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PIEDE E POSTURA: UN LEGAME INSCINDIBILE Giovanni Chetta
Il piede rappresenta il punto fisso al suolo su cui grava l'intero peso del corpo. Esso si trova alla base del sistema di controllo antigravitario (sistema tonico posturale) che consente all'uomo di assumere la postura eretta e di spostarsi nello spazio. Il piede è sia un effettore sia un ricettore ossia riceve ed esegue dei comandi (risposta motoria), tramite i muscoli, e, nel contempo, interagisce col resto del corpo fornendo costanti informazioni provenienti dagli esterocettori cutanei presenti sulla sua pianta e dai propriocettori dei suoi muscoli, fascia, tendini e articolazioni. Gli esterocettori cutanei del piede sono ad alta sensibilità (0.3 g) e rappresentano l'interfaccia costante tra l'ambiente e il sistema dell'equilibrio. Le informazioni plantari infatti sono le uniche a derivare da un recettore fisso a diretto contatto col suolo. Il piede, nel corso dell'evoluzione, per le esigenze sorte nell'assunzione della stazione eretta e della deambulazione bipodale, risulta un diaframma atto ad (FIG. 1) assorbire e smistare le forze esterne (ambientali) e interne (muscolari), relativamente agli infiniti piani dello spazio.
FIGURA 1
Il piede,
nel suo ruolo di "base antigravitaria", in un primo tempo prende contatto con la
superficie di appoggio adattandosi ad essa rilasciandosi, successivamente si
irrigidisce, divenendo una leva per "respingere" la superficie stessa. Il piede
deve quindi alternare la condizione di rilasciamento con la condizione di
irrigidimento. L'alternanza di lassità-rigidità giustifica l'analogia con l'elica
a passo variabile. Retropiede e avampiede si dispongono infatti in piani che
si intersecano in modo variabile. Nella condizione ideale, il retropiede è
disposto verticalmente e l'avampiede orizzontalmente (su una superficie di
appoggio orizzontale). A piede sotto carico la torsione tra retropiede e
avampiede si attenua nel rilassamento (il piede diviene una piattaforma
modellabile) e si accentua nell'irrigidimento (il piede diviene una leva). La
disposizione ad arco è in realtà apparente essendo espressione del grado di
avvolgimento dell'elica podalica. Il piede quindi non ha il significato di un
arco o volta reale ma apparente, che si alza durante l'avvolgimento e si abbassa
durante lo svolgimento dell'elica. L'avvolgimento dell'elica, con la conseguente
accentuazione dell'apparente disposizione ad arco, corrisponde al suo
irrigidimento. Lo svolgimento dell'elica, con conseguente attenuazione dell'arco
apparente, è il rilasciamento.
Tali rotazioni sul piano frontale (a livello podalico) e sul piano trasverso (a livello degli arti inferiori e del tronco) avvengono costantemente in statica (che in realtà e un caso specifico di deambulazione) e, ancor più, nella deambulazione propriamente detta.
Quando il ginocchio è in flessione sono possibili movimenti della gamba sia in lateralità (di 1-2 cm alla caviglia) che in rotazione assiale (rotazione esterna di 5°). Ciò risulta necessario per consentire un ottimale appoggio del piede in rapporto all'irregolarità del terreno. In estensione completa invece il ginocchio, essendo sottoposto a importanti forze di carico, presenta, in condizioni fisiologiche, una grande stabilità; si verifica pertanto un blocco articolare che solidarizza la tibia al femore (Kapandji 2002). Pertanto, in condizione di flessione, il ginocchio è in grado di "filtrare" le rotazioni del piede e della gamba mentre, quando esso è completamente esteso, tali rotazioni si trasferiscono integralmente al femore influenzando di conseguenza il cingolo pelvico (in particolare, l'articolazione coxo-femorale e l'articolazione astragalo-scafoidea sono analogamente strutturate e corrispondentemente disposte). La rotazione del femore sul piano trasverso comporta una spinta meccanica da parte della superficie articolare del collo femorale sull'acetabolo, la messa in tensione di determinati legamenti dell'anca e lo spostamento dei baricentri degli emisomi (centri di pressione). Così, ad esempio, una intrarotazione del femore può passivamente determinare un'iniziale anteversione (anterior tilt) dell'emibacino corrispondente e, in seguito alla messa in tensione dei legamenti posteriori (legamento ischio-femorale) e dello spostamento anteriore del baricentro dell'emisoma corrispondente, una rotazione del bacino che segue quella del femore. Viceversa, una extrarotazione del femore può indurre retroversione dell'emibacino omolaterale seguita da una corrispondente rotazione del bacino per tensione dei potenti legamenti anteriori (in particolare il fascio superiore del legamento ileo-femorale, denominato l'ileo-pretrocanterico, e il pubo-femorale) e spostamento posteriore del baricentro dell'emisoma relativo.
La rotazione del bacino si riflette direttamente a livello del rachide lombare (FIG. 5).
FIGURA 5
La struttura legamentosa e ossea delle vertebre nonché le caratteristiche di "energy converter" del disco intervertebrale fanno si che sulla colonna vertebrale agisca una "coppia di forze" (coupled motion) (FIG. 6).
FIGURA 6
Ciò corrisponde al primordiale e primario bisogno del rachide di ruotare le pelvi nell'atto della locomozione (Gracovetsky, 1988). Pertanto la flessione laterale del tratto lombare si associa sempre a una rotazione vertebrale e viceversa (White & Panjabi, 1978). La modesta capacità di rotazione del tratto lombare (5°, Kapandji 2002) "impone" l'utilizzo di parte del dorso (in grado ruotare per circa 30°, Kapandji 2002), ad esempio, durante la deambulazione. Affinché però lo sguardo possa dirigersi sempre verso l'orizzonte a livello delle spalle e del tratto dorsale superiore (da D8 in su) necessita una contro-rotazione e una flessione laterale opposta (rispetto al tratto rachideo inferiore e al bacino). L'atteggiamento scoliotico dell'elica rachidea così come quello del piede piatto (elica podalica svolta) e valgo (elica podalica avvolta) rappresentano quindi fenomeni fisiologici transitori tra loro connessi e divengono patologici solo quando si manifestano in maniera stabile. Nel contesto della biomeccanica e della patomeccanica, si evidenzia quindi un robusto ponte che connette il piede ai segmenti corporei soprastanti sino a raggiungere potenzialmente le articolazioni cervico-occipitale temporo-mandibolari e viceversa, interessando tramite la rete di tensegrità mio-connettivale l'intero organismo.
BIBLIOGRAFIA
Note sull'autore: Il Dr. Giovanni Chetta è Alimentarista a indirizzo biochimico, Massofisioterapista, Posturologo Ergonomista (iscritto all’albo specialistico A.S.Bio.P.), Istruttore MBT e Master Practitioner in Programmazione Neuro-Linguistica. Collabora in campo posturologico con l'Università Charitè di Berlino, l'equipe di Biomedica Posturale e l'Accademia MBT. Collabora con riviste e giornali del settore. Conduce corsi su: posturologia, ginnastica posturale, massaggio (bodywork). Presidente dell'Associazione Culturale - Sportiva AssoTIB (Alfa/CSAIn/CONI) |
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ULTIMO AGGIORNAMENTO PAGINA 28 FEBBRAIO 2011 |
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