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LA SINDROME DA IMMUNO-DEFICIENZA ACQUISITA (AIDS) - 4
Quadri clinici dell'infezione da HIV
Il decorso dell'infezione da HIV è caratterizzato da diverse fasi cliniche, la cui evoluzione è molto variabile potendo essere influenzata da svariati fattori, primo fra tutti l'impiego di una adeguata terapia antiretrovirale.
Negli ultimi due anni sono stati fatti notevoli ed entusiasmanti passi avanti nella terapia dell'infezione da HIV.
QUADRI CLINICI DELL'INFEZIONE DA HIV
Quadri clinici dell'infezione da HIV
Il decorso dell'infezione da HIV è caratterizzato da diverse fasi cliniche, la cui evoluzione è molto variabile potendo essere influenzata da svariati fattori, primo fra tutti l'impiego di una adeguata terapia antiretrovirale. Schematicamente si distinguono 5 stadi clinici, partendo dal momento del contagio fino allo sviluppo della malattia conclamata, cioè l'AIDS.

Infezione acuta primaria
Viene così definita la
fase iniziale dell'infezione, rappresentata dal periodo immediatamente
successivo al contagio. Nelle prime settimane di infezione gli anticorpi
specifici contro l'HIV non si sono ancora formati, per cui il test per la
diagnosi di sieropositività risulta negativo. Nei casi di avvenuto contagio
solitamente il test diventa positivo dopo 2-3 mesi, ma ciò può accadere anche
più tardivamente, per cui di solito il test viene ripetuto anche a distanza di
almeno 6 mesi dall'evento a rischio. L'intervallo di tempo che va dal contagio
alla positivizzazione del test viene definito "periodo finestra", mentre
la comparsa degli anticorpi viene definita sieroconversione.

In questo periodo si osserva una elevata replicazione virale, che man mano si
riduce in seguito alla attivazione di una specifica risposta immunitaria; per
tale motivo in questa fase il soggetto risulta particolarmente infettante.
Recenti studi hanno dimostrato come durante questa fase, fin dai primi giorni o
addirittura dalle prime ore successive all'infezione, avviene una "lotta" tra il
virus ed il sistema immunitario, il cui esito andrà ad influenzare la successiva
evoluzione della malattia.
L'infezione acuta decorre molto spesso in modo del tutto asintomatico, mentre a
volte si può manifestare con un quadro clinico aspecifico che insorge circa 3-6
settimane dopo il contagio. In questo caso i sintomi possono essere simili a
quelli di una sindrome influenzale o a quelli della mononucleosi (malattia
infettiva benigna provocata dal virus di Epstein-Barr): febbre, mal di gola,
malessere generale, stanchezza, sudorazioni, ingrossamento delle ghiandole
linfatiche ; a volte vi può essere anche un esantema tipo orticarioide.

Più raramente, in alcuni pazienti si possono presentare dei quadri clinici più
importanti, come per esempio una meningite a liquor limpido o manifestazioni
quali la candidosi orale.
Infezione asintomatica
L'infezione da HIV è
caratterizzata da un lungo periodo di latenza clinica, durante il quale
non si ha alcun sintomo o segno di malattia. Durante questa fase la replicazione
del virus nelle cellule del sangue è assente o molto bassa, mentre invece si
mantiene sempre attiva a livello delle ghiandole linfonodali. Non si ha quindi
una latenza biologica dell'infezione; infatti la persistenza di
replicazione negli organi linfoidi provoca una lenta ma graduale perdita di
linfociti CD4+: ogni giorno circa il 5% dell'intero comparto dei CD4+ viene
distrutto dal virus, ma per lungo tempo le cellule eliminate vengono rimpiazzate
pressoché integralmente.

Una persona sieropositiva in questa fase non può certamente essere riconosciute
come tale in base all'aspetto, come rappresentato da un poster di una campagna
pubblicitaria, e se non è a conoscenza del proprio stato può inconsapevolmente
trasmettere l'infezione ad altri.
La durata di questa fase è molto variabile, e può essere influenzata da vari
fattori, tra i quali soprattutto l'impiego di una terapia antiretrovirale. In
assenza di trattamento la maggior parte dei pazienti evolve verso la malattia in
un periodo medio di circa 8-10 anni; una quota minore ha una evoluzione più
rapida, in circa 4-6 anni, mentre un 10-12% circa di soggetti sieropositivi
hanno la tendenza a non ammalarsi anche dopo 12 anni e oltre di infezione;
questi ultimi vengono definiti long term non-progressors.

La spiegazione di questa lenta progressione potrebbe essere attribuita a fattori
genetici che influenzano la capacità del sistema immunitario di contrastare
l'infezione virale.
Lo sviluppo di una sintomatologia clinica evolve parallelamente alla
compromissione delle difese immunitarie, evidenziate dal calo dei linfociti
CD4+, e all'aumento della replicazione virale. L'andamento di questi valori
influenza in modo determinante il rischio di progressione dell'infezione.

Linfoadenopatia Generalizzata Persistente (PGL o LAS)
Questa fase in realtà spesso non è differenziabile da un punto di vista clinico rispetto alla precedente, e non rappresenta un fattore di rischio particolare per lo sviluppo della malattia. Infatti non vi sono particolari sintomi clinici, ed il dato principale è rappresentato dall'ingrossamento dei linfonodi, che dal punto di vista strutturale presentano una alterazione della propria struttura istologica.
Complesso AIDS-correlato (ARC)
Questa fase, la cui
definizione viene descritta da un punto di vista clinico ma non viene
solitamente utilizzata nella pratica clinica, è caratterizzata da vari sintomi
clinici e da determinate alterazioni degli esami di laboratorio, come riassunto
nella tabella in basso.

Identificano il quadro di ARC anche alcune cosiddette infezioni opportunistiche
minori, quali:
- Candidosi orale o oro-faringea
- Leucoplachia orale villosa
- Herpes-Zoster multidermatomerico
- Condilomatosi genitale
La fase di ARC solitamente precede la fase della malattia conclamata.
AIDS
Col progredire del danno
al sistema immunitario, evidenziato dalla marcata riduzione dei linfociti CD4+,
l'organismo viene esposto al rischio di sviluppare determinate patologie, di
tipo infettivo e neoplastico, definite opportunistiche. Le infezioni
opportunistiche sono provocate da microrganismi abitualmente presenti
nell'ambiente, che non sono patogeni per soggetti con integrità delle difese
immunitarie ma che possono provocare malattie anche gravi in pazienti che
abbiano una situazione di immunodeficienza. Si considera che il rischio di
sviluppare queste infezioni sia presente quando i linfociti CD4+ sono inferiori
ai 200/mmc, mentre è molto elevato per valori inferiori a 100/mmc.
La fase di malattia conclamata, definita con il termine di AIDS (Sindrome da
ImmunoDeficienza Acquisita), inizia proprio quando compare una di queste
patologie. Nella tabella in basso viene riportato l'elenco di queste infezioni.

Prima della
disponibilità dei nuovi farmaci antiretrovirali (quindi prima del 1996 in
Italia) la sopravvivenza media di un paziente sieropositivo dal momento della
diagnosi di AIDS era di circa 10-12 mesi. Negli ultimi anni invece, grazie alle
nuove possibilità terapeutiche la prognosi è radicalmente cambiata, con un
miglioramento oltre che della durata anche della qualità della vita.

Un recente studio dell'EuroSIDA Study Group, recentemente pubblicato sulla
rivista Lancet, ha analizzato i cambiamenti che si sono osservati nella
presentazione clinica delle patologie AIDS-correlate dopo l'introduzione della
terapia HAART: l'incidenza di nuove infezioni opportunistiche maggiori, misurata
in tasso per 100 anni-paziente, è passata dal 30.7% del 1994 al 2.5% del 1998.
Introduzione
Negli ultimi due anni
sono stati fatti notevoli ed entusiasmanti passi avanti nella terapia
dell'infezione da HIV. Ciò che ha reso possibile questo miglioramento può essere
riassunto nei seguenti punti:
- una migliore comprensione della patogenesi dei danni prodotti dall'HIV;
- la possibilità di determinare la carica virale, e di avere così un parametro
diretto della effettiva replicazione virale;
- la disponibilità di nuovi farmaci con una potente attività antiretrovirale;
- la comprensione della necessità di utilizzare combinazioni terapeutiche con
più farmaci contemporaneamente.
La Conferenza Mondiale sull'infezione da HIV tenutasi a Vancouver, Canada, nel
1996, è diventata una pietra miliare nella storia della malattia, in quanto per
la prima volta vennero mostrati i risultati delle nuove combinazioni
terapeutiche, e per la prima volta si arrivò ad ipotizzare la possibilità di
eradicare l'infezione. Il motto coniato dal dott. David Ho, "Hit Early, Hit
Hard", cioè "Colpisci presto, Colpisci forte", ha modificato radicalmente
l'atteggiamento terapeutico nei confronti dell'infezione, portando ad iniziare
la terapia più precocemente di quanto non venisse fatto in passato. Il razionale
di questa strategia consiste nell'iniziare il prima possibile la terapia in modo
da bloccare la replicazione virale quando il sistema immunitario è ancora
efficiente e quindi in grado di recuperare pienamente le sue funzioni, e prima
che insorgano mutazioni nella popolazione virale in grado di indurre resistenza
alla terapia stessa.
Nella pratica clinica questa teoria si scontra con altri aspetti:
- la difficile tollerabilità dei farmaci, i quali possono provocare effetti
collaterali che ne richiedono la sospensione e che richiedono un impegno
notevole da parte del paziente per rispettare le dosi e le modalità di
assunzione;
- la possibile insorgenza di resistenze, in grado di rendere inefficace l'azione
dei farmaci;
- la difficile penetrazione dei farmaci in vari distretti dell'organismo, i
cosiddetti santuari, nei quali pertanto il virus non può essere aggredito.
Per tali motivi oggi si ritiene che l'eradicazione dell'infezione non sia
realizzabile con gli strumenti attualmente a disposizione, mentre si pensa che
un obiettivo raggiungibile possa essere quello di cronicizzare l'infezione, cioè
di arrestarne l'evoluzione a tempo indeterminato. A tale scopo, prima di
iniziare una terapia antiretrovirale è opportuno considerare anche le
possibilità di trattamento che potranno essere utili in seconda battuta, cioè
dopo un eventuale fallimento del regime iniziale. Per questo molti Autori
preferiscono oggi iniziare una terapia con un regime cosiddetto protease-sparing,
cioè "risparmiatore degli inibitori della proteasi": tale approccio consiste
nell'iniziare la terapia con una associazione che contenga un NNRTI anziché un
IP, in modo da migliorare la compliance del paziente (maggiore tollerabilità e
minori effetti collaterali degli NNRTI rispetti agli IP) preservando l'efficacia
degli IP in caso di un eventuale fallimento virologico.
Questa strategia terapeutica è supportata da studi clinici che hanno confrontato
regimi a base di Indinavir (un inibitore della proteasi) con regimi a base di
analoghi non-nucleosidici della transcriptasi inversa, quali la Nevirapina
(Studio Atlantic) o l'Efavirenz (Studio DuPont 006). Uno studio analogo, lo
Studio CNA 3005, ha invece confrontato una associazione di 3 RTI contenente l'Abacavir
allo schema contenente Indinavir, dimostrando anche in questo caso una efficacia
sovrapponibile.
Sono attualmente disponibili in Italia 11 farmaci antiretrovirali appartenenti a
tre diverse classi farmacologiche, ognuna con un diverso meccanismo d'azione.
Tutti questi farmaci non sono in grado di uccidere il virus, ma agiscono
bloccandone la replicazione. Tali farmaci pertanto non sono attualmente
curativi, ed i pazienti in trattamento, anche se hanno una carica virale non
rilevabile nel sangue, devono comunque ritenersi sempre potenzialmente
infettanti.
Inibitori Nucleosidici della Transcriptasi Inversa (RTI)
I farmaci appartenenti a
questa classe sono stati i primi ad essere utilizzati nella terapia
dell'infezione da HIV; il capostipite di questi infatti, la Zidovudina (AZT), è
stata utilizzata fin dal 1987. I risultati che si ottenevano erano però solo
transitori, e questo era dovuto al fatto che il suo impiego in monoterapia
provocava rapidamente l'insorgenza di resistenze.

Meccanismo d'azione: questi farmaci sono in grado di inibire il processo
di replicazione del virus mediante il blocco della trascrizione dell'RNA virale
in DNA provirale; agiscono sostituendosi alle basi azotate durante la
trascrizione, in modo che il DNA provirale neoformato sia incompleto e quindi
incapace di originare nuove particelle virali.
Inibitori Non-Nucleosidici della Transcriptasi Inversa (NNRTI)
Questa classe di farmaci
fu scoperta circa 10 anni fa, ma il loro sviluppo era stato ostacolato dagli
scarsi risultati ottenuti in seguito all'impiego in monoterapia, che aveva
comportato la rapida insorgenza di resistenza.

Meccanismo d'azione: anche questi, come i farmaci della classe
precedente, sono inibitori della transcriptasi inversa, ma agiscono con un
meccanismo diverso: si legano direttamente al sito attivo dell'enzima,
bloccandone l'azione ed impedendo così che avvenga la formazione del DNA
provirale.
In Italia sono attualmente registrati due farmaci appartenenti a questa classe.
Questi farmaci hanno una buona biodisponibilità ed una lunga emivita, per cui
possono essere somministrati solo una o due volte al giorno.
Inibitori della proteasi (IP)
Sono i farmaci che hanno
radicalmente modificato l'impatto della terapia antiretrovirale, essendo
caratterizzati da una potente attività di blocco della replicazione virale.

Meccanismo d'azione: questi farmaci agiscono nell'ultima fase del ciclo
replicativo dell'HIV, inibendo la proteasi virale, un enzima che permette la
maturazione delle nuove particelle virali rendendole a loro volta infettanti. In
questa sono elencati gli inibitori delle proteasi attualmente disponibili.
Il motivo principale dell'insuccesso di una terapia è dovuto alla insorgenza di
resistenza ai farmaci; ciò succede quando il virus va incontro a delle mutazioni
della propria struttura genetica che gli permettono di "sfuggire" all'azione del
farmaco. Poiché le mutazioni compaiono durante la replicazione, è evidente che
la loro insorgenza è la diretta conseguenza di una incompleta soppressione
dell'attività virale, quale si verifica per esempio in caso di assunzione
scorretta della terapia o di inadeguatezza della stessa.

Per ridurre il rischio che ciò accada sono essenziali due fattori:
- utilizzare più farmaci in combinazione fra loro;
- ottimizzare l'aderenza del paziente alla terapia.
Terapia con più farmaci
L'impiego di una terapia
di combinazione con farmaci diversi consente di aggredire il virus da più parti,
riducendo così la possibilità che questo possa andare incontro a mutazioni e
quindi a sviluppare resistenza.

Vari studi hanno evidenziato la diversa efficacia clinica e virologica della
monoterapia comparata con l'impiego di almeno 2 o 3 farmaci. Il primo studio che
ha mostrato la superiorità della triplice terapia è stato l'ACTG 320; questo
studio ha dimostrato che la combinazione AZT-3TC-IDV è molto più efficace dei
soli AZT-3TC nel sopprimere la replicazione virale, anche in pazienti in fase
avanzata di infezione.

Nella figura viene schematizzato il diverso andamento della replicazione virale
in corso di mono, duplice o triplice terapia.
Aderenza al trattamento
L'aderenza al
trattamento, cioè l'assunzione costante e regolare della terapia, è fondamentale
per un buon esito della stessa. Un adeguato successo virologico richiede una
aderenza alla terapia superiore al 90%.
L'aderenza alla terapia dipende da vari fattori:
Compliance: gli schemi terapeutici della terapia combinata richiedono
l'assunzione di numerose compresse al giorno (anche più di 15!), ma soprattutto
richiedono una particolare attenzione alle modalità di somministrazione; infatti
ogni farmaco va preso ad orari fissi stando attenti a non saltare le dosi, ed
inoltre alcuni vanno presi a stomaco pieno ed altri a digiuno.
Durata: la terapia va proseguita a tempo indeterminato, per cui il
paziente in trattamento con antiretrovirali deve considerarsi come un malato
cronico che deve assumere costantemente i farmaci per prolungare la
sopravvivenza. L'interruzione della terapia comporta infatti invariabilmente la
ripresa della replicazione virale e quindi della progressione dell'infezione.
Tossicità: l'ostacolo principale all'aderenza alla terapia per periodi
prolungati è comunque rappresentato dalla tossicità dei farmaci, i quali possono
provocare vari effetti collaterali che possono obbligare alla sospensione del
trattamento, anche in presenza di un beneficio clinico. In tal caso va tenuta
presente una regola generale: in caso di intolleranza
o di tossicità è sempre meglio sospendere del tutto la terapia piuttosto che
assumere i farmaci a dosaggio ridotto. Ciò infatti, per quanto già
visto in precedenza, potrebbe favorire l'insorgenza
di resistenze.
Test di Resistenza
Il problema delle
resistenze ai farmaci è pertanto il principale motivo di insuccesso di una
terapia antiretrovirale. In pazienti che abbiano fallito una terapia sarebbe
perciò importante poter avere la possibilità di determinare in modo esatto a
quali farmaci il virus è diventato resistente.
Attualmente sono in fase di uso sperimentale due diversi tipi di test per la
determinazione della resistenza dell'HIV ai farmaci antiretrovirali. Tali test,
non ancora ufficialmente approvati dall'FDA, se usati correttamente in
determinati casi sono in grado di migliorare l'efficacia della terapia.
Le linee guida dell'IAS del maggio 2000 indicano la necessità di eseguire un
test di resistenza nelle seguenti situazioni:
- nella scelta di un regime terapeutico quando siano state fallite terapie precedenti, e più in generale in qualsiasi occasione sia necessario cambiare una terapia;
- nella scelta del regime iniziale di trattamento, soprattutto quando vi sia il sospetto che il paziente sia stato infettato con un virus già resistente;
- nella donna gravida
Sono attualmente
disponibili due diversi tipi di test di resistenza: l'esame genotipico e l'esame
fenotipico.
Test genotipico:
Il genoma dell'HIV, l'RNA virale, è costituito da diversi geni, ognuno dei quali
è a sua volta costituito da una specifica sequenza di nucleotidi. Modificazioni
di questa sequenza sono definite mutazioni. Mutazioni a livello dei geni che
codificano per la produzione degli enzimi deputati alla replicazione virale, la
transcriptasi inversa (RT) e la proteasi (PR), possono indurre resistenza ai
farmaci che agiscono su questi enzimi (RTI e NNRTI per il primo, inibitori della
proteasi per il secondo). I test genotipici sono progettati per determinare la
presenza di variazioni della sequenza nucleotidica in questi geni, e si basano
sulle tecniche di amplificazione genica (PCR) usate anche per la determinazione
della carica virale.
Nella tabella in basso sono riassunti i vantaggi e gli svantaggi di questo test.
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Test Genotipici |
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Vantaggi |
Svantaggi |
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- Relativamente
semplice da eseguire |
- Non rileva la presenza di varianti virali
minori |
La validità di questa metodica è stata dimostrata da due grossi studi, Il GART
ed il VIRADAPT , nei quali i pazienti che fallivano un trattamento contenente un
inibitore della proteasi venivano randomizzati a modificare la terapia o secondo
le indicazioni di un test genotipico, oppure secondo le consuete indicazioni
cliniche. In entrambi gli studi si è osservato un andamento migliore nel gruppo
di pazienti che aveva modificato la terapia sulla base del test genotipico. In
questi pazienti inoltre l'HIV-RNA si riduceva in maggior misura.
Test fenotipico:
Questo test è in grado di saggiare l'efficacia dei farmaci direttamente su virus
coltivati in laboratorio, nei quali siano stati "trapiantati" i geni RT e PR del
virus del paziente. Questo test è però molto più lungo e complesso da eseguire,
ma fornisce risultati in teoria più vicini alla realtà, ed è in grado di
determinare la presenza di una resistenza ad un certo farmaco anche se non è
ancora nota la particolare mutazione che induce quella resistenza.
Nella tabella in basso sono riassunti i vantaggi e gli svantaggi del test
fenotipico.
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Test Fenotipici |
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Vantaggi |
Svantaggi |
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- Permette di rilevare
l'effetto di più mutazioni associate |
- Non rileva la
presenza di varianti minori |
Lo studio VIRA 3001 è stato eseguito con criteri simili a quelli precedentemente
citati, utilizzando il test fenotipico anziché quello genotipico, ed anche in
questo caso si sono ottenuti risultati migliori nei pazienti che avevano
modificato la terapia sulla base del test.
Ciò che ancora limita un estensivo impiego di tali metodiche è la mancanza di
una interpretazione sicura e standardizzata dei risultati.
Un tentativo di fornire un supporto al clinico per l'interpretazione del test
genotipico è la costruzione del cosiddetto Fenotipo Virtuale, realizzato
dalla VIRCO, Belgio. Questa metodica dovrebbe consentire di predire il
fenotipo virale sulla base di un ampio database relazionale nel quale sono
registrati il genotipo ed il fenotipo di oltre 100.000 pazienti ai quali sono
stati effettuati entrambi i test. L'attendibilità con la quale questo fenotipo
Virtuale rispecchia l'effettivo fenotipo del paziente va dall'80% ad oltre il
95%, a secondo del tipo di farmaco in studio.
Monitoraggio del livello dei farmaci nel sangue
Il dosaggio della
quantità di farmaco presente nel sangue dovrebbe servire ad ottimizzare le dosi
da somministrare ad ogni singolo paziente, in quanto eventuali differenze di
assorbimento e di distribuzione del farmaco da persona a persona potrebbero
influenzare l'efficacia della terapia. Nella pratica clinica in realtà non è
ancora chiaro se questo tipo di misurazione possa portare a dei benefici reali.
Uno studio recente ha analizzato la potenziale utilità di questo monitoraggio
per le varie classi di farmaci: gli RTI non sono candidati ideali a causa delle
difficoltà (e del costo) che si incontrano per misurare i metaboliti attivi di
questi farmaci, che sono dei nucleosidi intracellulari; gli NNRTI hanno una
lunga emivita, per cui il monitoraggio del livello plasmatico appare essere
superfluo; gli IP invece si presentano come dei candidati ideali per
l'esecuzione di questo esame, in quanto le loro concentrazioni sono spesso
variabili e ciò influisce direttamente sull'efficacia della terapia.
Attualmente l'impiego di questa metodica di monitoraggio viene utilizzata da
laboratori molto specializzati solo nell'ambito di studi clinici controllati.
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ULTIMO AGGIORNAMENTO PAGINA 31 MAGGIO 2003 |
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