati; nel caso dei disabili inoltre si allungano purtroppo i tempi di recupero. I distretti più colpiti sono la colonna vertebrale, le spalle, il tronco nei soggetti con lesione del midollo spinale, mentre le lesioni degli arti inferiori sono più comuni nel gruppo di atleti ipovedenti o con paralisi cerebrale.
In conclusione, fortunatamente sempre più persone si interessano ai problemi dei disabili; per quanto riguarda lo sport molto è già stato fatto: si sta lavorando nella giusta direzione per migliorare sempre più la qualità di vita di queste persone.
Questo è uno schema di quello che dovrebbe essere conosciuto da un buon allenatore, per soccorrere adeguatamente un atleta quando non è presente il medico: spesso, prestare correttamente il primo aiuto evita l'aggravarsi del danno subito dall'atleta.
TRAUMA CRANICO
Ogniqualvolta un giocatore subisca un colpo alla testa, anche non particolarmente forte, bisogna controllare, subito dopo il trauma ed alla fine della partita, alcuni sintomi che ci possono facilmente indicare l'eventuale gravità delle condizioni: la riduzione dello stato di coscienza o del grado di collaborazione, il disorientamento nello spazio e nel tempo, l'amnesia riguardante il trauma, il vomito, l'alterazione delle risposte motorie degli arti, le pupille di diametro diverso, i movimenti oculari non coniugati o un deficit visivo, l'asimmetria della bocca. La comparsa anche di uno solo di questi sintomi obbliga all'immediato trasporto in un Pronto Soccorso.
è inoltre possibile la comparsa tardiva di una sintomatologia dopo un trauma cranico, anche dopo diverse ore: anche in questo caso è indispensabile il Pronto Soccorso.
TRAUMA ADDOMINALE
Oltre ai segni cutanei evidenti e
ad eventuali problemi di respirazione, esiste la possibilità di una emorragia
interna, che si può verificare anche dopo alcune ore: dolenzia dell'addome,
anche senza contrattura della parete e modificazioni progressive del polso e
della pressione arteriosa: il polso diventa più frequente e più fievole.
Più grave e per fortuna rara l'evenienza di una perforazione di alcuni visceri:
contrattura della parete addominale, precoce e costante, insieme ad un
fortissimo dolore: il ricovero deve essere immediato, non vanno somministrati
mai analgesici o antispastici.
Nel caso di una contusione renale, spesso si ha l'emissione di urine più o meno
rossastre: anche in questo caso l'atleta deve essere trasportato al Pronto
Soccorso.
TRAUMA TORACICO
Può raramente provocare rottura di vasi sanguigni o problemi ai polmoni con conseguente difficoltà respiratoria. Oltre al dolore, il soggetto può diventare cianotico o al contrario pallidissimo, si può notare un anormale riempimento delle vene del collo e dei vasi sanguigni degli arti superiori, movimenti anomali di segmenti della parete toracica, che possono essere contrari all'espansione durante l'inspirazione, o un intenso sforzo respiratorio senza espansione della gabbia toracica. Alla comparsa di uno di questi segni, l'atleta deve essere trasferito con urgenza in Pronto Soccorso.
CONTUSIONE
è provocata da un trauma che non causa una rottura della pelle, provoca solo una lesione delle parti molli sottostanti; a seconda della gravità, si consiglia:
1° grado: rottura dei vasi superficiali --> crioterapia
2° grado: rottura dei vasi di maggior calibro --> evacuazione chirurgica
3° grado: compromissione della circolazione --> trattamento adeguato.
Nelle contusioni del piede, in
caso di forte dolore resistente alla crioterapia, si consiglia sempre di
accompagnare l'atleta ai bordi del campo, togliere la scarpa ed il calzettone e
valutare meglio la lesione. Soprattutto se il trauma ha interessato la parte
anteriore del piede (falangi e metatarsi) va esaminato con più calma, ricercando
eventuali segni di frattura.
è sempre utile valutare la sensibilità del dorso del piede e la mobilità delle
dita.
Nelle contusioni della gamba, nella sede del dolore, si deve ricercare la
presenza di eventuali lacerazioni muscolari.
Nelle contusioni al ginocchio, per controllare l'efficienza dell'apparato
estensore, si fa sollevare l'arto a ginocchio esteso, anche contro resistenza.
In caso di traumi nelle zone laterali, bisogna effettuare una flessione attiva
contrastata del ginocchio con intrarotazione od extrarotazione della tibia.
In generale, in tutti i casi di contusione, è fondamentale constatare che tutti
i movimenti siano possibili, attivamente e contro resistenza.
Se tutto appare a posto, si invita l'infortunato a flettere e a estendere il
piede e/o il ginocchio, poi ad alzarsi in piedi sulle punte: se questo è
possibile e non eccessivamente doloroso, lo si può far riprendere il gioco.
FERITA
è una lesione della pelle e delle
parti molli sottostanti, nella maggior parte dei casi è del tipo lacerocontusa.
Può essere superficiale o profonda.
Superficiale (anche abrasione): pulizia, disinfezione, protezione con adeguata
copertura.
Profonda: spesso richiede dei punti di sutura; sul campo bisogna tamponare l'emorragia: compressione del punto che sanguina, a monte; applicare eventualmente un laccio emostatico; tenere l'arto sollevato.
Trauma diretto o brusca trazione
che agisce sul muscolo in fase di contrazione, causando la rottura di un numero
variabile di fibre muscolari: pertanto, a seconda del numero di fibre muscolari
coinvolte, si parlerà di distrazione, stiramento, strappo, rottura muscolare.
Eventuali zone di avvallamento muscolare sono apprezzabili solo nel caso di
lesioni di una certa importanza e sono messe maggiormente in evidenza dalla
contrazione del muscolo medesimo. Il dolore viene esacerbato dai movimenti di
contrazione attiva contro resistenza.
Il trattamento : riposo, crioterapia, antiflogistici, miorilassanti.
LESIONE TENDINEA ACUTA
Interruzione parziale o completa
del tessuto tendineo, per trauma diretto (calcio o caduta di un altro giocatore)
o indiretto (violenta trazione).
Ghiaccio ed evitare il carico. Se la lesione riguarda il tendine di Achille,
mantenere un lieve equinismo, ossia bendare il piede tenendo la punta
leggermente rivolta verso il basso.
Avviene quando i movimenti
articolari vengono sollecitati oltre i limiti fisiologici, si ha lesione delle
strutture legamentose o capsulari senza perdita dei rapporti tra i capi
articolari.
1- Lieve o 1° grado: solo alcune fibre del legamento sono rotte. Trattamento solo
antalgico ed eventuale breve immobilizzazione, anche con bendaggi appropriati.
2- Moderata o 2° grado: interrotta una maggiore porzione di legamento. Bisogna
tutelare l'articolazione colpita e mantenerla in posizione corretta, oltre ad
assumere antinfiammatori ed antidolorifici, locali o per via generale.
3- Grave o 3° grado: interruzione completa del legamento. Trattamento chirurgico se si vuole ottenere la restituzione completa della funzione.
è importante valutare, nei limiti
del possibile, i segni di instabilità e/o l'accentuazione oltre i limiti
fisiologici del movimento dell'articolazione. Nel ginocchio, se l'estensione non
è completa, può trattarsi di un blocco articolare meccanico da lesione
meniscale.
In ogni caso va applicato il ghiaccio e va evitato il carico. Non vanno mai
applicati bendaggi compressivi, onde evitare complicazioni vascolari o nervose
che potrebbero insorgere per l'ematoma e l'edema nella regione.
LUSSAZIONE
Perdita completa dei rapporti tra
i capi articolari, che provoca una deformità locale di solito evidente; se la
perdita dei rapporti è solo parziale, si parla di sub-lussazione. Le più
frequenti sono la scapolo-omerale, la acromion-clavicolare e quelle riguardanti
le dita delle mani.
In ogni caso va applicato il ghiaccio e va evitato il carico. è utile contenere
l'arto nella posizione di difesa, di solito già assunta spontaneamente; nel caso
di lussazione della spalla si può applicare una bretella a triangolo.
Non cercare mai, in nessun caso e per nessuna articolazione, di ridurre da soli
una lussazione: andrà fatto in ospedale, eventualmente dopo aver fatto le
radiografie del caso.
FRATTURA
Interruzione della continuità
dell'osso: può essere completa, incompleta o parcellare, composta o scomposta,
chiusa o esposta. I segni classici sono la deformità e la mobilità
preternaturale; oppure si possono riscontrare scalini o avvallamenti importanti,
per allontanamento dei frammenti di frattura, nella zona del trauma o anche a
distanza (rare fratture da trauma indiretto); in molti casi l'infortunato
riferisce di aver sentito un "crack".
Ghiaccio ed evitare il carico. Si può immobilizzare l'arto con un tutore idoneo
se è disponibile, se no si cerca di posizionarlo nella maniera più sensata,
sostenendolo ai due estremi, evitando angolazioni di frammenti o abnormi
rotazioni; non cercare mai di ridurre da soli una frattura scomposta: andrà
fatto in ospedale dopo aver eseguito le radiografie.
In ogni caso, se esiste il sospetto di una frattura, bisogna comportarsi come se
la frattura ci fosse: i nostri giocatori hanno bisogno di essere tutelati da
ogni rischio di leggerezza o superficialità nella valutazione delle lesioni.
CRAMPO
Contrazione massimale involontaria, più o meno dolorosa, che insorge di solito quando il muscolo è stanco o poco allenato; il trattamento consiste nell'allungare i fasci muscolari, per far cessare la contrazione: bisogna fare delle pressioni sul muscolo, cercando progressivamente di distenderlo, massaggiandolo sempre più in profondità. Non si deve usare il ghiaccio.
CONTRATTURA
Rappresenta uno stato di contrazione muscolare, di natura antalgica, caratterizzato da una perdita di elasticità e non da una contrazione muscolare massimale caratteristica del crampo. Non si deve usare il ghiaccio.
EPISTASSI
Fuoriuscita di sangue dal naso, di solito a causa di un trauma: l'atleta deve stare seduto con la testa piegata in avanti e comprimere con forza le narici; eventualmente, se non passa nel giro di pochi secondi, si può applicare un tampone emostatico.
COLPO DI SOLE
Avviene per azione diretta del
sole, che provoca un'irritazione delle meningi. I sintomi che compaiono
progressivamente sono: inquietudine, cefalea, nausea, vomito, vertigini,
rigidità nucale, confusione mentale.
Il trattamento consiste nel trasporto in un luogo fresco; poi bisogna slacciare
tutti i bottoni e le cerniere, applicare impacchi di freddo, mettere
eventualmente il paziente in posizione di sicurezza e accompagnarlo per un
controllo medico comunque, anche se si riprende subito e completamente.
Per prevenzione si consiglia di tenere il capo coperto quando le condizioni
atmosferiche lo richiedano, o in alternativa tenere la testa bagnata.
Può colpire anche il portiere o giocatori in panchina ed è indipendente dallo
sforzo.
COLPO DI CALORE
Può colpire anche atleti all'ombra, quando ci sia un clima umido e afoso, è
favorito dalla stanchezza e da un ambiente affollato. Il volto diventa
accaldato, congestionato, la pelle si fa calda e secca, compare cefalea, nausea
e confuzione mentale. Il trattamento è simile a quello del colpo di sole.
Alcune Società
Sportive domandano che cosa debba essere contenuto nelle borse di Pronto
Soccorso da tenere in palestra o a bordo campo durante gli allenamenti e le
partite.
Pertanto descriviamo che cosa è contenuto nelle borse di Pronto Soccorso in
dotazione ai medici quando
effettuano le assistenze gara.
Tali borse sono indicate come "Borsa per il medico", poiché contengono tutta una
serie di farmaci che ovviamente possono essere utilizzati solo da personale
medico.
In alternativa viene elencato successivamente il materiale minimo da inserire
nella borsa da tenere comunque a bordo campo e che può essere utilizzata come
primo intervento, in caso di trauma, da qualsiasi dirigente che abbia un minimo
di competenza (a questo proposito, consultare anche il capitolo "Primo
soccorso").

BORSA PER IL MEDICO
|
FARMACO |
Forma |
Scadenza |
|
BETAMETASONE 4 mg |
fiale |
|
|
BUTILSCOPOLAMINA |
fiale |
|
|
CITROSODINA |
granulare |
|
|
CLORAMFENICOLO+IDROCORTISONE |
pomata |
|
|
DIAZEPAM |
cpr |
|
|
DICLOFENAC SODICO |
spray |
|
|
DICLOFENAC SODICO |
fiale |
|
|
ETILEFRINA |
fiale |
|
|
ETILEFRINA |
gocce |
|
|
FEXOFENADINA 120 mg |
cpr |
|
|
FLUOCINOLONE ACETONIDE |
lozione |
|
|
FOILLE |
pomata |
|
|
IDROCORTISONE da 500 mg |
fiale |
|
|
KETOROLAC TRIMETAMINA |
fiale |
|
|
MAALOX |
cpr |
|
|
METOCLOPRAMIDE |
fiale |
|
|
NIFEDIPINA da 10 mg. |
cps |
|
|
NIMESULIDE 100 mg. granulato |
bustine |
|
|
NORAMIDOPIRINA |
fiale |
|
|
NORAMIDOPIRINA |
gocce |
|
|
PRIDINOLO MESILATO |
fiale |
|
|
SALBUTAMOLO dosato 20 mg. |
spray |
|
|
TEOFILLINA |
fiale |
|
|
TETRIZOLINA CLORIDRATO |
collirio |
|
|
TIOCOLCHICOSIDE |
fiale |
|
|
TIOCOLCHICOSIDE |
pomata |
|
|
TRINITRINA |
conf |
|
|
VALIUMda 10 mg. |
fiale |
|
|
VERAPAMIL da 5 mg. |
fiale |
|
|
|
|
|
|
MATERIALE MEDICAZIONE |
Forma |
Scadenza |
|
ACQUA OSSIGENATA |
flacone |
|
|
AFTERBITE |
stick |
|
|
ABBASSALINGUA |
|
|
|
BENDE COTONE |
5 cm |
|
|
BENDE COTONE |
7,5 cm |
|
|
BENDE COTONE |
10 cm |
|
|
BOMBOLETTA GHIACCIO |
spray |
|
|
CEROTTI MEDICATI |
varie misure |
|
|
CEROTTO |
5 cm |
|
|
CITROSIL INCOLORE |
flacone |
|
|
COTONE IDROFILO |
pacco |
|
|
GARZA EMOSTATICA ORL |
scatola |
|
|
GARZA STERILE 10x10 |
scatola |
|
|
KATOXYN |
spray |
|
|
LACCIO EMOSTATICO |
|
|
|
SIRINGHE |
2,5 cc |
|
|
SIRINGHE |
5 cc |
|
|
SIRINGHE |
10 cc |
|
|
SOLUZIONE FISIOLOGICA |
fiale 10 cc |
|
|
STERIL STREEP |
6,4 X 76 |
|
|
STERIL STREEP |
12 X 100 |
|
|
|
|
|
|
RIANIMAZIONE E VARIE |
||
|
PALLONE AMBU |
|
|
|
MASCHERA PICCOLA |
|
|
|
MASCHERA MEDIA |
|
|
|
MASCHERA GRANDE |
|
|
|
CANNULA Guedel 2 |
|
|
|
CANNULA Guedel 3 |
|
|
|
CANNULA Guedel 4 |
|
|
|
DIVARICATORE |
|
|
|
GUANTI mis. piccola |
|
|
|
GUANTI mis. media |
|
|
|
GUANTI mis. grande |
|
|
|
SFIGMOMANOMETRO |
|
|
|
FONENDOSCOPIO |
|
|
|
PILA |
|
|
|
FORBICI |
|
|
|
RASOIO |
|
|
|
PINZA |
|
|
|
COPERTA ISOTERMICA |
|
|
|
KIT MEDICAZIONE |
|
|
BORSA PER L'ALLENATORE
|
MATERIALE MEDICAZIONE |
Forma |
Scadenza |
|
ACQUA OSSIGENATA |
flacone |
|
|
AFTERBITE |
stick |
|
|
ABBASSALINGUA |
|
|
|
BENDE COTONE |
5 cm |
|
|
BENDE COTONE |
7,5 cm |
|
|
BENDE COTONE |
10 cm |
|
|
BOMBOLETTA GHIACCIO |
spray |
|
|
CEROTTI MEDICATI |
varie misure |
|
|
CEROTTO |
5 cm. |
|
|
CITROSIL INCOLORE |
flacone |
|
|
COTONE IDROFILO |
pacco |
|
|
GARZA EMOSTATICA ORL |
scatola |
|
|
GARZA STERILE 10x10 |
scatola |
|
|
KATOXYN |
spray |
|
|
LACCIO EMOSTATICO |
|
|
|
SIRINGHE |
10 cc |
|
|
SOLUZIONE FISIOLOGICA |
fiale 10 cc |
|
|
STERIL STREEP |
6,4 X 76 |
|
|
STERIL STREEP |
12 X 100 |
|
|
GUANTI mis. piccola |
|
|
|
GUANTI mis. media |
|
|
|
GUANTI mis. grande |
|
|
|
PILA |
|
|
|
FORBICI |
|
|
|
RASOIO |
|
|
|
PINZA |
|
|
ALIMENTAZIONE - Consigli per l'alimentazione
Considerazioni Generali
La regola fondamentale è molto semplice; non esistono alimenti che possono far vincere una gara, ma esistono molti alimenti che possono farla perdere.
In questa prima parte sono esposti pochi concetti generali che è utile conoscere per impostare una corretta alimentazione in relazione agli sforzi fisici da sostenere.
PREPARAZIONE PRECAMPIONATO
Questa fase della stagione (tra Luglio e Agosto) segue un periodo di riposo atletico, per lo più totale, salvo rare eccezioni. Spesso gli atleti si presentano alla ripresa degli allenamenti in sovrappeso corporeo; in altri casi è possibile riscontrare, viceversa, un peso inferiore. è consigliabile una razione calorica leggermente più elevata ( 3000 - 3200 KCal, per i soggetti non in sovrappeso, con un modesto incremento della quota proteica (massimo 19% dell'Energia Totale Giornaliera), per assecondare la costruzione o la ricostruzione della massa magra muscolare. La quota glucidica deve rimanere intorno al 60%, pertanto ne deriva una riduzione della quota lipidica al 20% dell'Energia Totale Giornaliera.
D'altro canto nel corso di allenamenti più duri è bene garantire all'organismo una buona quantità di amidi e di fruttosio (pane, pasta, riso, cereali, verdura e frutta fresca) che per la elevata digeribilità sono in grado di rifornire rapidamente i muscoli dei substrati energetici di cui necessitano specificatamente in questa fase della preparazione (glicogeno e molecole ad alta energia).
PERIODO AGONISTICO
In questa fase, da Settembre a Giugno, l'atleta si allena normalmente 1 volta al giorno, saltuariamente 2, per diversi giorni alla settimana.
Il controllo periodico del peso corporeo, eventualmente associato al rilievo delle pliche cutanee per la determinazione della percentuale di massa grassa, rappresenta in questo periodo l'indispensabile e più pratico strumento per verificare se l'alimentazione adottata dai singoli atleti sia effettivamente adeguata, almeno quantitativamente, alle loro reali e specifiche esigenze metaboliche.
GIORNI DI ALLENAMENTO
Il regime nutrizionale dell'atleta deve prevedere sempre una prima colazione sostanziosa e completa in grado di sostenere l'atleta nell'eventuale impegno dell'allenamento del mattino, senza tuttavia "appesantirlo" eccessivamente.
Per il pasto di mezzogiorno si ritiene più vantaggioso proporre un "piatto unico" facilmente digeribile, cui seguirà della frutta e del dolce da forno o del gelato. In tal modo l'atleta dopo il riposo pomeridiano sarà nuovamente pronto ad allenarsi nelle migliori condizioni di "ricarica" dei depositi tessutali di glicogeno e di molecole ad alta energia (adenosintrifosfato e fosfocreatina), senza peraltro aver impegnato eccessivamente i processi digestivi. Dopo l'allenamento pomeridiano è bene che l'atleta consumi una piccola merenda prevalentemente liquida, di buon contenuto energetico (energia di esclusiva provenienza glucidica, oligo e polisaccaridi) e ricca di minerali, per reintegrare in breve tempo le perdite idrosaline e bilanciare con alimenti alcalini la tendenza all'acidosi prodotta dalla fatica muscolare.
Il pranzo serale rappresenta, pertanto per l'atleta nei giorni di allenamento del periodo agonistico, il pasto più importante della giornata, dal punto di vista quantitativo.
Infatti, senza eccessi e nel contesto di una razione calorica giornaliera ben bilanciata, la cena sarà mediamente abbondante, ricca e variata nelle scelte, in quanto l'atleta utilizzerà il riposo serale e notturno (almeno 9 - 10 ore) per i processi digestivi e metabolici.
Affinché la digestione si trovi in fase sufficientemente avanzata prima di andare a dormire, si consiglia di cenare non oltre le 20.30 e di far seguire alla cena una breve passeggiata.
Per quanto riguarda più da vicino la formulazione del menù del pasto serale, preferiamo proporre come primo piatto delle minestre con verdure e/o legumi per favorire ulteriormente il riequilibrio delle perdite idro-saline e per garantire un ulteriore apporto di amidi (patate, riso, crostini di pane). Tra le pietanze l'atleta potrà scegliere a suo piacimento fonti proteiche diverse, senza comunque trascurare il pesce (almeno 2-3 volte alla settimana) ed i legumi, accompagnandoli con contorni di verdura fresca e/o cotta.
Nel caso di allenamento nelle ore serali, l'alimentazione può seguire quella descritta nel prossimo capitolo per quanto riguarda una partita serale o notturna.
GIORNO DELLA PARTITA
Il problema nutrizionale di maggior importanza è rappresentato dalla necessità di garantire una ottima idratazione dell'organismo e di fornire all'atleta una sufficiente quantità di energia, ben ripartita nell'arco della giornata, senza che si verifichino disturbi digestivi ad evitando al contempo l'insorgere del senso di fame o di debolezza. Per tali ragioni l'alimentazione finalizzata alla prestazione in partita deve iniziare già la sera precedente il giorno della gara.
Infatti se la partita si svolge nelle ore mattutine o nel primo pomeriggio le scorte muscolari di glicogeno e di fosfati ad alta energia dovranno essere realizzate fin dalla sera precedente. Solo così sarà possibile nutrire l'atleta, il giorno della gara, in maniera adeguata e valida, senza un eccessivo impegno per l'apparato gastro-enterico, spesso già intensamente sollecitato dall'ansia pre-gara.
L'apporto di amidi (polisaccaridi) deve essere sufficientemente elevato, fino anche al 65-70% dell'energia totale giornaliera, evitando comunque di ingerirli nelle tre ore che precedono l'incontro e facendo sempre attenzione a non appesantire troppo di acqua le fibre muscolari (per ogni grammo di glicogeno accumulato ve ne sono circa 3 di acqua).
I cibi molto stagionati e quelli che sviluppano gas dovrebbero essere evitati il giorno della partita, come pure la carne e i grassi che hanno tempi di digestione lunghi e che consumati nelle tre-quattro ore che precedono la partita possono provocare una fastidiosa sensazione di pesantezza.
Tuttavia un rapporto lipo-proteico sia pure modesto (rispettivamente 20% e 12 - 15% della energia totale giornaliera) può risultare utile sia per evitare i disturbi connessi con un eccessivo "carico glicogeno" ( intorpidimento, pesantezza, disturbi digestivi), sia perché le proteine, insieme ai carboidrati e ai lipidi, contribuiscono anche esse, sia pur in minima parte, al lavoro muscolare (meno del 9 % dell'energia totale).
Se l'orario di svolgimento della partita è nelle prime ore di pomeriggio (ore 15.00) si raccomanda di fare una prima colazione piuttosto abbondante e ricca tra 7.00 e le 8.00 del mattino e di pranzare tra le 11.30 e le 12.00.
Il pasto di mezzogiorno sarà costituito da un buon primo piatto seguito da frutta fresca e dal dolce, limitandosi in seguito, nelle ore che precedono la partita, a sorseggiare una bibita "di attesa".
Quando invece la gara inizia più in là nel pomeriggio (ore 17.00) allora il pranzo potrà essere un po' più completo ed equilibrato nei diversi apporti nutritivi privilegiando però sempre l'apporto glucidico.
Nel corso di una partita serale o notturna, al pasto di mezzogiorno seguirà, dopo il riposo pomeridiano, una merenda leggera con un buon apporto di liquidi (the e / o succo di frutta) e di glicidi (dolci da forno, fiocchi d'avena, fette biscottate con marmellata). Dopo la partita e più in generale dopo ogni impegno muscolare, l'atleta dovrebbe evitare i cibi solidi per almeno un paio d'ore limitandosi in questo lasso di tempo a ricostituire il patrimonio idrico e minerale. Per cui l'atleta dovrebbe sorseggiare acqua e bevande debolmente alcaline appositamente preparate, come indicato precedentemente, o utilizzare preparazioni commerciali. Tra questi non vanno dimenticati i comuni succhi di frutta, preferendo quelli senza aggiunta di zucchero, opportunamente diluiti con acqua. Il latte può essere proposto come valida alternativa nelle prime ore successive la partita anche sotto forma di frullati. La cena non deve essere molto abbondante, ma leggera e debolmente alcalizzante, con prevalenza di preparazioni liquide e / o semiliquide e a ridotto apporto di proteine. Pertanto sono da preferire i piatti tipici della tradizione gastronomica italiana, quali minestroni, passate e creme di verdura e legumi, purè di patate, cui seguirà una pietanza digeribile, ad esempio crocchette di pollo o di pesce al forno, oppure un uovo sodo o alla coque, verdura cotta e frutta fresca.
GIORNO DOPO LA PARTITA
Anche l'alimentazione del giorno dopo la partita riveste un importante ruolo detossicante e defaticante per l'organismo dell'atleta.
Infatti questa giornata deve essere sfruttata adeguatamente, anche dal punto di vista nutrizionale, per consentire da un lato il pieno recupero fisico dopo la prestazione agonistica, dall'altro la preparazione dell'organismo ad affrontare le fatiche dei giorni successivi.
In generale non vi è nessuna necessità di razioni alimentari particolarmente ricche e abbondanti per "compensare" quanto speso nel corso della partita. Al contrario, nel pasto di mezzogiorno si dovrà nuovamente concedere largo spazio agli amidi, alle verdure, ai legumi, alle insalate e alla frutta fresca per consentire all'organismo di completare la ricostruzione delle scorte di glicogeno muscolare ed epatico.