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DOPING 2004

ARTICOLO IN PDF PER LA STAMPA

Giancarlo Palmieri, Vincenzo Pincolini, Amos Casti

(Si ringrazia l'Editore MNL  Scientific Publishing & Communication per l'autorizzazione alla pubblicazione)

 

 

INDICE

 

 

Il Doping e la sua storia

 

L'origine del doping, termine della lingua inglese che si riferisce all'assunzione di sostanze non consentite, farmacologiche o fisiologiche in quantità anomala, per incrementare le prestazioni dell'organismo, va ricercata nell'usanza di popolazioni dell'Africa come i Cafri, i quali nel loro idioma definivano "Dop" un estratto liquoroso eccitante che veniva bevuto durante le cerimonie religiose.

La storia del doping, ovvero il tentativo di modificare le prestazioni atletiche con mezzi non fisiologici o comunque illeciti nel corso di competizioni sportive, inizia molto tempo fa, quando non esisteva la chimica e venivano impiegate sostanze di origine naturale per migliorare la propria condizione fisica. Abbiamo, infatti, notizie di episodi di doping fin dalle prime edizioni delle olimpiadi, allorquando gli atleti ingerivano sostanze stimolanti mescolate agli alimenti carnei e alle bevande. D'altra parte l'assunzione di sostanze che aiutassero a sopportare la fatica e gli sforzi era, ed in qualche caso lo è ancora oggi, consuetudine presso le popolazioni vichinghe, cinesi e andine.

Tracce storiche, risalenti al terzo secolo a.C., testimoniano l'utilizzo di alcuni infusi di funghi applicati localmente come impacchi, a scopo più stimolante che curativo o lenitivo.

Per lunghi secoli non si trova menzione storica della pratica del doping, probabilmente anche in relazione al fatto che le competizioni olimpiche, al pari di altre attività agonistiche, vennero interrotte o persero d'importanza, dopo la caduta dell'Impero Romano, finché non vennero reintrodotte le moderne olimpiadi nel 1896 per merito del barone De Coubertin.

Contemporaneamente alla ripresa significativa delle competizioni sportive, si assistette alla ripresa della pratica del doping: gli atleti assumevano sostanze zuccherine, caffè, alcool ma anche stricnina e nitroglicerina, che potevano sortire effetti collaterali talora gravemente invalidanti se non addirittura mortali. Le statistiche mediche sportive non fecero tuttavia registrare fino alla metà del novecento un utilizzo diffuso delle sostanze dopanti, dato che un vero e proprio incremento numerico significativo di atleti che usavano tali sostanze venne registrato nel secondo dopoguerra, intorno al 1950, quando la consuetudine di assumere anfetamine si trasferì dai militari impegnati sui fronti di guerra agli sportivi. Ad onor del vero, l'autosomministrazione era più un evento estemporaneo che sistematico, accadendo soprattutto in concomitanza di gare importanti ed impegnative, oppure era abitudine di pochi atleti professionisti o semiprofessionisti resi esausti da impegni frequenti ed estenuanti.

Fu proprio a partire dagli anni '50 che l'aneddotica si arricchì di storie di ciclisti che improvvisamente non vedevano più le curve della strada o che dopo alcune gare non dormivano per diverse notti. Tuttavia fu solamente a seguito del decesso del ciclista Tommy Simpson avvenuta negli anni '60 sul Mont Ventoux, ascritto allora all'effetto additivo di anfetamina e grande caldo, che emerse alla ribalta delle cronache e all'attenzione del grande pubblico il problema connesso con l'uso di sostanze potenzialmente mortali da parte degli sportivi.

In quegli stessi anni, giungevano dai paesi dell'Est Europa, notizie sull'impiego di sostanze che in poco tempo erano in grado di aumentare a dismisura la resa muscolare: la voce era alimentata anche dalla constatazione che nelle competizioni più importanti, come le Olimpiadi, gli atleti dei paesi dell'Est dominavano, portando nell'Atletica leggera, soprattutto nelle gare di lancio (peso, giavellotto, ecc.) le misure dei record mondiali a valori stupefacenti per quei tempi.

Il culmine della diffusione del doping tra gli atleti di livello superiore e di fama internazionale, che la memoria ricordi dal tempo delle Olimpiadi e dei giochi romani, lo si raggiunse alla fine degli anni '70. Il fenomeno divenne eclatante e si manifestò in molti sportivi, soprattutto nelle donne che assumevano forti dosi di anabolizzanti, i tratti somatici delle quali si trasformavano diventando decisamente mascolini.

Quando ci si accorse della ampia diffusione del doping tra gli atleti famosi, ci si rese conto anche di quanto diffuse fossero in tutto il mondo, specialmente nei cosiddetti sport di forza, queste pratiche illecite e quanto potessero essere gravemente pericolose: ancora una volta iniziarono a circolare e a diffondersi notizie di gravi patologie, soprattutto forme tumorali, conseguenti a prolungati periodi di assunzione di sostanze ormonali.

Con la caduta del muro di Berlino, l'occidente poté venire a conoscenza di ciò che realmente era accaduto per decenni agli atleti dei paesi del blocco sovietico come la Germania Est e la Russia. I governanti di quelle nazioni avevano sostanzialmente imposto, per scopi di propaganda politica e per rinforzare il sentimento popolare nazionalistico e antioccidentale attraverso le vittorie sportive, il doping di stato: giovani ragazzi e ragazze di tutte le età dovevano assumere ormoni anabolizzanti, farmaci e tutto ciò che potesse servire allo scopo di vincere le competizioni internazionali, senza badare agli effetti collaterali a breve e a lungo termine.

Purtroppo, anche al di qua della cosiddetta "cortina di ferro", nei paesi occidentali, l'assunzione di ormoni anabolizzanti si era intanto diffusa al punto di diventare un "tratto culturale" di molti sportivi, specialmente tra i cultori del bodybuilding: negli anni '70-'80 tra i pesisti l'utilizzo di anabolizzanti si configurava come una sorta di rito obbligato.

Mentre gli anabolizzanti venivano utilizzati per aumentare la massa muscolare, negli sport di resistenza ci si rivolse a sostanze e a metodiche capaci di influenzare la durata dello sforzo, intervenendo soprattutto sulla massa sanguigna. Accadde così che tra i fondisti dello sci e dell'atletica e tra i ciclisti si diffuse la pratica delle autoemotrasfusioni con sacche di sangue prelevato durante i periodi di riposo le quali venivano tenute in frigorifero e trasfuse durante i periodi di attività agonistica: comparvero così un po' ovunque le centrifughe e altri macchinari adatti sia per lavorare il sangue che per controllare i valori dell'ematocrito.

L'edonismo sportivo della fine degli anni '80 e dei primi anni '90 portò ad enfatizzare gli aspetti estetici degli atleti favorendo l'affermazione di canoni fisici di muscolarità; successe così che nelle palestre, ubiquitariamente, si trovassero preparatori senza scrupoli pronti ad offrire, a chiunque lo volesse, facili ricette e mezzi più o meno consentiti per abbreviare i percorsi della fatica e per essere in linea con le mode, al punto che l'uso delle sostanze dopanti in questi ambienti superò di gran lunga la incidenza delle pratiche doping negli ambienti sportivi di alto livello.

Con la commercializzazione dell'ormone della crescita, il GH, che presto venne considerato dagli inesperti la panacea adatta ad ogni bisogno e scopo, definendolo, tra l'altro, principio "antinvecchiamento" perfetto, lo sport amatoriale fu travolto in una spirale consumistica di doping, anche per le formidabili abilità di convincimento degli "spacciatori" che spingevano al consumo al motto "tanto non fa male". Il fenomeno si spinse a livelli estremi, al punto che moltissimi sportivi improvvisati, come i ciclisti della domenica, volendo strabiliare amici e parenti, facevano consumo regolare di ormoni e di altre sostanze dopanti, finendo con l'essere trovati positivi ai controlli a sorpresa: negli anni ‘90 furono talmente tanti i casi positivi tra gli sportivi di basso livello che neppure i giornali se ne occuparono più.

Attualmente il mercato del doping è di tale vastità che si può solo formulare una stima approssimativa delle sue dimensioni, ma ciò che preoccupa di più le autorità è il livello di sofisticatezza raggiunto dai preparati, livello in grado di mettere in difficoltà i sistemi più moderni di controllo, i quali, invero, hanno mostrato negli ultimi anni molti limiti, in parte dovuti anche a legislazioni non omogenee tra gli stati e a discordanze di applicazione tra le diverse federazioni sportive. Intanto però lo sport piange i suoi morti: pochi sono i nomi famosi come quello di Pantani ma molti, moltissimi, sono gli sconosciuti che perdono la salute e anche la vita per colpa di abusi che ancora troppo spesso vengono considerati privi di reale pericolosità.

 

Cos'è il Doping

 

La prima definizione ufficiale di doping adottata dal Comitato Internazionale Olimpico (C.I.O.) nel corso del Congresso di Strasburgo del 1963 recitava testualmente: "Il doping è la somministrazione ad un soggetto sano o l'utilizzazione fatta dal soggetto stesso, con qualsiasi altro mezzo, di una sostanza estranea al suo organismo. E questo con il solo scopo di aumentare artificialmente ed in maniera sleale la prestazione del soggetto in occasione della sua partecipazione ad una competizione." I primi pronunciamenti ufficiali intorno alla questione del doping risalgono dunque al '63 mentre nel '67 iniziarono i primi controlli antidoping, sebbene già nel 1910 a Vienna il chimico Bukowsky aveva eseguito i primi esami scientifici sui cavalli da corsa.

Possiamo considerare quegli anni '60 come un'epoca pionieristica nel campo di indagine degli illeciti sportivi, anche in virtù del fatto che non si sapeva molto su quanto stava succedendo nei paesi dell'Europa dell'est, dove il numero di atleti era elevato e i movimenti sportivi in grandissimo sviluppo. Lo sport ricopre da sempre ruoli che vanno oltre la semplice prassi agonistica, assumendo persino il significato di strumento per fornire ed incrementare la credibilità di regimi dittatoriali: fu così, come abbiamo già menzionato, che governanti privi di scrupoli sono potuti arrivare ad imporre il doping di Stato pur di sfruttare a scopi extrasportivi le medaglie conquistate dai propri atleti nei Campionati Mondiali e alle Olimpiadi, diffondendo in tal maniera la falsa credenza che le nazioni da loro governate fossero il regno della cultura sportiva, luoghi in cui tutti potevano praticare sport e vivere liberi e sani. Più tardi si seppe della triste realtà, delle tante vittime fatte da quelle ossessioni di vittoria, da quegli abusi indotti a scopo propagandistico, come ad esempio le numerose atlete che successivamente avevano messo al mondo figli con gravi malformazioni, oppure osannati vincitori che dopo aver innalzato al cielo le loro medaglie iniziavano lunghi pellegrinaggi fra ospedali e case di cura. Quello dei paesi dell'est fu doping di stato ma purtroppo la cultura dell'abuso, dell'illegalità e del barare nello sport si è diffusa ovunque al punto che ora ci si droga anche per ingannare se stessi.

In verità, la questione del doping non è avulsa dal contesto culturale generale e dal significato sociale rivestito dallo sport; la trasformazione del nostro modo di vivere e di intendere usi e costumi ha coinvolto anche il mondo dello sport e dei suoi valori originali.

 

 

La prospettiva con la quale molti giovani avviano la loro attività sportiva, anteponendo la correttezza morale e l'impegno fisico e mentale alla facilità di vittorie, tende a modificarsi nel corso degli anni di frequentazione di palestre e di stadi. I sani principi etici che sostengono il sacrificio di lunghi e faticosi allenamenti e gli obiettivi di competere in maniera leale e senza scorrettezze, puntando più alla ricerca di un continuo miglioramento delle proprie prestazioni personali che alla vittoria ad ogni costo, cedono gradualmente il passo a logiche di supremazia, di fama, di interessi economici, cosicché il doping travalica il fatto sportivo per assumere significato edonistico, economico, psico-sociale laddove "vincere anche con mezzi illegali ma vincere" comporta soddisfazione narcisistica e notorietà che prelude a guadagni che possono cambiare il destino personale.

Il doping possiede dunque risvolti sociali, né possono essere trascurati gli aspetti che lo accomunano alle altre forme di "supplementazione" ricercate dalla gente come l'ecstasy per passare una notte di "sballo" o la cocaina per accrescere il proprio tono umorale o le anfetamine per il loro effetto anoressizzante e dimagrante.

Il doping non è più da tempo associato solamente allo sport: è una piaga dal risvolto sociale eppure è allo sport che esso causa il danno maggiore attraverso le immagini e i giudizi gravemente negativi che la pubblica opinione inevitabilmente finisce per costruirsi su di esso.

Il doping causa danni immensi anche agli operatori sportivi seri, agli allenatori scrupolosi e ai preparatori atletici competenti, molti dei quali laureati in scienze motorie o comunque impegnati in lunghi anni di studio e di ricerche: pochi irresponsabii atti di incompetenti praticoni, i quali sfruttando qualche nozione mandata a memoria spingono gli atleti all'assunzione di principi dopanti, vanificano il lungo lavoro di specialisti incentrato su programmi di preparazione di alta qualità e basati sulla cultura dell'allenamento, una cultura scientifica e ricercata che sa e che mette in guardia dall'illusione pericolosa costituita dal voler arrivare a portentose prestazioni in poco tempo senza curarsi di problemi biomeccanici o di supercompensazione.

Al danno diretto sulla salute, il doping associa la perdita della vera essenza della cultura sportiva che è la sana attività motoria, la temperanza morale, la costanza nel perseguire il proprio miglioramento fisico e mentale ed il rispetto delle regole e dell'avversario, nonché la fedeltà a quei principi di lealtà e correttezza che hanno da sempre differenziato il mondo degli sportivi, rendendolo unico e fonte di orgoglio per chi vi appartiene.

 

Il Doping: lo stato dell'arte ed i primi veri "pentiti"

 

Ogni volta che una bufera mediatica che si è abbattuta sullo sport per questioni di doping termina, si dice che il più è passato, che da ora in poi tutto cambierà in meglio. Sappiamo tutti che così non avviene, perché il fenomeno del doping ha ormai dimensioni planetarie e radici profonde: a testimonianza di questa affermazione ricordiamo due avvenimenti tra loro assolutamente diversi e molto lontani.

Il 22 gennaio 2002 il presidente americano Bush ha dichiarato guerra agli steroidi anabolizzanti ed al doping in generale. Egli ha invitato tutte le grandi organizzazioni dello sport professionistico americano a vietare l'assunzione di ormoni e ad intensificare i controlli e a masprire le pene.

Alcuni anni fa le associazioni di Baseball iniziarono ad effettuare i primi controlli antidoping e subito fu scandalo perché nientemeno che il recordman dei fuoricampo, Mc Gwire (con oltre 70 colpi) faceva addirittura pubblicità ad una linea di anabolizzanti (negli USA ciò è possibile).

L'altro grande campione di quel periodo, Barry Binds, invece frequentava regolarmente un centro californiano dove si utilizzava alla luce del sole il famoso TGH, una delle ultime frontiere degli ormoni. Anche nel Basket si effettuano da tempo i controlli e le pene non sono, neanche in questo caso, molto severe (la prima sanzione comminata consiste in alcune giornate di squalifica) mentre nel Football, in caso di positività ai controlli, si paga solo una multa. Addirittura, nell'Hockey le commissioni antidoping continuano a ricercare solamente le anfetamine, la cocaina e le droghe più pesanti.

Il deciso intervento di Bush è stato importante perché ha fatto chiaramente capire all'opinione pubblica che d'ora in avanti anche le grandi "majors" americane dello sport avrebbero dovuto stringere maggiormente i controlli su un fenomeno che ormai aveva assunto dimensioni sociali, con estensione ben oltre il mondo dello sport professionistico, e che continua a coinvolgere enormi interessi economici, in particolare quelli di una catena di laboratori irregolari ai confini fra Messico e USA che riforniscono di anabolizzanti tutto il mondo.

La posizione di Bush è molto importante poiché va a rafforzare con una presa d'atto ufficiale tutto il movimento antidoping mondiale che trovava nel mondo professionistico americano, alla ricerca esasperata dello spettacolo ad ogni costo (salute dei protagonisti compresi), un anello debole.

Qualche cosa, dunque, sembra si stia muovendo con maggiore determinazione, come dimostrerebbe il secondo avvenimento a cui facevamo accenno.

La stampa internazionale ha recentemente rivolto grande attenzione alle rivelazioni del ciclista professionista spagnolo Jesus Manzano che negli ultimi mesi, prima al quotidiano sportivo spagnolo AS e quindi alla magistratura sia spagnola che italiana, ha confessato di aver assunto negli ultimi anni grandi quantità di farmaci proibiti.

 

 

Manzano, che nella recente stagione è stato ingaggiato dalla squadra italiana "Amore e Vita" (la quale da anni lotta contro l'uso smodato dei farmaci), ha raccontato di vicende personali e non riguardanti l'uso di nandrolone, di Epo, di stimolanti, di GH, di autoemotrasfusione, di ormoni femminili ed altro, spesso assunti sotto la diretta sorveglianza di medici sociali.

Le pratiche ed i prodotti utilizzati negli ultimi anni, ha raccontato Manzano, sono cambiati in funzione dei metodi antidoping impiegati. Così, ad esempio, il nandrolone veniva assunto per bocca e non più per via intramuscolare, mentre l'autoemotrasfusione è tornata in auge dopo che la UCI (Unione Ciclistica Internazionale) ha validato il test antiepo messo a punto dai francesi.

Il ciclista spagnolo racconta di essere arrivato fino a 10-12 iniezioni al giorno, all'uso di numerose pasticche, di cerotti a lenta cessione e di supposte. Nel doping ci si può ridurre ad uno stato di dipendenza dai farmaci toccando livelli di compulsione impensabili che spingono perfino a doparsi mentre si sta gareggiando. Lo stesso Manzano svenne durante il Tour de France per l'assunzione di un prodotto dopante direttamente in corsa.

A tentare di porre un argine a questo preoccupante stato di cose intervengono ricerche e studi scientifici che vedono la Francia in primo piano in questa battaglia scientifica ma anche di costume e dunque inevitabilmente mediatica: alcuni organi di stampa come "Equipe" un quotidiano sportivo francese, vero e proprio leader nella lotta antidoping, ha dedicato ampio spazio alla pubblicazione di uno studio di un gruppo di psichiatri che ha documentato con dati particolareggiati e inconfutabili come il fenomeno doping sia sempre più associato ed in continuità con l'uso delle droghe vere e proprie. Inizialmente la dipendenza da droghe e la dipendenza da sostanze dopanti percorrono strade diverse ma con il tempo finiscono con il condividere un tragico destino comune, come testimonia la triste fine di quel grande campione che è stato Marco Pantani.

Fortunatamente non tutti i grandi campioni, non tutti i nostri miti sportivi sono personaggi che abusano di fiale e pastiglie, però molti di loro non sono immuni da tentazioni e forse in tanti non sono consapevoli del reale pericolo che li circonda, senza considerare che tutto il mondo dello sport sta correndo un rischio serio di subire un danno d'immagine gravissimo.

Riponiamo grande fiducia in futuri altri Manzano che collaboreranno ad indicarci dove e come intervenire e negli studi scientifici che consentiranno di migliorare le tecniche di indagine e di prevenzione, con la speranza di poter dare una spallata definitiva ad un fenomeno che possiamo definire una piaga sociale. Tuttavia, bisogna anche e soprattutto intervenire attraverso l'informazione sui giovani, su quanti si apprestano ad iniziare l'attività agonistica e su quanti già la stanno facendo. Bisogna che torni a prevalere la convinzione del barone De Coubertin che "importante è partecipare, non vincere", che la salute è un bene più prezioso di tutte le medaglie e di tutti i contratti pubblicitari del mondo, che il grande fascino dello sport è racchiuso proprio nella lealtà e nella dedizione che spinge all'impegno costante verso il miglioramento fisico e psichico di sé stessi, che nulla, proprio nulla, giustifica il diventare schiavi di sostanze che avvelenano l'organismo molto prima di aiutarlo ad ottenere prestazioni esaltanti e vittoriose, vittorie che se ottenute con il doping avviliscono l'atleta prima ancora dello sport e lo spingono sull'orlo di precipizi tanto profondi da poter essere mortali.

 

Il codice mondiale antidoping (l'Agenzia WADA-AMA)

 

C'è voluto molto tempo, qualche morto e numerose inchieste scandalistiche sulla stampa internazionale, ma alla fine le pubbliche opinioni di tutti i Paesi si sono dovute rendere conto che il doping è un fenomeno mondiale, come è stato confermato anche dal presidente Bush e dalle sue recenti prese di posizione contro gli anabolizzanti. Proprio la constatazione che il fenomeno è ormai planetario ha indotto numerose nazioni ad affrontare questo grande problema in maniera coordinata, globale e con determinazione.

 

 

Il primo paese che ha legiferato in materia di doping è stata la Francia nel 1965, mentre in Italia l'argomento è stato trattato per la prima volta nella legge n° 1099 del 26101971. Con la legge n° 522 del 1995 l'Italia ha notificato la convenzione contro il doping siglata a Strasburgo nel 1989 dagli Stati Membri del Consiglio d'Europa. In questa maniera è stata recepita dal nostro ordinamento una normativa organica circa l'uso di sostanze chimiche e farmaceutiche per il miglioramento delle prestazioni sportive. La legge n° 376 del 2000 ha introdotto importanti novità quali la rilevanza penale attribuita a queste forme di reato e l'istituzione di una commissione di controllo che stabilisce, con cadenza non superiore a sei mesi, quali siano le sostanze e le pratiche mediche il cui impiego è considerato doping; inoltre la legge ha stabilito che qualsiasi pratica volta ad alterare i risultati dei controlli viene equiparata al doping.

Una data importante nella lotta contro il doping è stato il 1998, quando la scoperta che durante il Tour de France di ciclismo avveniva ampio e diffuso abuso di una grandissima quantità di sostanze vietate, fece scoppiare uno scandalo internazionale il quale portò alla evidenza del pubblico e dei media di tutto il mondo le reali dimensioni di questo fenomeno negativo nello sport professionistico.

In quegli anni vi è da segnalare una certa confusione di comportamento regnante fra gli organismi sportivi, come le Federazioni nazionali ed internazionali, al punto che le sanzioni antidoping spesso venivano contestate o annullate per problemi di burocrazia o di procedura da parte di tribunali civili.

Alla minaccia che tutto il mondo dello sport potesse perdere di credibilità, il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) convocò nel febbraio 1999 a Losanna la prima Conferenza Mondiale Antidoping durante la quale nacque l'idea di affidare, ad un organo sopra le parti, il controllo e il potere di emanare normative in questa materia così complessa.

Sempre a Losanna, nel novembre dello stesso anno ha mosso i primi passi l'AMA (Agencie Mondiale Antidopage) o WADA (World AntiDoping Agency) un organismo indipendente, frutto della collaborazione di tutto il movimento olimpico mondiale con i governi di molte nazioni. Questa agenzia dovrebbe rappresentare il futuro della lotta antidoping in tutto il mondo.

Nel marzo 2003 a Copenaghen, oltre 1.000 delegati provenienti da tutti i continenti hanno dato vita ad una ulteriore conferenza mondiale sui problemi del doping nel corso della quale il Codice della Wada è stato sottoscritto all'unanimità. Fra le tante regole che il Codice impone agli oltre 100 paesi affiliati si trova finalmente quella concernente l'uguale trattamento sanzionatorio: due anni di squalifica al primo episodio e radiazione a vita dalle federazioni al secondo. Non sarà più consentito affidarsi alla differenza di normative e sperare in annullamenti di sentenza per questioni procedurali in quanto per tutti gli sport i prelievi dall'organismo ed i controlli antidoping saranno effettuati con i medesimi standard riconosciuti dagli stessi governi delle nazioni firmatarie.

Le singole Federazioni e le singole Leghe professionistiche non potranno andar contro le indicazioni del Codice Wada, come è successo recentemente per il tennis in cui sette professionisti, affiliati all'ATP, sono stati graziati da essa dopo essere stati accusati in altra sede di aver assunto Nandrolone. L'ATP ha giustificato la sua sentenza di assoluzione parlando di assunzione involontaria dell'ormone tramite un integratore inquinato.

Sebbene ancora non tutte le federazioni e gli organismi sportivi mondiali abbiano riconosciuto il codice WADA, attualmente si punta a mantenere sotto l'egida della WADA stessa tutto il movimento olimpico. Gli atleti di organismi privati come la NBA (la lega dei professionisti americana di basket) o come l'ATP di tennis saranno costrette a riconoscere il codice WADA nel momento in cui vorranno partecipare a manifestazioni (campionati mondiali o olimpiadi) che si svolgeranno sotto la sua egida.

Una prima Convenzione finale sarà firmata e sottoscritta da tutti i paesi aderenti, con la garanzia dell'Unesco (organizzazione dell'Onu per l'educazione, le scienze e la cultura) nel settembre 2005 cosicché le prime Olimpiadi in cui il codice sarà operativo e applicato integralmente saranno quelle invernali di Torino del 2006.

Già dalle Olimpiadi dell'estate 2004, comunque, il Codice WADA dovrà essere rispettato da tutte le federazioni dei paesi che hanno sottoscritto l'impegno.

Accanto alle procedure di indagine e ricerca dei casi di doping la WADA si adopererà, diffusamente, alla sensibilizzazione di tutti i praticanti sportivi sui problemi dell'uso e dell'abuso di tutte le sostanze proibite elencate nelle sue liste, cercando la fattiva collaborazione con gli apparati scolastici e Universitari di tutti i paesi aderenti.

In questa prospettiva, quindi, l'antidoping non viene più inteso solamente come investigazione e comminazione di pene ma anche come diffusione di una cultura dello sport "pulito" e di un'etica aderente ai principi fondamentali del vero spirito olimpico.

 

 

Doping: stili di vita e prevenzione

 

Doping sportivo e aspetti sociali del doping sono due facce di un problema che può e deve essere affrontato parallelamente. Se, infatti, nel doping sportivo di alto livello possono essere individuati i grandi interessi economici e politici dello spettacolo che spingono gli atleti verso la deriva dell'abuso di sostanze, nelle nostre società moderne è possibile individuare una spinta culturale al doping dovuta alla enfatizzazione di modelli estetici e sociali che premiano le figure vincenti e che privilegiano l'immagine di un corpo ben modellato piuttosto che la sua integrità e la sua salute. Esistono così uomini e donne che vogliono perdere rapidamente peso per assumere una silhouette da indossatore o di uomini e donne che vogliono accrescere la propria massa muscolare per compensare fragilità e insicurezze psicologiche di fondo, oppure perché ritengono che così facendo otterranno ammirazione e successo nelle relazioni interpersonali.

Purtroppo moltissime di queste persone non sono pienamente consapevoli che non si può raggiungere la condizione desiderata di ipermagri o di ipermuscolosi senza pagare talora dei costi molto elevati, così come nello sport non si può sempre cercare di stravincere senza mettere in previsione che esiste anche la sconfitta la quale, peraltro, può anche essere onorevole. Anzi, i messaggi culturali più ascoltati sembrano proprio essere quelli che sostengono che la normalità si identifica con la mediocrità e che la vittoria nello sport come nella vita vada ricercata anche con la chimica e perseguita anche con mezzi illeciti, se la contingenza lo impone.

Invece le cose non stanno e non possono stare così. Per aumentare le proprie masse muscolari in maniera corretta e funzionale occorre allenarsi in modo sistematico e continuo, alternando gli allenamenti con "grandi carichi" agli allenamenti "di scarico", occorre studiare i tempi di recupero individuali, occorre correggere i movimenti e gli esercizi per ottenere migliori risultati e soprattutto occorrono anni per raggiungere obiettivi importanti.

La Scienza dell'allenamento, è vero, mette in condizione anche i meno dotati, oltre ai più dotati da madre natura, di sviluppare capacità atletiche rilevanti, ma ciò può avvenire solo attraverso allenamenti duri, attraverso programmazioni scientifiche che solo gli specialisti della Teoria dell'allenamento e i fisiologi sono capaci di impostare, senza scorciatoie.

Accanto alla pianificazione di allenamenti duri e intensi si affiancano programmazioni alimentari specifiche e corrette integrazioni studiate da specialisti del settore.

Ecco, se tutto questo fosse accettato e diventasse consuetudine di tutti, quasi certamente le più importanti forme di doping, se non tutte, verrebbero ridimensionate nel numero e nella qualità. Allo stesso modo, riuscire a riportare al centro dei messaggi culturali che trattano del costume e all'attenzione sociale la priorità di una buona condizione di salute psicofisica vorrebbe dire diffondere il modello di un corretto "stile di vita".

Il 2004 è stato dichiarato dalla Commissione Europea "Anno dell'educazione attraverso lo sport". Uno sport naturalmente inteso come integro, pulito e lontano da ogni forma di contaminazione, sia essa chimica o di altro genere.

In questi 12 mesi i paesi della UE dovranno promuovere i valori educativi dello sport e lo dovranno fare attraverso l'intensificazione di rapporti che dovranno essere sempre più stretti e sinergici fra le istituzioni scolastiche ed i settori sportivi più importanti: si vuole arrivare a far recepire alle giovani generazioni come, andando oltre gli aspetti della passione e della pura competizione, lo sport possa essere veicolo di trasmissione di valori etici e di miglioramento dell'educazione.

Problemi importanti, anche a motivo della loro prevalenza sociale, come i danni da fumo, i danni conseguenti ad una scorretta alimentazione (obesità e anoressia), i danni da mancanza o da carenza di attività fisica, oltre ai danni del doping a vari livelli, costituiscono una unica questione dalle molteplici sfaccettature.

Nella Relazione 2001-2002 del Ministero della Salute in tema di salute sociale è stato fatto esplicito riferimento a come solo attraverso una sistematica campagna di sensibilizzazione sull'importanza della prevenzione si possano modificare in positivo alcuni aspetti negativi come la mancanza di movimento e la scorretta alimentazione.

Speriamo che presto, dopo il successo della campagna ministeriale di sensibilizzazione sulla necessità di una corretta alimentazione, venga avviata in tempi brevi un'analoga campagna di sensibilizzazione sociale sulla correttezza dell'attività fisica e dello sport in generale. Esso dovrebbe essere innanzitutto:

  • uno sport dove i ragazzi e prima ancora i bambini trovino tanto divertimento e tanto spazio per la creatività

  • uno sport che non riduca bambini di 6-7 anni a caricature di campioni professionisti

  • uno sport dove fino a 10-12 anni l'obiettivo sia quello dell'acquisizione di molteplici capacità motorie differenziate e non la specializzazione a tutti i costi

  • uno sport in cui le Federazioni e le Società Sportive ritrovino il loro ruolo educativo e la componente pedagogica sia preminente rispetto a quella di selezionamento di pseudotalenti

  • uno sport attento a ad un giusto rapporto fra le tappe di crescita del giovane e il suo apprendimento motorio.

Uno sport, in definitiva, che sappia seminare cultura sportiva, quella cultura sportiva che certamente potrebbe rappresentare un antidoto nei confronti della contaminazione del doping e delle logiche del "vincere ad ogni costo e sempre".

La lotta contro il doping, dunque, deve essere condotta anche attraverso una forte campagna di sensibilizzazione sui campi sportivi, quei campi sportivi dove è bello vedere bambini, ragazzi, giovani, meno giovani e ... quasi anziani affrontarsi con lealtà e correttezza per ... vincere.

 

Il Doping delle zone d'ombra

 

 

Quando si menziona il problema del doping, il riferimento corre subito e per lo più ai campioni di varie discipline sportive o quanto meno a una élite di sportivi di elevatissimo livello i quali, per la loro fama, fanno notizia quando vengono scoperti essere consumatori di sostanze dopanti. In verità, le vicende di doping che coinvolgono nomi prestigiosi e che attraggono l'attenzione dei media, nascondono una vastissima "zona d'ombra", molto più ampia di quella rappresentata dai campioni, la quale non interessa i media e non fa parlare di sé, costituita essenzialmente dagli atleti amatoriali, dai componenti di squadre giovanili e dai frequentatori di molte palestre dove il culto della possanza muscolare è ancora purtroppo molto in voga.

Oltre alle sostanze chimiche e ai principi farmacologici che suscitano allarme per la loro notoria pericolosità, esistono molti altri preparati i quali vengono utilizzati con maggiore frequenza anche per via delle loro modalità più semplici d'impiego, come i diuretici che nelle cosiddette "diete rapide" vengono assunti per perdere acqua e con essa peso, oppure la caffeina sfruttata per le sue proprietà di accelerare il metabolismo e ingerita in gran quantità per consumare più velocemente calorie, finendo con il procurare stress e danni anche gravi ad organi come il cuore.

Esiste dunque anche un doping non sofisticato, oltre al doping degli atleti di livello superiore, un doping di sostanze semplici e alla portata di tutti e di tutte le tasche, un doping che aiuta a realizzare il proprio piccolo mito quotidiano, come quello della avvenente donna longilinea e dell'uomo muscoloso. è un tipo di doping che si è diffuso perché aiuta a vincere la sfida con il compagno di palestra, con gli amici delle lunghe uscite domenicali in bici e con ... se stessi. Questo è anche il doping propagandato più spesso dai falsi profeti che promettono di diventare "forti, euforici, competitivi e senza sensazione di fatica".

Se del doping degli sportivi di alto livello si occuperà la nuova agenzia Wada (vedere in altro capitolo), di tutti gli altri numerosi ed esasperati consumatori di farmaci o di altre sostanze più o meno sofisticate, si dovranno occupare gli educatori sportivi, i preparatori atletici, persino gli insegnanti di educazione fisica delle scuole nonché i mezzi di informazione.

 

Allenamento e sostanze "euforizzanti" prodotte naturalmente dall'organismo

 

Agli inizi degli anni '70 i ricercatori che studiavano gli effetti analgesici centrali delle sostanze oppiacee di natura proteica (es. morfina) incominciarono a pensare che anche il corpo fosse in grado di sintetizzare sostanze analoghe, ovvero oppioidi di origine endogena. Furono di lì a poco isolate diverse molecole endogene, tra le quali le beta-endorfine (β-endorfine) di cui, tra l'altro, venne approfondito il ruolo e le funzioni durante l'attività fisica.

Si è venuto così a sapere che l'attività motoria aumenta i livelli nel sangue di beta-endorfine fino a oltre 5 volte rispetto al livello a riposo mentre la concentrazione all'interno del tessuto nervoso aumenta perfino di più.

Le attività sportive che aumentano maggiormente i livelli plasmatici degli oppioidi endogeni sono certamente i cosiddetti sport aerobici (corsa, ciclismo, nuoto, podismo) i quali aumentano la concentrazione plasmatica di queste sostanze soprattutto quando vengono eseguiti con sforzo di moderata intensità; invece negli sport di forza e potenza le β-endorfine aumentano in funzione della durata dell'esercizio e degli intervalli di recupero.

Le beta-endorfine inducono una sensazione diffusa di benessere e la inducono appunto anche dopo attività motoria, soprattutto se essa è stata di intensità media, come avviene nelle esercitazioni prolungate e graduali, un benessere ben noto a chi pratica con continuità lo sport e il movimento, un benessere che raggiunge un vero e proprio effetto euforizzante soprattutto negli allenamenti aerobici di una certa durata (almeno 50-60 minuti).

Le endorfine svolgono anche un ruolo nella tolleranza al dolore, riducono l'ansietà, controllano l'appetito, equilibrano gli stati di tensione nervosa.

Questi sono solo alcuni degli aspetti correlati alle reazioni benefiche che l'attività fisica "pulita" può indurre nell'organismo umano. E anche in funzione di queste considerazioni che il doping va combattuto e va combattuto anche attraverso una informazione precisa e scientificamente corretta, in opposizione a tutti i luoghi comuni che i "mercanti di prodotti intossicanti e di falsità" riescono a inculcare con facilità nella mente di tanti sportivi, sfruttando spesso il discorso "... non si può ottenere in un altro modo".

 

Gravi danni del doping

 

L'enfasi con cui diffusamente si parla di certe prestazioni sportive, associata alla ammirazione ed alla emulazione che suscitano i modelli corporei muscolarmente superdotati fa si che, soprattutto da parte degli utilizzatori di sostanze dopanti, vengano trascurati o completamente dimenticati i gravissimi danni che tale utilizzo può comportare.

Un "addetto ai lavori" il quale, pentitosi di aver contribuito alla diffusione e al consumo di sostanze dopanti, aveva invertito direzione impegnandosi nel sensibilizzare i ragazzi sui pericoli del doping, disse una volta: " ... è difficile convincere i giovani dopati sui rischi che corrono poiché l'euforia di sollevare tanti chili in palestra e di non sentirsi stanchi, fa superare loro certe paure e ignorare certe precauzioni." La distinzione dalle droghe vere e proprie è quindi davvero sottile.

Le sostanze o le classi di sostanze dopanti sono fra loro nettamente diverse ma alla fine gli esiti, immediati o ritardati, sono quasi sempre devastanti: dai danni gravi all'ipofisi da parte degli anabolizzanti, agli insulti esercitati sulle cellule nervose da parte degli stimolanti come le anfetamine o la caffeina somministrata in grandi dosi.

La pompa cardiaca è quella che viene stressata maggiormente: il cuore deve far fronte a richieste di prestazioni che progressivamente lo affaticano, esso deve provvedere a masse muscolari molto più estese del normale, con incremento enorme dei carichi di lavoro, anche a motivo di un sangue che risulta molto più denso e viscoso a causa del doping ematico. Certamente, un cuore giovane può sopportare meglio la sovrastimolazione, almeno immediatamente, ma col tempo i danni non potranno che manifestarsi anche nei giovani sotto forma di gravi patologie come l'ischemia miocardica e l'infarto.

Lo stesso problema dei danni sia immediati che ritardati riguarda il fegato, il quale metabolizza la maggior parte delle sostanze, nella sua funzione di depuratore ematico e viene pertanto progressivamente intossicato, con gravi conseguenze per la sua integrità.

Le patologie epatiche di più frequente riscontro nel doping, così frequenti da aver talora interessato perfino intere squadre nazionali, a causa delle emotrasfusioni, sono state le epatiti, ma vi sono da segnalare anche le epatopatie provocate da depositi in eccesso di ferro, e le forme tumorali associate all'abuso di anabolizzanti, di somatotropina e di ACTH.

Anche lo stomaco può essere coinvolto con una certa frequenza, per cui gastriti e ulcere gastriche e duodenali sono non rare patologie osservate nei soggetti dopati.

L'assunzione di amfetamine, soprattutto per quello che viene definito il "doping" estetico del dimagrimento, può comportare gravi irregolarità nei processi metabolici.

Frequenti e numerose sono anche le disfunzioni renali gravi indotte dal doping e le statistiche dicono che sono molti fra gli ex campioni o gli ex atleti professionisti quelli a dover ricorrere precocemente alla dialisi. Inevitabilmente, anche l'apparato scheletrico, il quale viene sottoposto oltre misura a sollecitazioni anomale, viene aggredito da processi degenerativi e di invecchiamento precoce. I tendini vengono sollecitati da muscoli abnormi e le rotture tendinee nonché le infiammazioni croniche delle strutture legamentose sono spesso imputabili agli abusi di anabolizzanti o di sostanze come il cortisone che mascherano i sintomi della fatica e dell'infiammazione. Vi è anche da sottolineare, riguardo l'apparato muscoloscheletrico, il ruolo patogeno della somatotropina la quale facilita la decalcificazione ossea, con conseguente osteoporosi . Anche i testicoli pagano un grave tributo al doping; infatti, gli anabolizzanti svolgono una azione inibente sul trofismo testicolare che può spingersi fino all'atrofia dei tessuti. Nelle donne l'assunzione di anabolizzanti induce irregolarità mestruali e induce una accentuazione delle caratteristiche somatiche maschili. Evidente cambio dei caratteri somatici si osserva anche con la somministrazione dei vari tipi di ormone della crescita (GH) il quale, da principio terapeutico impiegato per alcune forme di nanismo, è diventato uno dei più utilizzati prodotti dopanti, al pari dell'EPO. Oltre all'incremento delle masse muscolari, si riscontra l'ispessimento delle ossa mandibolari e un anomalo accrescimento delle ossa delle mani e dei piedi.

Ben diverso appare invece il ruolo di integratori fisiologici e di sostanze a documentata attività antiossidante, certamente utili in soggetti che vanno incontro ad una iperproduzione di forme radicaliche libere dall'ossigeno (ROS) connesse con l'attività fisica. Di queste tratteremo ampiamente al capitolo successivo.

 

Miti dello Sport e doping

 

 

I giovani hanno bisogno di punti di riferimento, di modelli educativi a cui ispirarsi e, perché no, di miti, ovvero di personaggi che in un qualche modo possano far sognare chi sta preparandosi alla vita "da grande" e che possano fungere da esempio da imitare. Lo sport ha da sempre offerto figure mitiche che potevano interpretare questi ruoli.

I mitici Coppi e Bartali, la splendida corsa di Berruti alle Olimpiadi di Roma, i goal di Pelè e molti altri esempi sono parte ancora viva della memoria e dell'immaginario personale e collettivo di intere generazioni, soprattutto quelle che hanno vissuto quando il tempo scorreva meno freneticamente e quando gli interessi economici e politici nello sport rivestivano minore importanza.

Il mito odierno è sempre più mito di pochi momenti, intensamente celebrato ma rapidamente dimenticato e, purtroppo, ad ogni grandissima prestazione sportiva si accompagna sempre più spesso il veleno del sospetto, il dubbio che sminuisce il sentimento e il valore di quel momento di entusiasmo.

Fu un momento di grande eccitazione la vittoria di Ben Johnson sui 100 metri, segnata da un clamoroso record mondiale che in altri momenti avrebbe potuto accendere la fantasia di tutti gli appassionati di sport. Ben Johnson era l'uomo più veloce del mondo. Erano le Olimpiadi di Seul del 1988 e nel giro di poche ore il record divenne "scandalo". L'atleta di colore passò rapidamente dal podio alla vergogna e non aveva nemmeno più senso parlare del secondo arrivato come del vincitore della gara.

Quello che il doping ha fatto e continua a fare allo sport è un danno incalcolabile.

Dieci anni dopo, nell'estate del 1998, dando credito a voci insistenti sul doping nel ciclismo, le autorità competenti fermarono senza preavviso al Tour de France, la famosa competizione ciclistica a tappe, un massaggiatore di una squadra di prestigio, la Festina, il quale guidava una autovettura carica di prodotti dopanti. L'intera squadra venne espulsa dalla competizione e rimandata a casa. Fu molto triste guardare sui giornali e i settimanali di allora le fotografie dei ciclisti che prima grondavano sudore pedalando su e giù per i Pirenei col viso segnato da grandi maschere di fatica e poi venivano circondati dai gendarmi che presidiavano la corsa.

Nel 2001 i tifosi dovettero assistere alla replica dello scandalo doping in un'altra prestigiosa competizione ciclistica internazionale: questa volta il caso scoppiò al Giro d'Italia ed è ancora vivo in noi il ricordo della Magistratura che, a seguito di perquisizioni còndotte nella ormai tristemente famosa tappa di Sanremo, avviò inchieste che coinvolsero nomi di campioni dal mito consolidato. Della storia di Marco Pantani, della sua squalifica di Madonna di Campiglio, della sua recente morte non è il caso di aggiungere altro a quanto la stampa ha già scritto. La sua è la storia di un altro grande campione che ha pagato a caro prezzo la trasgressione alla fedeltà dei principi sportivi, è la storia di un altro mito infranto, è la storia di un altro atleta che si è fatto convincere che in un ciclismo professionale, dove si deve correre sempre più forte per abbattere il muro dei record, trova giustificazione il ricorso ad un "aiuto". Qualcuno addirittura usa la parola "non negativo" per designare chi viene trovato positivo al controllo antidoping, deresponsabiizzando, prima ancora che depenalizzando o addirittura assolvendo chi fa uso di sostanze dopanti; ma, dal dicembre 2002, esiste in Italia una legge che ha trasformato ogni forma di doping in un vero e proprio reato penale: è la legge è n° 376, di cui si è già detto altrove. La legge 376 dice che sono penalmente punibili i tecnici, i medici, i procacciatori di sostanze proibite ma anche gli atleti, in prima persona.

La Lista delle sostanze proibite è quella predisposta dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale) anche se ci sono alcune Federazioni di alcuni sport che hanno compilato liste e regolamenti a volte differenti da quello del CIO. A questa disomogeneità di normative dovrebbero ovviare i nuovi regolamenti e codici dell'agenzia mondiale WADA che dovrebbe portare ad una armonizzazione delle regole sportive, soprattutto nello sport professionale.

 

Dalle sostanze naturali al doping

 

INTRODUZIONE

 

La caratteristica fondamentale dell'organismo umano è quella di mantenere costante l'omeostasi ovvero l'equilibrio dei suoi sistemi interni (calorico, energetico, endocrino, ecc.), per cui la alterazione di tale equilibrio può comportare l'insorgenza di un evento morboso. Tutti i sistemi di regolazione cellulare e fra i vari tessuti sono organizzati in modo da reagire immediatamente a svariati tipi di sollecitazione quali lo stress e l'esercizio fisico. Le risposte dell'organismo a questo genere di sollecitazioni prevedono: a) l'attivazione o l'inibizione dei sistemi enzimatici, b) la stimolazione della sintesi o il rilascio di particolari componenti (recettori, ormoni, neurotrasmettitori, ecc.), c) l'intensificazione degli scambi e delle attività correlate fra i tessuti.

Un esempio di tale meccanismo omeostatico è rappresentato dalla risposta dell'organismo alla somministrazione esogena di un ormone normalmente prodotto da esso: la ghiandola endocrina che lo secerne ne riduce la sintesi potendo perfino giungere alla inibizione totale della sua attività e determinare una ipofunzione del sistema endocrino di cui è componente integrata e di regolazione, con gravi conseguenze per l'intero organismo.

La cellula muscolare scheletrica, diversamente dalle altre cellule degli organismi superiori, è la sola che sia totalmente sotto il controllo della volontà, tutte le altre cellule, compresi gli eritrociti, conservano almeno in parte una certa libertà nel movimento o nella funzione.

La fibra muscolare è obbligata a rispondere agli impulsi nervosi volontari secondo un modello di risposta definito del "tutto o nulla", perché non le è data capacità intrinseca di poter modulare il proprio comportamento nella forma o nell'intensità, pertanto essa si contrae e si rilascia in diretta funzione della volontà. Questa dipendenza, senza alcun fattore di modulazione che possa ammortizzare le stimolazioni, favorisce l'insorgenza di conseguenze negative e· patogene per il muscolo quali: 1) l'esaurimento delle sue riserve, 2) la fragilizzazione della sua struttura e 3) la sua distruzione più o meno rapida.

La fatica muscolare che si manifesta negli sportivi con dolori, crampi, liberazione delle proteine citoplasmatiche in circolo, aumento della lattacidemia e dell'ammoniemia ed altro, costituisce un segnale dell'avvenuto danno alla fibra muscolare ed il preludio alla sua distruzione, ma in alcuni casi essa può essere interpretata come un sistema regolatore suscettibile di affermare la propria autonomia.

Il segnale della fatica, infatti, si sviluppa a livello della "centrale di comando", nel SNC, assumendo due forme biochimicamente antagoniste: 1) la liberazione di endorfine e cortisolo da una parte e 2) l'aumento della ammoniemia e della glutamina dall'altra. Dalla integrazione di questi effetti attivatori e inibitori dipende lo sviluppo della sensazione della fatica, e di conseguenza l'arresto o la prosecuzione dell'esercizio fisico.

Nei soggetti allenati, l'organismo sviluppa dei meccanismi di protezione capaci, durante la ripetizione seppur prolungata dell'esercizio, di limitare i fattori di rischio di danno corporeo secondari allo stress. Ad esempio, il "metabolismo fosfocalcico" (vitamina D, calcitonina, paratormone) viene attivato aumentando la densità dell'osso e rafforzandone la resistenza; il processo della coagulazione del sangue accelera la velocità di degradazione della fibrina per limitare il rischio tromboembolico; il sistema immunitario reagisce nel suo insieme per preservare l'organismo e distruggere le cellule muscolari morte; infine, la totalità degli "ormoni anabolici", gonadici e non, risultano impegnati nel promuovere la muscolatura dello sportivo. L'accelerazione del metabolismo, tuttavia, se sostenuta conduce rapidamente ad un aumento della produzione di scorie e ad una perdita supplementare di sostanze indispensabili al buon funzionamento enzimatico. Nel primo caso il rene deve adattare la sua funzione emuntoria alle esigenze secondarie allo sforzo, nel secondo caso, invece, è l'apporto alimentare programmato dallo sportivo che deve tener conto delle perdite eccessive degli oligoelementi, delle vitamine, delle proteine e di altri componenti indispensabili al metabolismo nel suo complesso.

Quest'ultimo aspetto pone la questione della "reintegrazione" dei diversi elementi nutrizionali, che può avvenire sia attraverso l'alimentazione naturale dell'atleta che con specifiche integrazioni. L'integrazione dietetica, come lo stesso termine sottintende, non è altro che il ricorso a determinate sostanze che il nostro organismo consuma in misura superiore quando viene sottoposto ad esercizio fisico rispetto a quando riposa e che esso non è in grado di ripristinare adeguatamente senza una introduzione suppletiva.

A parte, potranno esserci soggetti particolari che potranno presentare necessità aggiuntive, in rapporto a stati carenziali specifici, ad attività sportive di elevato impegno fisico o condotte in ambienti straordinari, per i quali, dopo gli indispensabili accertamenti di laboratorio, sarà indispensabile il consulto del medico che consiglierà il comportamento più adeguato.

I dati fin qui espressi impongono due riflessioni. Innanzi tutto è fondamentale imparare ad alimentarsi in modo corretto, concetto valido per tutti ma che in misura maggiore deve essere colto da chi fa attività fisica, affinché l'apporto calorico giornaliero sia adeguato alle caratteristiche individuali, al tipo di sport praticato, alla durata, all'intensità ed alla frequenza degli allenamenti, nonché distribuito correttamente in relazione all'orario di allenamenti e gare.

In secondo luogo, è importante farsi seguire dal proprio medico di fiducia, affinché nulla sia lasciato all'improvvisazione. Infatti, la notevole disponibilità di integratori alimentari che, in quanto tali, sono liberamente venduti senza prescrizione medica, hanno generato molta confusione in ordine alla loro funzione ed efficacia ed in relazione alla posologia che spesso si basa sui consigli di amici, conoscenti o di altri sportivi. D'altra parte, per quello che concerne alcune sostanze considerate tuttora integratori alimentari, come ad esempio antiossidanti o creatina, non è sempre facile, in virtù delle quantità non proprio modeste che possono essere consumate, stabilire un netto confine tra lecito e doping, perciò esse vengono ammesse e tollerate ma non è detto che in futuro, in conseguenza di nuove evidenze, esse non potranno essere assoggettate a normativa specifica.

 

Integrazione e supplementazione

 

Quando si parla di integrazione e di supplementazione alimentare ci si riferisce, in tutti i casi, a sostanze naturali, presenti fisiologicamente nell'organismo e introdotte di norma con la dieta. Come detto, l'apporto alimentare abitudinario può risultare insufficiente o non adeguato in relazione allo svolgimento dell'attività sportiva, soprattutto durante il corso di competizioni impegnative e nella successiva fase di recupero. L'integrazione può costituire pertanto una effettiva necessità, dotata di una sua giustificazione nonché di una sua efficacia, ma può anche rappresentare una fonte d'insidia, una "zona grigia" da non sottovalutare quando si affronta e si combatte il fenomeno del doping, in quanto il confine tra integrazione lecita ed illecita è assai sottile, tanto da risultare estremamente difficile la sua definizione.

Secondo la normativa del Ministero della Salute (G.U. 297/02), tra i prodotti dietetici sono compresi gli alimenti adattati ad un intenso sforzo muscolare, soprattutto per gli sportivi, e comprendono:

a) prodotti finalizzati alla integrazione energetica: fruttosio, maltodestrine, vitamine B1-B2-B6-PP e C; l'apporto energetico non deve essere inferiore a 200 Kcal per porzione; l'apporto di vitamine deve rappresentare una quantità pari almeno al 30% della dose di assunzione giornaliera raccomandata (RDA);

b) prodotti contenenti minerali per reintegrare le perdite idrosaline (sodio: non più di 45 mEq/l corrispondenti a 1035 mg/l; cloro: non più di 36 mEq/l corrispondenti a 1278 mg/l; potassio: non più di 7,5 mEq/l corrispondenti a 292 mg/l; magnesio: non più di 4,1 mEq/l corrispondenti a 50 mg/l);

c) prodotti per l'integrazione proteica: l'apporto totale di proteine (dieta più integratore) non deve essere superiore a 1,5 g/die/kg peso corporeo e deve essere presente la vitamina B6 in quantità non inferiore a 0,02 mg/g di proteine;

d) prodotti finalizzati all'integrazione di aminoacidi e derivati: per gli aminoacidi ramificati, la quantità di assunzione giornaliera non deve essere superiore a 5 g (come somma dei tre aminoacidi ramificati) ed è consigliabile associarli con vitamine B1 e B6 il cui apporto deve essere pari almeno al 30% della RDA. Gli aminoacidi essenziali e non essenziali devono essere presenti in idonee proporzioni tra loro;

e) altri prodotti con valenza nutrizionale, adattati ad un intenso sforzo muscolare;

f) combinazione dei suddetti prodotti.

 

Integratori Alimentari

 

La definizione di integratore alimentare secondo la Direttiva 2002/44/CE è la seguente:

"Integratori alimentari sono i prodotti alimentari destinati ad integrare la dieta normale e che costituiscono una fonte concentrata di sostanze nutritive o di altre sostanze aventi un effetto nutritivo o fisiologico". Rivolgiamo la nostra attenzione, adesso, alle "Linee Guida del Ministero delia Salute su integratori alimentari e alimenti arricchiti".

Le linee guida ministeriali indicano quali sono le varie categorie di integratori che non possono essere considerati "dietetici" in quanto non sono concepiti per rispondere ad esigenze nutrizionali o condizioni fisiologiche particolari ed il cui impiego ha il solo scopo di ottimizzare gli apporti nutrizionali e di fornire sostanze nutrizionali con effetto protettivo o trofico sui tessuti e per migliorare il metabolismo e le funzioni fisiologiche dell'organismo.

Essi sono: 1) integratori di vitamine e/o minerali, 2) altri fattori simil-vitaminici, 3) altri fattori nutrizionali, 4) aminoacidi, 5) derivati di aminoacidi di interesse nutrizionale, 6) integratori di proteine e/o energetici, 7) integratori per migliorare la prestazione sportiva, 8) integratori lipidici, 9) integratori biologico-vitaminici, 10) estratti ghiandolari d'organo, 11) enzimi, 12) integratori di fibra, 13) integratori per dimagrire, 14) complementi vegetali come ingredienti negli integratori alimentari.

Nella tabella seguente è riportato l'apporto massimo giornaliero degli integratori.

 

INTEGRATORE

Apporto max/die

INTEGRATORE

Apporto max/die

1) integratori di vitamine e/o minerali

vitaminico-minerali

30-150% del valore di riferimento

vitamine E, C

max 300% valore di riferimento

Ac. folico (gestante)

max 400 mcg

2) altri fattori simil-vitaminici

Beta-carotene

mg 15 (300% RDA equivalente vit. A)

coenzima Q

mg 20

taurina

mg 500

colina

mg 900

PABA

mg 100

bioflavonoidi

mg 1000

isoflavoni della soia

mg 80

inositolo

mg 2000

3) altri fattori nutrizionali

betaina

mg 250

Beta-sitosterolo

mg 150

gamma-orizanolo

mg 150

glucossamina

mg 250

acidi nucleici

valore non definito

4) aminoacidi (AA)

istidina

1120 mg (12.6%)

isoleucina

910 mg (10.2%)

leucina

1330 mg (15.0%)

lisina

1120 mg (12.6%)

metionina + cisteina

1190 mg (13.4%)

fenilalanina + tirosina

1330 mg (15.0%)

treonina

630 mg (7.1%)

triptofano

350 mg (3.9%)

valina

910 mg (10.2%)

totale AA essenziali

8890 mg (100%)

OKG

2000 mg

5) derivati di aminoacidi di interesse nutrizionale

L-Carnitina

200 mg

Creatina

> 3g/die non definito

Glutatione

50 mg

Carnosina

0.5-5 g

N-Acetilcisteina

1200 mg

6) integratori di proteine e/o energetici

L'apporto minimo è di almeno 7 g (10% della quantità di assunzione raccomandata). L'apporto totale di proteine (dieta + integratori) non deve essere superiore a 1.5 g/Kg. Possono fornire al massimo 600 Kcal (il 25% della dieta media di riferimento pari a 2400 Kcal).

7) integratori per migliorare la prestazione sportiva

Integrazioni di nutrienti in quantità eccessive che superino gli effettivi fabbisogni, soprattutto se prolungate, sono sconsigliabili in quanto non comportano vantaggi reali ma sono un inutile sovraccarico da smaltire.

8) integratori lipidici

Fosfolipidi

3 g

LCP-omega3

1 g

9) integratori biologico-vitaminici

Se contengono Saccharomyces cerevisiae è consigliabile un apporto di cellule vive per dose unitaria di almeno 100.000.000. Se contengono fermenti lattici è auspicabile un apporto dell'ordine di centinaia di milioni per dose unitaria.

10) estratti ghiandolari d'organo

Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche non si ritiene che prodotti contenenti le suddette sostanze presentino i requisiti di prodotti dietetici o di integratori alimentari.

11) enzimi

Al momento non possono essere commercializzati come integratori alimentari.

12) integratori di fibra

Gli integratori di fibra devono apportare almeno 4 g/die di fibra.

13) integratori per dimagrire

Inibitori di enzimi

Chitosano

14) complementi vegetali come ingredienti negli integratori alimentari

Citrus aurantium

800 mg (titolo 4%)

Iberico

7 mg (titolo 0.3%)

Isoflavoni (di soia)

80 mg

 

Una classificazione metabolica degli integratori è riportata nella tabella seguente, dove sono suddivisi in rapporto alla loro funzione: a) energetici, in quanto favoriscono, direttamente o indirettamente, i processi di produzione dell'ATP, moneta degli scambi energetici cellulari; b) antiossidanti, per la loro capacità di limitare la quantità di radicali liberi; c) sostanze plastiche responsabili dello sviluppo della massa muscolare.

 

INTEGRATORI E SUPPLEMENTI NELLA PRESTAZIONE SPORTIVA

ENERGETICI

ANTI-OSSIDANTI

SOSTANZE PLASTICHE

(SVILUPPO MUSCOLARE)

Glucidi

Aminoacidi (AA)

AA a catena ramificata (BCAA)

Glutamina

Creatina

Carnitina

Lipoato

Ubidecarenone (coQ)

Ferro

Vitamina E

Vitamina C

N-Acetilcisteina

Beta-Cherotene

Aspirina

Selenio

CoQ

Lipoato

Carnosina

Glutatione

Melatonina

Proteine

Aminoacidi

BCAA

Ornitina-chetoglutarato (OKG)

Creatina

Inosina

Beta-Idrossi-Beta-Metilbutirrato (HMB)

Vitamina B12

Sali minerali

Cromo

 

Alcuni metaboliti possono svolgere più di una funzione, e ciò può risultare particolarmente gradito agli sportivi. Di qui il pericolo in relazione a quella "zona grigia" in cui si può scivolare facilmente dalla integrazione con questi composti al loro abuso, nella speranza di migliorare le proprie prestazioni, senza impegno, senza sacrificio e senza allenamento.

 

Glucidi

 

I glucidi sono la fonte principale di energia per l'organismo. Si dividono fondamentalmente in tre categorie: 1) Monosaccaridi o zuccheri semplici (glucosio, frurtosio, galattosio). 2) Disaccaridi (saccarosio, lattosio e maltosio) formati da due monosaccaridi legati fra di loro. 3) Polisaccaridi o glucidi complessi, come amidi, maltodestrine, cellulosa, pectine e glicogeno, costituiti da molti monosaccaridi legati fra loro.

La velocità con cui i glucidi vengono assimilati viene espressa dall'indice glicemico. Più l'indice glicemico è alto più il glucide viene assorbito velocemente e, a parità di dose, alza più rapidamente la glicemia inducendo conseguentemente la secrezione pancreatica di insulina. La somministrazione di glucidi può essere utile prima, durante e al termine di una prestazione fisica.

    Prima di una prestazione

Fino a 60- 90 minuti prima dell'inizio può essere utile l'assunzione di una piccola dose di carboidrati a basso indice glicemico, il cui assorbimento, avvenendo lentamente, non provocherà uno sbalzo della glicemia a riposo. Al posto di un "integratore" a basso indice glicemico è utile mangiare un frutto (ricco di fruttosio e acqua) mentre è sconsigliato assumere zucchero semplice (glucosio) prima di uno sforzo perché non serve e può viceversa alterare negativamente il rendimento.

    Durante lo svolgimento di una prestazione

è utile associare l'assunzione di carboidrati ad alto indice glicemico a quella di acqua e sale, necessaria per il reintegro idrosalino. La presenza di carboidrati ad alto indice glicemico (glucosio o maltodestrine) facilita l'assorbimento dell'acqua, a condizione che la concentrazione resti compresa tra il 4 e l'8%: in termini pratici questo significa 40-80 grammi di carboidrati per litro di acqua; tuttavia, bisogna stare attenti a non superare l'assunzione di 60 grammi per ogni ora di attività fisica. L'assunzione dovrà avvenire inoltre diluita nel tempo: non essendo possibile da un punto di vista pratico un'assunzione continua, occorre cercare di frazionare l'introduzione della bevanda zuccherina ogni 10-15 minuti circa.

    Al termine di una prestazione di lunga durata

Le riserve di glicogeno muscolare si sono ridotte, è quindi utile un'assunzione differenziata di glucidi al fine di ripristinare tali scorte; in questo caso l'uso di integratori appare poco opportuno, essendo più corretta una adeguata introduzione di alimenti. I glucidi ad alto indice glicemico possono essere assunti subito dopo la prestazione sportiva ma in piccole dosi perché le funzioni digestive dopo una attività fisica prolungata permangono rallentate per qualche ora, pertanto, è più agevole utilizzare questo tipo di carboidrati, in modo da fornire rapidamente glucosio al muscolo ancora metabolicamente attivo (saldo del debito di ossigeno) senza peraltro richiedere uno sforzo digestivo. I glucidi a medio-basso indice glicemico sono più adatti tardivamente, nel successivo primo pasto completo, quando le funzioni digestive sono riprese completamente; la quantità da ingerire deve essere calcolata in funzione del fabbisogno calorico dell'atleta: pastasciutta, riso, pane, patate, legumi, ecc.

 

Proteine

 

Nel soggetto sedentario il fabbisogno proteico è di circa 0,7-1,0 g/kg peso corporeo/die, per un apporto energetico totale di 200-280 cal/die per un individuo di 70 kg.

Per valutare il consumo proteico negli atleti è necessario considerare tre parametr